Pubblichiamo
in anteprima, per gentile concessione di Marsilio Editori, l'introduzione
al volume, firmata da Luca Crovi:
Delitti allitaliana,
di Luca Crovi
Ho voluto
e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da
noi mancano i detectives, mancano i policeman e mancano i gangsters.
Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti.
Non si dimentichi che questa è la terra dei Boria, di
da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna... Il romanzo poliziesco
è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. E
il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare. Nulla
è più vivo, e aggressivo della morte oggi. Nel
romanzo poliziesco tutto partecipa al movimento, al dinamismo
contemporaneo: persino i cadaveri che sono, anzi, i veri protagonisti
dellavventura. Nel romanzo poliziesco ci riconosciamo
quali siamo: ognuno di noi può essere lassassino
o lassassinato.... Così, in maniera diretta
e dinamica uno scrittore ed intellettuale del calibro di Augusto
De Angelis rivendicava la dignità di un genere letterario
come il giallo sul finire degli anni Trenta. E in questo suo
sfogo articolato, che doveva costituire la base per una lunga
conferenza pubblica dedicata alla difesa del thriller nazionale,
De Angelis condensa già un po tutti gli elementi
che avrebbero caratterizzato negli anni a venire polemiche e
dibattiti sul valore della letteratura di genere, sulla qualità
del giallo tricolore e sulloriginalità dei nostri
giallisti. Per anni, un po sulla falsa riga di quegli
stessi argomenti proposti dal papà del commissario De
Vincenzi, critici e scrittori hanno discusso sullimportanza
più o meno rilevante del poliziesco nella letteratura
italiana, sul suo valore educativo e culturale, sulleventuale
sua categorizzazione nella serie A o nella serie B della nostra
narrativa. Il giallo italiano - scriveva quasi contemporaneamente
a De Angelis il critico Alberto Savinio - è assurdo per
ipotesi. Prima di tutto è una imitazione e porta addosso
tutte le pene di questa condizione infelicissima. Oltre a ciò
manca al giallo italiano, et pur cause, il romanticismo
criminalesco del giallo anglosassone. le nostre città
tuttaltro che tentacolari e rinettate dal sole non fanno
quadro al giallo né può fargli ambiente
la nostra brava borghesia. Dove sono i mostri della criminalità,
dove i re del delitto?.
Chissà cosa
penserebbe Savinio se sapesse che proprio quelItalia provinciale
che a lui non sembrava adatta ad essere terra di delitti e misteri
è stata presa di mira ripetutamente oltre che da decine
di autori italiani di successo ma anche da scrittori stranieri
come Michael Dibdin, Magdalen Nabb, Donna Leon, Thomas Harris
che hanno ambientato qui da noi decine di avventure poliziesche
che hanno per protagonisti italiani doc: dal commissario
Aurelio Zen al maresciallo dei carabinieri Guarnaccia, dal veneziano
commissario Brunetti al fiorentino commissario Pazzi. E i gialli
dambientazione italiana hanno avuto nel loro mirino proprio
quella brava, grassa ed apparentemente sonnolenta
borghesia tricolore, dimostratasi con il tempo inquieta e venefica.
