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DIARIO
AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE,
a cura di Giampaolo
Mascheroni
RAT
RACE di J. Zucker
Sulle strade degli States la solita gara di poveracci alla rincorsa
di un premio da due milioni di dollari. Non si ride, eppure molti
degli attori presenti sono comici; non si versano lacrime, anche
se il regista - dirigendo Ghost - ha dimostrato di saper essere
romanticone; ci si annoia e basta. Lunica consolazione è
scoprire che anche la pianificatissima macchina del cinema dintrattenimento
USA, a volte, fa cilecca.
IL
FAVOLOSO MONDO DI AMELIE di J. Jeunet
Ho gli occhioni dilatati e ingenui della lettrice forsennata di
romanzi rosa? Ho il cuore intristito o galvanizzato per le vicende
di qualche eroina televisiva? Seguo con passione le vicissitudini
di attricette carinissime e oche? No! Il film di Jeunet pare fatto
per piacere a tutti i buoni e, pur se gustosissimo,
è troppo studiato a tavolino: controlla con eccessiva sicurezza
i moti delle emozioni e le sue sgangheratezze non sono certo genuine,
quanto frutto di grande professionalità. Alla fine non ci
si può che chiedere: dove se ne è andata la solarità
ingenua che dovrebbe trasmetterci Amélie? (vai
alla recensione di Paolo Ferrara >>...)
LA
PIANISTA di M. Haneke
Trentanni dopo Ultimo tango a Parigi, venticinque da Limpero
dei sensi, venti da La signora della porta accanto, Haneke va a
Cannes con questo film damore impossibile e si prende tre
premi. Cosa ci avranno visto di speciale i giurati in una storia
di morbosità e mene piccolo-borghesi, non riesco proprio
a spiegarmelo. Il film non è né disturbante, né
stimolante, solo involontariamente comico. Mi spiace: Storie, dello
stesso regista, mi era piaciuto molto. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
SANTA
MARADONA di M. Ponti
DA ZERO A DIECI di L. Ligabue
Giovinastri (più o meno attempati) sono i protagonisti di
questi due film italiani. Alcune invenzioni visive e ritmiche sorprendentemente
si trovano presenti in entrambi, ma quanto uno è fresco,
divertente, ben recitato, laltro è pomposo, ambizioso,
falsamente tragico. Sono curioso di vedere il secondo film di Ponti,
sono sicuro che non farò la fila per il terzo di Ligabue.
SPY
GAME di T. Scott
BLACK HAWK DOWN di R. Scott (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
I fratelli Scott girano film dal ritmo anfetaminico, dalle immagini
fascinose, dove i complessi meccanismi della macchina cinema sono
oliati alla perfezione e funzionano come non mai. Peccato che se
ne sbattano allegramente dei contenuti di ciò che mettono
in scena. In questo caso sono protagonisti gli Stati Uniti e alcuni
suoi eroi. Da una parte due temerarie spie, con tutto il corollario
romantico legato a tali figure, dallaltro un manipolo di soldati
finiti a Mogadiscio e circondato dai ribelli somali. Bombe e bombette,
fucilate e pistolettate, esplosioni e ferimenti ti tengono incollati
il sedere alla sedia e gli occhi allo schermo. Purtroppo nei cinema
dove li si proietta non si sente lodore nauseante della carne
bruciata di cadaveri (duomo, non certo di porco spennellato
dolio con il rosmarino) e attorno agli spettatori non fischia
nessuna pallottola pericolosa e omicida: solo così si risveglierebbe
in noi il sano orrore per la guerra, qualunque guerra.
LUOMO
CHE NON CERA di J. Coen
I cervelli pensanti di Joel e Ethan Coen sono prodigiosi.
