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DIARIO AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE, a cura di Giampaolo Mascheroni


CHICAGO di R. Marshall
“Musical di classe!” ti urla nelle orecchie la pubblicità. “Coreografie e interpretazioni sublimi” scrivono galvanizzati i critici cinematografici. Poi, durante la visione, seduti nella vostra poltroncina, la bolla di sapone si sgonfia e le promesse diventano la realtà di un buon film di genere - sgambettante e luccicante - ma mai inebriante. Per favore non paragonatelo a Moulin Rouge di Luhrmann: là brillava l’oro, qui al massimo dell’acciaio cromato.

LA LEGGENDA DI AL, JOHN & JACK di Aldo, Giovanni, Giacomo e M. Venier
Non so per quale magia, ma da qualche anno ho la fortuna di guardare pochissima televisione. Quindi l’incontro mio con Aldo, Giovanni e Giacomo non è mai eccessivamente frusto e non ha mai, a causa del troppo già visto, richieste alte. Forse è per questo che il film non mi ha deluso. Ben pensato, ben scritto, ben recitato, ben fotografato. Il risultato è un riuscito prodotto d’intrattenimento, soprattutto (e non è cosa facile) nel pieno rispetto delle qualità intellettive degli spettatori paganti.

GANGS OF NEW YORK di M. Scorsese
Tutto si può dire di Scorsese tranne che non sia un regista “esagerato”. A volte la sua esuberanza mediterranea, da cuore in mano e sentimenti mostrati senza freni, funziona (vedi Toro scatenato), a volte sfiora il ridicolo (L’ultima tentazione, ricordate?). Nel caso di questa descrizione di una zona sordida della città di New York attorno al 1860, funziona alla perfezione. Importa proprio un fico secco il sapere che si raccontino fatti storici comprovati: il film da subito acquista un’aria fascinosissima nello stile “guerrieri del Bronx”, e in chiave postatomica respiriamo fango, sudore e polvere da sparo. Se vi lasciate andare e ve ne fregate, come già accennato, delle veridicità storiche riuscirete a vedere un poema epico degno di tale nome: intenso, grondante sangue e amore dove imparerete a combattere e a sopravvivere da eroi, ma non come in un frenetico videogame, piuttosto come dovremmo aver imparato nella vita vera.

IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO di J. Zwick
Immaginate un sabato sera d’assistere alla rappresentazione un po’ sgangherata, magari dialettale, d’una filodrammatica di paese senza pretese. Questo film vorrebbe essere così: semplice, schietto, per nulla sofisticato, pieno di buona volontà e sano divertimento. Invece è solo piattezza televisiva, frutto di quel bla bla globalizzato che viaggia su TV, internet, rotocalchi, dove le vicende d’amore, di parentele familiari (suocere, nuore, cugini ecc) sono uguali e banalizzate ovunque, da Vighizzolo di Cantù a Trebisacce, da Taiwan a Ottawa, da Shangai a Cannes… Al pubblico di bocca buona scappa qualche risata, ma l’unico a ridere grassamente - sappiatelo - è il produttore del film che ha incassato tantissimo. Sull’onda del successo ora ne faranno una serie televisiva. Poi, magari, dei cartoni animati, oppure chissà anche dei fotoromanzi. Mi chiedo sempre più spesso perché il successo di uno spettacolo sia inversamente proporzionale ai moti cerebrali che mette in azione.


PRENDIMI L’ANIMA di R. Faenza
Una fotografia patinata, da sceneggiato TV di lusso e da prima serata. Una scrittura-bigino di rovelli psicoanalitici, manicomiali, carnali, pedagogici ecc. Il risultato è uno scontato medaglione biografico di Sabina Spielrein. I due protagonisti, Carl Gustav Jung e la Spielrein appunto, che però potrebbero anche chiamarsi Pippo e Peppa, tradiscono, si amano, si curano, si lasciano, soffrono… Cos’è: una vicenda in salsa rosa-pepata scritta da Danielle Steel e finita, per il piacere delle signore, sul grande schermo? Potevate dirmelo prima, perché io non sono una signora.

ANGELA di R. Torre
Incontro per la prima volta Roberta Torre. Mi dicono che i suoi musical mafiosi-nazionalpopolari erano carinissimi. Angela è un film straordinario, teso, maschio, sporco, morale, con l’amore, un amore puro, folle, pericoloso, perdente, a spezzare una vita fatta di sopraffazione al servizio di un dio-bestia pericoloso qual è il denaro. Cupo e nero nell’abiezione, bianco e solare nell’amore; notevoli ed emozionanti i numeri di ‘sta regista.

IO NON HO PAURA di G. Salvatores
Corre la cinepresa, sospesa sui campi a sfiorare le spighe (di grano?). Avanza l’angoscia con lo svilupparsi della vicenda trucidamente truffaldina, in cui un bambino sinceramente giusto si oppone con naturalezza a delle macchiette di adulti cinici e amorali. Alla fine trionfa il bene, fatto di cocciutaggine, scelte personali e sacrificali. Ma la musica sovrabbondante più che angosciare infastidisce. Diretto da Lucio Fulci negli anni Settanta questo film si sarebbe intitolato Non si spenna il paperino, avrebbe avuto meno pretese, ma sarebbe stato anche molto, molto meno caramelloso e artificiale.

RICORDATI DI ME di G. Muccino
Cos’è ‘sto rododendro che mi tormenta la vita? Il mio futuro (avrò una bella morosa? sarò una svenevole velina?), il mio passato (dov’è finito il mio romanzo? perché non mi sono dedicata alla carriera d’attrice?). E tutti farfalloni a inseguire affanni di gente pasciuta: gli adulti a innamorarsi come ragazzini, i ragazzini tutti tesi alla propria carriera, che sia di vincente o di sfigato. Per fortuna un incidente rimette a posto ogni cosa e la normalità (forse) riprende il suo corso. Muccino, Muccino, quanto cancan per quattro pensieri da cinema medio, per carità dignitoso, ma dal profilo non certo alto: non scorticante, non urtante, per nulla destabilizzante, solo un po’ sinceramente moralistico.

L’UOMO DEL TRENO di P. Leconte
Storia di una breve, intensa amicizia virile. Da una parte una vecchia casa, delle pantofole con la propria filosofia, la cultura dei libri, il rimpianto di un anziano professore in pensione per troppe avventure vissute solo nella fantasia. Dall’altra il silenzio duro e macho di un criminale con un forte senso dell’onore, giubbotti di pelle consunta, pistole nascoste, e la voglia di una vita per nulla concreta, ma fatta di voli pindarici alimentati dai libri e da una tranquillità piccolo borghese. I due mondi si abbracciano, si interrogano, per osmosi si fondono e con un tocco finale, per alcuni banale, per altri (tra cui io) geniale, in un aldilà benevolo, finalmente i due protagonisti potranno scambiarsi i ruoli. Da non perdere.
(leggi la recensione di Glauco Guardigli)

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© Giampaolo Mascheroni 2002 - per gentile concessione dell'autore

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