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voi siete qui: drive index | cinema | Diario Americano: indice | dicembre 2001/1

DIARIO AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE, a cura di Giampaolo Mascheroni

CAST AWAY di R. Zemeckis
Dove se n’è andato il Zemeckis di Roger Rabbit e di Ritorno al futuro? Per Spielberg era una gallina dalle uova d’oro con la testa “fina” e qualche guizzo di sana trasgressione. Ora è rimasta solo la gallina dalle uova d’oro, insieme a tanta sapienza cinematografica, ma i contenuti del film – comunque godibili e non deficienti – sono spudoratamente (o ingenuamente?) nordamericani (in Forrest Gump avevano raggiunto vertici ideologici aberranti). La pellicola non dovrebbe varcare i confini – per altro ampi - degli States. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

KIPPUR di A. Gitai
Dopo la visione-scoperta di Kadosh, la visione-conferma di Kippur. II signor Gitai ha una bella personalità, non c’è che dire, e mi piace. Questa non è industria del cinema: sono viscere e cervice su un piatto d’argento. Non è solo un bel gioco cinematografico: è l’ossessione assordante dell’elicottero, è il tormento impietoso del fango, è la città deserta, è l’oasi lussureggiante che s’incontra in un rapporto d’amore. Finalmente schegge di granata si conficcano nella nostra testa, scuotendola. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

HANNIBAL di R. Scott
Film solo per cinefili. Scott, ma non ce n’era bisogno, dimostra che il cinema lo sa fare e che si diverte a farlo, ma se qualcuno s’aspettava una storia gialla, non superficiale, doveva starsene a casa a leggersi un bel libro, naturalmente non Hannibal. L’amante del cinema si lascia invece coccolare dalle immagini: da Firenze con fumi simili a Hong Kong, dalle smorfie esagerate di Hopkins, dalla cattiveria ruspante di Marescotti, dalla fragilità italiota e languida di Giannini, pure dalla vicenda narrata: veramente del cavolo. Ridley Scott, un po’ come Walter Hill, è un regista da film muto. Provate, io l’ho fatto, a vedere i loro film in una lingua sconosciuta – dove siete in grado di capire poco o nulla – vi piaceranno di più. (vai alla recensione di Stefano Marzorati >>...)

L’ERBA DI GRACE di N. Cole
Se pensate di gustarvi un film britannico trasgressivo e molto ghignoso, come Full Monty - o più indietro nel tempo - Pranzo reale, subirete una cocente delusione. La prima mezz’oretta funziona, poi l’elogio sperticato alla marijuana ha bisogno di una virata implausibile oltre ogni misura e il film diventa un’accozzaglia di sgangheratezze buone per ventenni fumati, ma non per un qualsiasi spettatore con del sale in zucca. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

THE GOLDEN BOWL di J. Ivory
Immagino debba essere fine, molto delicato, il romanzo di Henry James da cui è tratto il film. Quanto lo sia Ivory – il regista – invece lo sappiamo tutti. Ma tanta finezza non ha aperto neanche un’incrinatura nella mia psiche rozza. M’è parso uno sceneggiato elegante, per nonnette sole votate ai buoni sentimenti. Se qualcuno aveva un’anima (e sia James che Ivory ce l’hanno) è rimasta purtroppo sepolta sotto una patina dorata, e l’elogio di una vita senza crisi isteriche (cosa che tra l’altro condivido molto) è sparito nell’eleganza troppo formale del prodotto. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

L’ULTIMO BACIO di G. Muccino
Sorpresa, sorpresa! Esulto per il cinema italiano, di cui tra l’altro recentemente m’era molto piaciuto Sangue vivo. Ah, quanto moralismo ho respirato, quanta tristezza per una società quale la nostra totalmente deresponsabilizzata, depoliticizzata, desacralizzata, decerebrata. In bello stile, senza nessuna compromissione con la commedia all’italiana recente (fotocopia della fotocopia di quella originaria) ho trovato Cinema e non battute da bar.

SOLSTIZIO D’ESTATE di Tran Anh Hung
Ho visto tre film di questo regista, neanche una delusione. Sono stato risucchiato ad Hanoi: ero lì in Vietnam a tagliare con i miei gesti rallentati l’umidità presente nell’aria, a produrre sudore che mi ungesse i capelli, a vivere l’impegno dei sentimenti (fraterni, paterni, sponsali…) dei protagonisti. Invaso da questo film avrei voluto mangiare e bere con loro, sentire i sapori e soprattutto percepire gli odori. Ecco: perché il cinema non ha odore? Di fiori, di pelli, di cibi. E’ una domanda che da molto mi tormenta. Forse che il cinema non sia come la vita?

LA STANZA DEL FIGLIO di N. Moretti
Che ci fa un cattivo come Nanni Moretti al capezzale di un figlio morto in giovane età? Lo strazio, i sentimenti sono trattati con pudore e bravura, ma dove se n’è andato il crudele Nanni-pensiero a me molto caro? Lo sgomento di fronte all’umanità visto in Bianca? Le battute al vetriolo de La messa è finita? Quest’opera - lo sento - è sincera, ma non riesce a scacciare lontano la nostalgia dei due film citati. In fondo sono stato fulminato da un’unica cosa: Laura Morante. Bellissima! (vai alla recensione di Marco Ferrari e Alberto Ostini >>...)

BREAD AND ROSES di K. Loach
Chi avrebbe mai pensato che nel 2000 uno sciopero aziendale per tutelare i diritti minimi dei lavoratori, potesse sembrare una bella favola piena di retorica? Ken Loach è volato a Los Angeles e fa un film molto, molto carino, raccontando e mai esibendo la vita piena di dignità di poveri emigrati sudamericani negli USA. Ma per degli spettatori occidentali con la panza molto piena, un film gentile come questo scivola via senza provocare scalfittura alcuna alle nostre menti anestetizzate e impermeabilizzate da troppi strati di grasso. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

BILLY ELLIOT di J. Walters
Furbone questo regista, per suonare alla grande le corde delle nostre emozioni non si risparmia nessuna possibilità cinematografica: una patetica storia di riscatto, una bella fotografia con inquadrature dai tagli suggestivi, un montaggio perfetto, attori superbi, un protagonista straordinario. E tutta ‘sta roba perfettina finisce proprio per essere il limite del lavoro: senz’alcuna sbavatura, diventa solo un bel film e s’allontana dalla vita vera. Pensate se invece di gustare delle immagini sul grande schermo, avessimo seguito la vicenda semplicemente leggendola in un libro ben scritto: ci avrebbe emozionato con più intensità e ben oltre le due ore dell’intrattenimento cinematografico.

TRAFFIC di S. Soderbergh
Un tassello qui, un tassello là, un tassello giù, un tassello su. S’incrociano vite diverse a ritmo di falso cinema d’autore europeo (e la lezione americana di Don Siegel dov’è finita?). Lo spettatore non s’annoia, ma neppure accende il cervello, si lascia semplicemente andare alla storiazza di droga: d’uso e di traffico. La cosa migliore del film è che se ti scappa puoi andare in bagno e liberartene senza patema d’animo, tanto - quando torni – non ti sei perso niente. (vai alla recensione di Marco Ferrari >>...)

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