Ma nonostante gli sforzi di decine e decine di autori le polemiche
e le discussioni intorno alla legittimazione nazionale di un
genere letterario come il giallo non sembrano ancora del tutto
spente a tuttoggi, nonostante i grandi successi in libreria
di Camilleri (capace di vendere nel giro di tre anni quasi tre
milioni di libri), Lucarelli, Fois, Macchiavelli & Guccini,
Ferrandino, Baldini, Rigosi, Pinketts, Scerbanenco, Carlotto,
etc.. Anzi, bisognerebbe sottolineare che proprio il grande
successo di questi narratori moderni ha suscitato ulteriormente
un bel polverone da parte dei critici togati. Solamente due
anni fa Eugenio Scalfari intitolava provocatoriamente un suo
corsivo Il giallo ha ucciso il romanzo, sottolineando
come la letteratura di genere avesse secondo lui impoverito
gli argomenti della nostra narrativa contemporanea. E qualche
tempo dopo, sempre Scalfari ha persino sostenuto che negli autori
italiani di gialli e noir degli ultimi ventanni l'analisi
psicologica dei personaggi è stata sostituita da una
serrata sequenza di fatti, gli esterni (paesaggi,
vedute, ambienti di città e paesi) sono stati di fatto
aboliti, il linguaggio si è ristretto a pochi tratti
essenziali e ad un numero di parole sufficiente al racconto
cronachistico, sfumature, metafore, risonanze semantiche, parole
evocative sono stati sacrificati alla rapidità necessaria
ad incalzare il lettore e tenerlo avvinto pagina dopo pagina
allo svolgimento delle vicende narrate". Ci viene da pensare
spontaneo che Scalfari si sia fermato anche lui come Savinio
agli Anni Trenta e non si sia mai preso la briga di sfogliare
nemmeno una pagina di nessuno degli autori che troverete in
questo libro!
Polemiche a parte, una cosa è sicura: in Italia, la letteratura
thriller è cresciuta di pari passo con alcuni dei nostri
migliori scrittori, ed il giallo è divenuto uno stilema
che è stato spesso adottato da grandi narratori (da Buzzati
a Sciascia, da Gadda a Soldati, da Eco a Bevilacqua, da Fruttero
& Lucentini a Bufalino, da Chiara a Prisco) per poter scandagliare
meglio lanima e la psicologia dei loro personaggi, per
indagare a fondo nei costumi ma soprattutto nei malcostumi del
nostro paese. Il giallo è divenuto nel tempo una maschera
che è stata utilizzata per mettere a nudo la tragicità
della nostra età contemporanea.
Il mio nuovo saggio
Tutti i colori del giallo (Marsilio) è stato
costruito in modo da potervi mostrare come si è sviluppata
dagli esordi ai giorni nostri, in maniera autonoma, critica
e convincente, la narrativa gialla nel nostro paese.
La mia analisi che non intende essere affatto esaustiva ne tantomeno
accademica, vista la vastità dellargomento trattato,
nasce dalle ceneri di un mio precedente studio intitolato Delitti
di carta nostra e pubblicato nel mese di settembre 2000
dalla casa editrice Puntozero di Bologna. Quel libro tascabile
ebbe la fortuna di esaurire la sua prima tiratura nel giro di
pochi mesi. Convinse il mio editore a una seconda fortunata
ristampa e costrinse me a proseguire on line la
mia indagine sulla narrativa poliziesca italiana, mettendo così
a disposizione in rete alcuni inediti capitoli che esploravano
settori che non avevo potuto sviluppare in Delitti di
carta nostra.
Le mie ricerche sono però proseguite di parecchio anche
rispetto alla documentazione che misi a disposizione gratuitamente
su Internet anche perché il fenomeno giallo italiano
sta continuando a bollire e ribollire nella grande pentola della
narrativa di genere di casa nostra. Ho quindi pensato che potesse
essere stimolante per i lettori (ma anche divertente per me)
produrre unaltra opera che sviluppasse in maniera ancora
più completa largomento. Ringrazio quindi Edoardo
Rosati e Andrea Plazzi che mi stimolarono allepoca a produrre
il mio Delitti... e che mi hanno concesso la possibilità
di riutilizzare parte del mio lavoro precedente in questo nuovo
e più completo volume che Marsilio ha deciso coraggiosamente
di editare. I due libri sono uno lintegrazione dellaltro.
Postille sul passato a parte, in Italia possiamo con tranquillità
affermare che dal 1887, anno in cui Emilio De Marchi pubblicò
il suo Cappello da prete, il giallo italiano non
ha mai cessato di far risuonare il suo continuo tam tam, a volte
in maniera sotterranea, a volte in maniera pubblica (anzi, come
abbiamo sottolineato nel primo capitolo del nostro libro ci
furono persino alcuni antecedenti feuilletonistici di successo
che fecero da trampolino di lancio allopera di De Marchi
e anticiparono la nascita del genere thriller nostrano).