Leccessiva intelligenza diventa a volte il loro limite, ma
in questo film tutto funziona perfettamente: la fotografia è
abbagliante, lo sviluppo della storia lascia a bocca aperta, lattenzione
non scema mai, la meticolosa ricostruzione depoca (1949) è
un bagno salutare di cultura. Il ritmo circolare del film, poi,
piano piano ti risucchia nel suo gorgo infido e tannega, lasciandoti
sul groppone parecchie domande toste: il denaro è veramente
lo sterco del demonio? Una persona senza cattiveria, ma priva di
imperativi morali, è più facilmente omicida? Quanto
e quando lautismo dei propri pensieri deve saper interagire
con la collettività? La diffusione del benessere porta una
migliore qualità della vita? E mille altre questioni nelle
mille altre teste degli spettatori. Una sola certezza però:
se sei a bolletta e hai combinato qualcosa di scorretto, non è
proprio impossibile finire fritto sulla sedie elettrica. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
IL VOTO SEGRETO di B. Payami
Se pensate che Samuel Beckett sia stato solo un signore disturbato,
e non quel fine umorista che era, allora questo film iraniano non
fa per voi. Narra in tempi reali, perciò lenti perché
terzomondiali limpegno improbo e faticosissimo di una
donna, nominata commissario di seggio, per far votare gli aventi
diritto. Un militare indolente laccompagna e tra pozzi dacqua,
semafori nel deserto, galline, uomini in fuga, analfabeti, discorsi
su Dio e lenergia solare, si snoda unesemplare vicenda,
paragonabile per classicità solo alla comicità dilaniante
di alcuni testi del teatro dellassurdo.
A
BEAUTIFUL MIND di R. Howard
Il regista Ron Howard (ricordate il Ricky Cunningham di Happy
Days? è lui) non brilla per genialità eppure
il suo è sempre un cinema dignitoso (a parte linfame
Fuoco assassino), un cinema da tenere docchio. Lattore
Russell Crowe interpreta in maniera magistrale un matematico,
prima geniale, dopo schizofrenico, infine insignito del Nobel. Il
delirio quasi infantile del primo tempo: la guerra
fredda, le spie in nero, codici crittografici pazzeschi, lo si comprende
e apprezza solo con la visione del secondo tempo. Allora non conta
più niente, né la malattia del protagonista, né
la follia avanzante, né la fama che verrà, ma solo
lamore sponsale: irresponsabile, romantico, folle, e - soprattutto
- fedele oltre ogni limite. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
LA VERA STORIA DI JACK LO SQUARTATORE di A. e A. Hughes
Liniziale bagno nella solita Londra ottocentesca, dickensiana
e putrida, è un po disturbante. Ma con laiuto
dellispettore Abberline (Johnny Deep), spanato tra gli spanati
e cultore dei fumi chiarificatori delloppio, si
segue volentieri landamento del film con le sue logiche massoni
e classiste. Peccato per il finale riservato alla bellissima signorina
Mary (Heather Graham). In platea gli ominidi più evoluti,
me compreso, ululavano come licantropi stregati dalla luna ad ogni
di lei passaggio.
IL SIGNORE DEGLI ANELLI di
P. Jackson (vai alle
recensioni di Marco Ferrari e Paolo Ferrara >>...)
HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE di C. Columbus
(vai alla recensione di Paolo
Ferrara >>...)
Da Tolkien uno sceneggiato vecchio stile, con momenti di forte tensione
alternati a svolazzi della mente e a bonari dialoghi col prossimo.
Inappuntabile la messa in scena, ma il troppo mostrare del cinemascope
stempera lalone metafisico presente nella pagina del libro.
Eroico e imperdibile, almeno per un pubblico adolescente. Più
a misura dinfanzia Harry Potter, in cui il bambino
viene immediatamente rapito e catapultato nel film: a vincere e
a penare con eroi suoi simili, in un mondo dove la magia è
quella che ogni pargolo (almeno dellOccidente) immagina che
sia. Anche in questo caso inappuntabili le scenografie. Linizio
de Il Signore degli anelli è un po melenso, pare -
per un attimo - di essere finiti nel paese dei puffi che stanno
pubblicizzando le merendine del Mulino Bianco. Mentre gli occhioni
di Harry, amplificati dagli occhiali, sembrano subito quelli di
un magico gufo. Jackson è più ingenuo, Columbus (quello
di Mamma ho perso laereo e Mrs. Doubtfire) più scaltro.
Nessuno dei due prodotti farà la storia del cinema, ma entrambi
fanno subito molto per il nostro grasso divertimento.
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