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DIARIO AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE, a cura di Giampaolo Mascheroni


IL PIANISTA di R. Polanski
Polanski rimesta nella storia funesta del ‘900 e racconta l’Olocausto a partire dalle vicende del Ghetto di Varsavia. Un pianista ebreo per strani percorsi del fato, e grazie alla compagnia della sua musica, sopravvive alla bestialità inumana dei nazisti. Il film è un filmone: per cast, messa in scena, fotografia, montaggio. In fondo Polanski ci mette tutto se stesso perché, io lo so, le odissee di quel pianista sono le sue, che dalla Polonia, a Hollywood, alla Francia è rimasto vivo e creativamente arzillo, aiutato dal suo formidabile talento di cineasta, nonostante il continuo inciampare in storie equivoche e tremende di quotidiana persecuzione.

VELOCITÀ MASSIMA di D. Vicari
Ingiustamente paragonato a quell’americanata di Fast and Furious, di cui è mille volte meglio per delicatezza e sensibilità: il meccanico Mastrandrea e il giovane aiutante Morroni biascicano il loro romanesco per nulla burino, si mangiano le parole, ti lacerano per la loro vite elementari dedicate alle macchine. I duelli meccanici e automobilistici sono rusticani, da sfida all’OK Corral. La semplicità dei rapporti scanditi dal lavoro in officina, le preoccupazioni di una madre che lava i panni e allunga qualche soldo, gli incontri – indossando il vestito della festa – col direttore di banca, un innamoramento fatto di promesse adolescenziali ma tenerissime, e tante altre annotazioni mai inutili lo fanno un film che merita di non essere perso. Bravo, ‘sto Vicari.

STAR WARS. EPISODIO II – L’ATTACCO DEI CLONI di G. Lucas
Chi non s’è stufato alla 5° puntata di Guerre stellari, fa parte di quegli spettatori pettegoli che si sono ritrovati a vedere un film unicamente per riconoscere i vari personaggi e, quindi, incasellarli nelle troppe vicende perse tra sequel e prequel della saga. Al solito il baraccone di Lucas funziona a meraviglia: astronavi, cloni, droidi, alieni, battaglie. Ma la storiazza è insulsa, e intollerabile è la storia d’amore tra Amidala e Anakin sul ramo del lago di Como (opposto per geografia e soprattutto per intensità letteraria a quella tra Renzo e Lucia ne I promessi sposi). La sceneggiatura sembra scritta da un cultore dei fraseggi contenuti nei Baci Perugina. Anakin si vede da subito che è un pirla e la senatrice che lo sposa, minuta e carina, deve avere due fette di salame sugli occhi grandi come pianeti per non accorgersi di ciò. Oppure, di minuto, oltre alla cosina deve avere pure il cervello. (leggi l'articolo di Antonio Serra)

L’ERA GLACIALE di C. Wedge
Continuate a perdervi certi prodotti etichettati per bambini: peggio per voi. Lo urlo a tutti gli adulti che sono grandi, e cresciuti, e maturati, e amano il cinema. Perché qui tutto funziona alla perfezione: i siparietti comici, l’avventura come romanzo di formazione, gli inseguimenti col cuore in gola, la computer animation che muove i protagonisti (così empaticamente simili ai pupazzotti della nostra infanzia più felice). Non ce la fate a vedere un cartone animato, ma preferite seguitare a sorbirvi film comici che fanno piangere e film avventurosi che annoiano, invece di filmini candidamente riusciti come questo? Beh, allora siete proprio irrecuperabili.

LAGAAN di A. Gowariker
Lunga vita alle raffinatezze popolari: in un solo giorno mi sono bevuto questo film indiano d.o.c., della durata di 3 ore e 40 minuti, e un “Tex” speciale di 354 pagine. Poi ho preso la TV, che non è popolare ma irriguardosa e subumana, e l’ho buttata dalla finestra. Poi ho portato la mia automobile, che non è popolare ma cancerogena e schiavizzante, e l’ho portata dallo sfasciacarrozze. Il film è una summa dell’intrattenimento geniale. Si canta, si balla, si generalizza sui cattivi che sfruttano i poveri, ma non si mette mai mano alle armi e si sceglie di giocare un’assurda partita a cricket (che lezione di pace ci giunge dal terzo mondo) per ristabilire un po’ di giustizia. Alla fine vince pure il migliore (nel cuore), non certo nella mente e nel conto in banca. W il pane, W l’amore, W la fantasia.

11 SETTEMBRE 2001 di registi vari
Idea straordinaria (simpaticamente numerica e quindi anche poetica), quella di riunire 11 registi per raccontare le loro riflessioni sull’abbattimento delle newyorkesi torri gemelle. Tutto ciò avendo a disposizione ciascuno un episodio della lunghezza di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma. Il risultato è variegato, rapsodico e zoppicante. Sopra tutti svetta la prova diretta da Sean Penn. Il resto è un accorato omaggio alla disomogeneità del mondo e quindi alla libertà, almeno di pensiero, spettante ad ogni singolo individuo. Non bello, ma programmaticamente e dannatamente utile.

PINOCCHIO di R. Benigni
Di Pinocchio è risaputa la fine che fece: divenne un bambino ubbidiente. Benigni lascia le sue bischerate e pinocchiate (che però avevano prodotto, oltre a tanti filmetti sgangherati, un’opera toccante come La vita è bella) e fa, bravino bravino, il suo compito diligente a favore di un cinema di cassetta e di piatto intrattenimento. Il risultato è da buon vecchio cinema medio, adatto per tutte le età in quanto felicemente innocuo. Comunque se non volete che le vostre tasche si svuotino di denaro e le vostre teste si riempiano di niente, comperatevi una bella edizione di Pinocchio (consigliabile quella illustrata da Innocenti per la casa editrice “C’era una volta” di Pordenone) e leggetela la sera a lume di candela ai vostri famigliari. Le belle illustrazioni e la vostra voce calda risulteranno di sicuro più emozionanti e spettacolari.

UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE di M. Placido
Pensavo di assistere a un film paratelevisivo, pieno di belle cose (abiti d’epoca, carrozze, suggestivi scorci di paesaggi toscani) e privo di contenuti. Invece il Placido, l’Accorsi e la Morante, ci regalano una intensa, partecipata e dolente storia d’amore. Vien voglia di leggere Campana; vien voglia di leggere l'Aleramo; vien voglia di scrivere poesia; vien voglia di tenere un diario; vien voglia di coltivare con cura gli amori che ci circondano, pena la solitudine e la follia. Spero che il film mieta allori e incassi.

MINORITY REPORT di S. Spielberg
Su un piatto della bilancia poche paginette di Philip K. Dick, sull’altro 2 ore e 28 minuti di polpettone, ora funzionate, ora balbettante, ora teso, ora noioso… un pizzico di Cronenberg, un pizzico di Scott, il tutto un po’ scotto. Cosa volete che vi dica, che un’unghia incarnita di Dick vale quasi tutti i film di Spielberg messi insieme? Perché Spielberg (nato bene: chi non ricorda la tensione di Duel) invece di affidarsi ai suoi pre-cog – che gli preannunciano quali film girare per incassare tanto denaro – non si affida al rapporto di minoranza della sua mente e fa un film povero, ma pensato col cervello, invece di uno produttivamente ricco e pensato con le regole di mercato? (leggi la recensione di Adriano Barone)



© Giampaolo Mascheroni 2002 - per gentile concessione dell'autore

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