I recenti anni Novanta hanno significato molto per la nostra
letteratura di genere, segnalandola allattenzione dei
lettori e dei media, ma anche gli anni Trenta, gli anni Sessanta
e Settanta, e persino gli anni Ottanta avevano dato ottimi frutti.
De Angelis nelle sue inchieste del commissario De Vincenzi mostrava
già uno spessore narrativo e psicologico che non ha nulla
da invidiare al ciclo della Milano nera di Giorgio Scerbanenco
o alle storie metropolitane di Carlo Lucarelli. Luciano Folgore,
Carlo Manzoni e Giuseppe Ciabattini ci hanno mostrato nei loro
romanzi una vis comica degna del miglior Andrea G. Pinketts.
Giuseppe Ferrandino, Massimo Siviero e Goffredo Buccini, dal
canto loro, nelle loro storie di ambientazione partenopea verace
possono benissimo essere definiti come i pronipoti di Attilio
Veraldi o di Luigi Mastriani e Matilde Serao.
Andrea Camilleri, Santo Piazzese e Domenico Cacopardo devono
molto della loro inquietudine siciliana a Leonardo Sciascia
e Luigi Pirandello (al quale Camilleri ha persino dedicato recentemente
una intensa monografia) e non si vergognano di omaggiarli esplicitamente
nelle loro opere.
Persino Renato Olivieri e Luciano Anselmi con i loro romanzi
ambientati a Milano e nelle Marche hanno sicuramente addestrato
locchio metropolitano di Loriano Macchiavelli e locchio
provinciale di Valerio Varesi, mentre Arturo La Nocita sembra
aver suggerito a Corrado Augias la sua deliziosa malizia mondana
romana.
Le denunce sociali di Giorgio Scerbanenco, che ci ha narrato
la Milano dello sboom, sono tornate ad echeggiare
nella narrativa di Massimo Carlotto che ha nel centro del mirino
lo sfascio criminale presente nei terrritori benestanti del
Nord Est. E potremmo andare avanti a lungo con i paralleli stilistici
e contenutistici fra passato e presente, sottolineando in maniera
precisa la continuità di un genere che ha dimostrato
di poter sopravvivere ai tempi e alle mode e che ha saputo arrivare
direttamente al cuore di migliaia di lettori.
Non solo i nostri autori hanno dato una continuità naturale
alle loro storie ma hanno anche saputo interpretare con coerenza
il linguaggio della letteratura di suspense, seguendo le regole
di vari sottogeneri che sono stati da loro percorsi in maniera
autonoma.
Nessuna categoria
del mistero è stato tralasciata dai nostri scrittori
che sono riusciti a impegnarsi con ottimi risultati nei romanzi
dappendice, nel noir, nel procedural, nel legal thriller,
nella spy story, nella crime story, nella detective story, nel
pulp, nellhard boiled, nel giallo storico, nel true crime,
nelle serial killer stories e persino nel giallo umoristico.
Per fare questo hanno cercato di recuperare il più possibile
lhumus, laria e i sapori della nostra terra, dando
vita a personaggi plausibili che assomigliano a quelli che ci
è capitato di incontrare nella vita di tutti i giorni.
Lambientazione cittadina o provinciale specifica dei gialli
italiani è da sempre stata una delle costanti vincenti
della nostra narrativa poliziesca: il simenoniano e raffinato
commissario Richard di DErrico non avrebbe che potuto
muoversi nella Parigi degli Anni Trenta; il filosofo e poeta
De Vincenzi ideato da Augusto De Angelis poteva scegliere come
luogo dei suoi studi sullanima umana solo la fredda e
nebbiosa Milano (quella stessa città criminale e violenta
che tanto turberà il Duca Lamberti di Scerbanenco); il
sor Ascanio Bonichi ideato da Varaldo così come il commissario
Ciccio Ingravallo di Gadda potevano percorrere a loro agio (sonnecchiando
a tratti) solo la campagna e la periferia romana, così
come il colitico e pacifico questurino Sarti Antonio (misurato
a doc da Macchiavelli) non avrebbe che potuto passeggiare sotto
i portici della sua amata-odiata Bologna e il placido punitore
Pericle il Nero di Ferrandino non avrebbe potuto svolgere la
sua opera di vendicatore di offese che nella sua caotica Napoli
(quella stessa città che aveva dato Natali, Pasque e
Capodanni al buon Sasà e allarrabbiato Naso di
Cane di Veraldi). Il commissario siciliano Santamaria avrebbe
potuto vivere sconfortato e con le mani burocraticamente legato
solo una città spettrale, fredda e finta come Torino.
