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DIARIO
AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE,
a cura di Giampaolo
Mascheroni
CAST
AWAY di R. Zemeckis
Dove se nè andato il Zemeckis di Roger Rabbit
e di Ritorno al futuro? Per Spielberg era una gallina dalle
uova doro con la testa fina e qualche guizzo di
sana trasgressione. Ora è rimasta solo la gallina dalle uova
doro, insieme a tanta sapienza cinematografica, ma i contenuti
del film comunque godibili e non deficienti sono spudoratamente
(o ingenuamente?) nordamericani (in Forrest Gump avevano raggiunto
vertici ideologici aberranti). La pellicola non dovrebbe varcare
i confini per altro ampi - degli States. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
KIPPUR
di A. Gitai
Dopo la visione-scoperta di Kadosh, la visione-conferma di
Kippur. II signor Gitai ha una bella personalità,
non cè che dire, e mi piace. Questa non è industria
del cinema: sono viscere e cervice su un piatto dargento.
Non è solo un bel gioco cinematografico: è lossessione
assordante dellelicottero, è il tormento impietoso
del fango, è la città deserta, è loasi
lussureggiante che sincontra in un rapporto damore.
Finalmente schegge di granata si conficcano nella nostra testa,
scuotendola. (vai alla recensione
di Marco Ferrari >>...)
HANNIBAL
di R. Scott
Film solo per cinefili. Scott, ma non ce nera bisogno, dimostra
che il cinema lo sa fare e che si diverte a farlo, ma se qualcuno
saspettava una storia gialla, non superficiale, doveva starsene
a casa a leggersi un bel libro, naturalmente non Hannibal. Lamante
del cinema si lascia invece coccolare dalle immagini: da Firenze
con fumi simili a Hong Kong, dalle smorfie esagerate di Hopkins,
dalla cattiveria ruspante di Marescotti, dalla fragilità
italiota e languida di Giannini, pure dalla vicenda narrata: veramente
del cavolo. Ridley Scott, un po come Walter Hill,
è un regista da film muto. Provate, io lho fatto, a
vedere i loro film in una lingua sconosciuta dove siete in
grado di capire poco o nulla vi piaceranno di più.
(vai alla recensione di Stefano
Marzorati >>...)
LERBA
DI GRACE di N. Cole
Se pensate di gustarvi un film britannico trasgressivo e molto ghignoso,
come Full Monty - o più indietro nel tempo - Pranzo
reale, subirete una cocente delusione. La prima mezzoretta
funziona, poi lelogio sperticato alla marijuana ha bisogno
di una virata implausibile oltre ogni misura e il film diventa unaccozzaglia
di sgangheratezze buone per ventenni fumati, ma non per un qualsiasi
spettatore con del sale in zucca. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
THE
GOLDEN BOWL
di J. Ivory
Immagino debba essere fine, molto delicato, il romanzo di Henry
James da cui è tratto il film. Quanto lo sia Ivory
il regista invece lo sappiamo tutti. Ma tanta finezza
non ha aperto neanche unincrinatura nella mia psiche rozza.
Mè parso uno sceneggiato elegante, per nonnette sole
votate ai buoni sentimenti. Se qualcuno aveva unanima (e sia
James che Ivory ce lhanno) è rimasta purtroppo sepolta
sotto una patina dorata, e lelogio di una vita senza crisi
isteriche (cosa che tra laltro condivido molto) è sparito
nelleleganza troppo formale del prodotto. (vai
alla recensione di Marco Ferrari >>...)
LULTIMO
BACIO di G. Muccino
Sorpresa, sorpresa! Esulto per il cinema italiano, di cui tra laltro
recentemente mera molto piaciuto Sangue vivo. Ah, quanto
moralismo ho respirato, quanta tristezza per una società
quale la nostra totalmente deresponsabilizzata, depoliticizzata,
desacralizzata, decerebrata. In bello stile, senza nessuna compromissione
con la commedia allitaliana recente (fotocopia della fotocopia
di quella originaria) ho trovato Cinema e non battute da bar.
SOLSTIZIO
DESTATE di Tran Anh Hung
Ho visto tre film di questo regista, neanche una delusione. Sono
stato risucchiato ad Hanoi: ero lì in Vietnam a tagliare
con i miei gesti rallentati lumidità presente nellaria,
a produrre sudore che mi ungesse i capelli, a vivere limpegno
dei sentimenti (fraterni, paterni, sponsali
) dei protagonisti.
Invaso da questo film avrei voluto mangiare e bere con loro, sentire
i sapori e soprattutto percepire gli odori. Ecco: perché
il cinema non ha odore? Di fiori, di pelli, di cibi. E una
domanda che da molto mi tormenta. Forse che il cinema non sia come
la vita?
LA
STANZA DEL FIGLIO di N. Moretti
Che ci fa un cattivo come Nanni Moretti al capezzale di un
figlio morto in giovane età? Lo strazio, i sentimenti sono
trattati con pudore e bravura, ma dove se nè andato
il crudele Nanni-pensiero a me molto caro? Lo sgomento di fronte
allumanità visto in Bianca? Le battute al vetriolo
de La messa è finita? Questopera - lo sento - è
sincera, ma non riesce a scacciare lontano la nostalgia dei due
film citati. In fondo sono stato fulminato da ununica cosa:
Laura Morante. Bellissima! (vai
alla recensione di Marco Ferrari e Alberto Ostini >>...)
BREAD
AND ROSES di K. Loach
Chi avrebbe mai pensato che nel 2000 uno sciopero aziendale per
tutelare i diritti minimi dei lavoratori, potesse sembrare una bella
favola piena di retorica? Ken Loach è volato a Los
Angeles e fa un film molto, molto carino, raccontando e mai esibendo
la vita piena di dignità di poveri emigrati sudamericani
negli USA. Ma per degli spettatori occidentali con la panza molto
piena, un film gentile come questo scivola via senza provocare scalfittura
alcuna alle nostre menti anestetizzate e impermeabilizzate da troppi
strati di grasso. (vai alla
recensione di Marco Ferrari >>...)
BILLY
ELLIOT di J. Walters
Furbone questo regista, per suonare alla grande le corde delle nostre
emozioni non si risparmia nessuna possibilità cinematografica:
una patetica storia di riscatto, una bella fotografia con inquadrature
dai tagli suggestivi, un montaggio perfetto, attori superbi, un
protagonista straordinario. E tutta sta roba perfettina finisce
proprio per essere il limite del lavoro: senzalcuna sbavatura,
diventa solo un bel film e sallontana dalla vita vera. Pensate
se invece di gustare delle immagini sul grande schermo, avessimo
seguito la vicenda semplicemente leggendola in un libro ben scritto:
ci avrebbe emozionato con più intensità e ben oltre
le due ore dellintrattenimento cinematografico.
TRAFFIC
di S. Soderbergh
Un tassello qui, un tassello là, un tassello giù,
un tassello su. Sincrociano vite diverse a ritmo di falso
cinema dautore europeo (e la lezione americana di Don Siegel
dovè finita?). Lo spettatore non sannoia, ma
neppure accende il cervello, si lascia semplicemente andare alla
storiazza di droga: duso e di traffico. La cosa migliore del
film è che se ti scappa puoi andare in bagno e liberartene
senza patema danimo, tanto - quando torni non ti sei
perso niente. (vai alla
recensione di Marco Ferrari >>...)
vai
alla seconda parte di Diario americano >>
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