A unampia geografia delle nostre città è
corrisposta nel tempo unaltrettanto variopinta galleria
di protagonisti della nostra letteratura dindagine: ispettori,
avvocati, giornalisti, commissari, detective, agenti delle Squadra
Mobile, spazzine, barboni, investigatori privati, ex medici
radiati dallordine, uomini qualunque che, nel bene o nel
male, hanno percorso (o abbandonato) parallelamente le strade
della legge e quelle della criminalità.
Molti dei protagonisti
della nostra narrativa thriller hanno inoltre contestualizzato
in maniera precisa i loro romanzi anche dal punto di vista storico
oltre che sociale, hanno quindi identificato crimini e criminali,
colpe e colpevoli, drammi ed angoscie del nostro paese ambientandoli
in epoche diverse. Non è un caso che Umberto Eco, Corrado
Augias, Nino Majellaro, Danila Comastri Montanari, Marcello
Fois, Rosario Macrì, Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli
abbiano investigato spesso nel passato regalandoci personaggi
immortali come Guglielmo da Baskerville, Andrea Sperelli, il
Bargello della Vetra, Publio Aurelio Stazio, Bustianu, Ponzio
Epafrodito, Giovanni Bovara, lispettore Marino e il commissario
De Luca che sono divenuti nel tempo beniamini del grande pubblico.
Nelle saghe di quei piccoli e grandi eroi immaginari il pubblico
ha potuto riassaporare gli umori e i gusti del medioevo, dellepoca
umbertina, del Seicento di manzoniana memoria, dellepoca
romana imperiale, della prima e della seconda guerra mondiale.
Periodi storici ricostruiti in maniera dettagliata, precisa
ma soprattutto emozionante. I nostri romanzieri non hanno infatti
trovato soltanto una cornice adatta alle loro storie di misteri,
delitti, rapine e ricatti, una preziosa confezione per storie
di classica routine ma hanno attuato una vera e propria opera
di ricerca sullo spirito della nostra terra, così come
essenziale è stata allinterno di molti dei loro
libri la ricerca sul linguaggio. Pensate alluso che della
lingua romana fa Carlo Emilio Gadda in due autentici thriller
come Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e
La cognizione del dolore, esplorate luso oculato
sempre della lingua siciliana ottocentesca e contemporanea che
fa Camilleri nei suoi gialli a sfondo teatrale, stupitevi della
rabbiosa ricerca lessicale sullidioma sardo di Fois nel
ciclo dedicato al poeta-investigatore Sebastiano Satta. Ma potremmo
anche analizzare i simpatici detti e motti napoletani che costellano
e colorano lopera di Veraldi, Ferrandino e Siviero. O
potremmo magari indagare filologicamente sulle pirotecniche
figure retoriche che impreziosiscono i racconti di Andrea G.
Pinketts, la cui grande forza di narratore è tutta racchiusa
nel fiume di parole con cui affoga i suoi lettori. Una sequenza
sterminata di battute mordaci e salaci, costruite in maniera
dotta che mostrano veri e propri equilibrismi circensi nelluso
degli aggettivi, degli avverbi, dei nomi e delle figure retoriche.
Raffiche di parole che costituiscono anche una delle caratteristiche
più pregnanti della narrativa di Carlo Manzoni capace
di regalarci fra il 1959 e il 1963 titoli come Ti spacco
il muso, bimba!, Io, quella la faccio a fette,
Ti svito le tonsille piccola!, Ti faccio un
occhio nero e un occhio blu, Un calcio di rigor
sul tuo bel muso. Titoli che , diciamocelo sinceramente,
sono già di per se stessi, un bel programma letterario.
E sempre per quello che riguarda luso del linguaggio,
non meno scatenati di Manzoni e Pinketts ci sembrano Carlo Lucarelli
e Nicoletta Vallorani quando fanno propri, nei loro romanzi
metropolitani, idiomi diversi ma fra loro complementari come
quelli del cinema, della televisione, della narrativa, del fumetto,
dei videoclip pubblicitari e musicali in una sorta di gigantesco
blob universale-globale.
Per non parlare poi di Giorgio Scerbanenco che per primo riuscì
nelle sue opere a portare il linguaggio duro e spietato della
strada, costruendo racconti e romanzi sorprendenti dedicati
alle esistenze di piccoli e grandi diseredati, uomini e donne
soggetti sempre a un destino tragico che sembrano provenire
direttamente dalle pagine della cronaca nera e che si esprimono
ognuno in maniera diversa a seconda delle proprie condizioni
sociali. Vittime della marcia società che li circonda,
animali braccati dal destino e sperduti in una specie di grande
labirinto senza via duscita (un muro di indifferenza e
dipocrisia che un personaggio come Duca Lamberti vorrebbe
abbattere una volta per tutte!).
Come potete già notare da queste prime semplici considerazioni
i delitti di carta nostra hanno delineato uno spettro
di ricerca letteraria piuttosto ampio in quasi duecento anni
di storia.
I tanto celebrati
e fortunati (sia editorialmente che contenutisticamente parlando)
anni Novanta del giallo italiano non sono dunque stati che la
punta di un iceberg costruitosi nel tempo, grazie a forti nevicate
e glaciazioni. I successi in libreria degli anni Novanta on
sarebbero esistiti se negli anni precedenti un pool di autori
di serie A non avesse percorso il sentiero della narrativa di
genere con passione, gusto, coraggio ed intelligenza. E daltra
va ricordato che gli autori spesso non si sarebbero impegnati
in questa loro ricerca letteraria se non avessero avuto alle
spalle editor che nelle loro collane hanno dato ampio spazio
al giallo e al noir (Alberto Tedeschi, Oreste Del Buono, Laura
Grimaldi, Marco Tropea, Raffaele Crovi, Luigi Bernardi, Daniele
Brolli, tanto per citare i più attivi sul campo che si
sono battuti per la sopravvivenza e il rinnovamento di un genere
tanto amato dai lettori quanto inviso ai media).
Gli autori degli anni Novanta hanno avuto la grande fortuna
di non essere isolati sul mercato. In questi ultimi tempi sono
infatti stati in tanti a centrare lobbiettivo del successo
di pubblico e di critica. Alla quantità dei titoli si
è abbinata infatti unottima qualità letteraria.
Scrittori come Camilleri e Lucarelli sono arrivati a sbancare
in libreria grazie al sotterraneo passaparola dei lettori che
li avevano apprezzati fin dalle loro prime apparizioni da Sellerio,
da Theoria, da Granata Press (quando ancora Mondadori, Rizzoli
ed Einaudi non li corteggiavano). La coalizione spesso in associazioni
di promozione culturale (come il Gruppo 13 di Bologna, la Scuola
dei Duri o la libreria La Sherlockiana di Milano) ha innescato
un meccanismo positivo di solidarietà fra i giallisti
che li ha portati negli ultimi tempi a collaborare nella costruzione
di una sorta di grande manifesto del thriller italiano che si
è sviluppato poco alla volta attraverso la pubblicazione
di ognuno dei loro racconti e romanzi. Storie che parlano di
omicidi e rapine, di intrighi internazionali e rapimenti, di
truffe e colpi di stato, vicende che scandagliano a fondo le
colpe e mettono in luce i colpevoli (oppure preferiscono a volta
lasciarli volontariamente nellombra). Avventure destinate
ad attanagliare pagina dopo pagina lattenzione dei lettori
focalizzando lessenza di una società e civiltà
in continuo mutamento. In Italia, in maniera molto casereccia
si è scelto di dare a questo specifico genere letterario
un colore tutto particolare: il giallo (così come alla
letteratura romantica e tutta al femminile si è scelto
di regalare il rosa). Una tinta selezionata in origine per caratterizzare
la celebre collana dei Libri Gialli della Mondadori
(uscita per la prima volta nel 1929) e che praticamente da quel
momento in poi ha caratterizzato lo stile di tutto un movimento.
Dalla nascita di quella serie di libri con il fondo paglierino
e la copertina cerchiata al centro di rosso sono in molti ad
aver attinto il loro pennino nel giallo (magari
virandolo in noir) cercando di dare maggiori sfumature
alla nostra narrativa tricolore. A tutte quelle tonalità
del colore giallo abbiamo cercato di dare spazio in questo volume.
Ho così scandagliato il fenomeno giallo italiano
attraverso molte sue sfumature: quella fumettistica, quella
letteraria, quella televisiva, quella copertinistica, etc...
Dalla mia analisi ho omesso per problemi di spazio tre importanti
settori in cui si è sviluppato in maniera autonoma il
nostro thriller nazionale: quello cinematografico, quello radiofonico
e quello teatrale (che però non poco hanno contribuito
al successo e alla continuazione di uno stile personale della
narrativa di suspense nazionale).
Altri saggisti avevano in precedenza percorso lo stesso sentiero
di ricerca e probabilmente senza la loro opera coraggiosa molte
delle opere fondamentali dei nostri autori sarebbero cadute
nel dimenticatoio. Citiamo quindi qui in ordine sparso alcuni
dei breviari fondamentali che ci hanno accompagnato nella nostra
indagine: Il romanzo giallo redatto da Stefano Benvenuti
e Gianni Rizzoni con la consulenza tecnica del grande Alberto
Tedeschi (in pratica la bibbia del giallo che racchiude
tutto di tutti fino al 1979); la Storia del giallo italiano
di Loris Rambelli (che ha siglato la prima intrepida guida critica
e bibliografica del genere); LItalia in Giallo
di Massimo Carloni (che ha sezionato regionalmente e contenutisticamente
gli sviluppi della nostra narrativa di suspense dal 1966 al
1994); Le figure del delitto. Il libro poliziesco in Italia
dalle origini a oggi a cura di Renzo Cremante (un viaggio
affascinante nel mondo delle edizioni e delle copertine della
nostra narrativa thrilling); il Dizionario bibliografico
del giallo a cura di Roberto Pirani, Monica Mare e Maria
Grazia De Antoni (preziosa opera che continua ad essere ampliata
e aggiornata e che rappresenta la migliore fonte documentaria
dedicata alle migliaia di thriller editi in Italia), Le
maschere del mistero, di Raffaele Crovi (che raccoglie
in volume quarantanni di testimonianze critiche firmate
da un editore, autore ma soprattutto fan del giallo); Lofficina
del mistero, di Gisella Padovani (che ha avuto il merito
di focalizzare lattenzione sulla narrativa thriller italiana
degli anni Settanta). E mi fermo qui nella lista dei nostri
indispensabili compagni di viaggio, volumi che vi consiglio
caldamente di recuperare magari aggiungendo anche qualche altro
titolo che vi ho segnalato in bibliografia.
Dovendo dare necessariamente un certo taglio cronologico al
mio saggio ho deciso di focalizzare la mia attenzione soprattutto
a partire dalla fine degli anni Sessanta anche se troverete
allinizio di questo volume una parte non esattamente piccola
dedicata agli esordi della nostra letteratura di genere.
Perché proprio
gli anni Sessanta e non i Cinquanta, i Trenta o i Settanta vi
chiederete voi? (visto che i gialli italiani sono sempre stati
soggetti ai continui flussi e riflussi!).
A convincerci nella mia scelta è stato laver scoperto
che proprio nei mitici anni Sessanta (quelli in
cui i nostri juke box suonavano le canzoni di Gianni Morandi
e Little Tony, ma anche quelli della contestazione studentesca)
lattenzione degli italiani è stata catalizzata
da tre fenomeni destinati ad essere per vari motivi seminali
per le produzioni editoriali e televisive future:
1) Nel novembre 1959 la Rai manda in onda la trasmissione Giallo
Club che lancia la figura del tenente Ezechiele Sheridan
interpretato da Ubaldo Lai. Diventerà uno dei beniamini
degli sceneggiati nazionali ma anche di Carosello e stimolerà
gli autori televisivi italiani a cercare di creare nuove storie
di suspense per i teleschermi.
2) Nel 1962, le sorelle Angela e Luciana Giussani creano il
personaggio a fumetti di Diabolik e inizia così il fenomeno
del nero italiano. Fino a quel momento lindagine
poliziesca era stata affidata a personaggi forti e impavidi
come Dick Fulmine, Asso di Picche, Furio Almirante ma non era
mai accaduto che un personaggio negativo diventasse protagonista
di una serie. Col tempo nel mondo delle strips nostrane vedremo
a poco a poco affiorare altri generi oltre al nero: il giallo,
il poliziesco, il mistery, il noir, lo spionistico sia con venature
realistiche che umoristiche. Ed emergeranno allombra di
grandi cattivi come Diabolik, Kriminal, Satanik protagonisti
buoni come il Commissario Spada, il Maestro, Nick Raider, Dylan
Dog, Nathan Never, Julia, Napoleone. Indagatori di diversa specie
che metteranno la loro esperienza al servizio del bene.
3) Nel 1966 esce Venere privata, il primo dei romanzi
dedicati alla Milano Nera da Giorgio Scerbanenco. Vi appare
la figura carismatica di Duca Lamberti, un investigatore del
tutto particolare: un ex medico radiato dallordine, condannato
a tre anni di carcere per eutanasia. Il giallo made in Italy
subisce allora un vero e proprio terremoto, cambia faccia e
se ce lo permettete cambia persino colore, assumendo anche molte
sfumature del nero. Comincia finalmente ad avere una connotazione
più squisitamente nostrana e non sarà da allora
più lo stesso. Non è un caso che città
come Milano, Roma, Napoli, Bologna, Torino, Palermo diventeranno
da allora credibili scenari dei nuovi thriller italiani.
Quelli che vi ho qui enunciato sono solo tre indizi che hanno
costituito dei piccoli spunti di partenza per la nostra indagine,
delle piste da battere durante la ricerca e ne hanno delimitato
i contorni. E concludo la mia carrellata introduttiva con la
canonica domanda che fan, scrittori e critici continuano a porsi:
Dove va il giallo italiano?. Sono convinto che bisognerebbe
chiederlo direttamente a Milani, a Fois, a Pinketts, a Macchiavelli,
alla Comastri Montanari, a Colaprico, a Buccini, a Baldini,
a Rigosi, a Dazieri, a Simi, a Camilleri, a Lucarelli, a Santo
Piazzese, a Rigosi, a Dazieri, a Rigosi, a Baldini, alla Vallorani,
alla Garlaschelli, a Carlotto, a Varesi, Nelli, Gori che continuano
a mostrarsi pimpanti e superproduttivi. Per fortuna, grazie
alle costanti riedizioni Garzanti, Giorgio Scerbanenco sta rivivendo
una nuova felice stagione di successo. Sellerio ha iniziato
a ristampare De Angelis, Avagliano sta scommettendo sulle riedizioni
De Marchi e Veraldi.
Quindi, dopo la grande esplosione degli anni Novanta, la miccia
del giallo italiano è ancora accesa e pronta a regalarci
nuovi spettacoli pirotecnici. Noi, dal canto nostro, ci siamo
già sistemati comodi in poltrona. Siamo sicuri che ne
vedremo ancora di tutti i colori!
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