novità editoriali: Tutti i colori del giallo




 
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Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione di Marsilio Editori, l'introduzione al volume, firmata da Luca Crovi:

Delitti all’italiana, di Luca Crovi

“Ho voluto e voglio fare un romanzo poliziesco italiano. Dicono che da noi mancano i detectives, mancano i policeman e mancano i gangsters. Sarà, a ogni modo a me pare che non manchino i delitti. Non si dimentichi che questa è la terra dei Boria, di da Romano, dei Papi e della Regina Giovanna... Il romanzo poliziesco è il frutto rosso di sangue della nostra epoca. E’ il frutto, il fiore, la pianta che il terreno poteva dare. Nulla è più vivo, e aggressivo della morte oggi. Nel romanzo poliziesco tutto partecipa al movimento, al dinamismo contemporaneo: persino i cadaveri che sono, anzi, i veri protagonisti dell’avventura. Nel romanzo poliziesco ci riconosciamo quali siamo: ognuno di noi può essere l’assassino o l’assassinato...”. Così, in maniera diretta e dinamica uno scrittore ed intellettuale del calibro di Augusto De Angelis rivendicava la dignità di un genere letterario come il giallo sul finire degli anni Trenta. E in questo suo sfogo articolato, che doveva costituire la base per una lunga conferenza pubblica dedicata alla difesa del thriller nazionale, De Angelis condensa già un po’ tutti gli elementi che avrebbero caratterizzato negli anni a venire polemiche e dibattiti sul valore della letteratura di genere, sulla qualità del giallo tricolore e sull’originalità dei nostri giallisti. Per anni, un po’ sulla falsa riga di quegli stessi argomenti proposti dal papà del commissario De Vincenzi, critici e scrittori hanno discusso sull’importanza più o meno rilevante del poliziesco nella letteratura italiana, sul suo valore educativo e culturale, sull’eventuale sua categorizzazione nella serie A o nella serie B della nostra narrativa. “Il giallo italiano - scriveva quasi contemporaneamente a De Angelis il critico Alberto Savinio - è assurdo per ipotesi. Prima di tutto è una imitazione e porta addosso tutte le pene di questa condizione infelicissima. Oltre a ciò manca al ‘giallo’ italiano, et pur cause, il romanticismo criminalesco del giallo anglosassone. le nostre città tutt’altro che tentacolari e rinettate dal sole non ‘fanno quadro’ al giallo né può ‘fargli ambiente’ la nostra brava borghesia. Dove sono i mostri della criminalità, dove i re del delitto?”.

Chissà cosa penserebbe Savinio se sapesse che proprio quel’Italia provinciale che a lui non sembrava adatta ad essere terra di delitti e misteri è stata presa di mira ripetutamente oltre che da decine di autori italiani di successo ma anche da scrittori stranieri come Michael Dibdin, Magdalen Nabb, Donna Leon, Thomas Harris che hanno ambientato qui da noi decine di avventure poliziesche che hanno per protagonisti “italiani doc”: dal commissario Aurelio Zen al maresciallo dei carabinieri Guarnaccia, dal veneziano commissario Brunetti al fiorentino commissario Pazzi. E i gialli d’ambientazione italiana hanno avuto nel loro mirino proprio quella “brava”, grassa ed apparentemente sonnolenta borghesia tricolore, dimostratasi con il tempo inquieta e venefica. Ma nonostante gli sforzi di decine e decine di autori le polemiche e le discussioni intorno alla legittimazione nazionale di un genere letterario come il giallo non sembrano ancora del tutto spente a tutt’oggi, nonostante i grandi successi in libreria di Camilleri (capace di vendere nel giro di tre anni quasi tre milioni di libri), Lucarelli, Fois, Macchiavelli & Guccini, Ferrandino, Baldini, Rigosi, Pinketts, Scerbanenco, Carlotto, etc.. Anzi, bisognerebbe sottolineare che proprio il grande successo di questi narratori moderni ha suscitato ulteriormente un bel polverone da parte dei critici togati. Solamente due anni fa Eugenio Scalfari intitolava provocatoriamente un suo corsivo “Il giallo ha ucciso il romanzo”, sottolineando come la letteratura di genere avesse secondo lui impoverito gli argomenti della nostra narrativa contemporanea. E qualche tempo dopo, sempre Scalfari ha persino sostenuto che negli autori italiani di gialli e noir degli ultimi vent’anni “l'analisi psicologica dei personaggi è stata sostituita da una serrata sequenza di fatti, gli ‘esterni’ (paesaggi, vedute, ambienti di città e paesi) sono stati di fatto aboliti, il linguaggio si è ristretto a pochi tratti essenziali e ad un numero di parole sufficiente al racconto cronachistico, sfumature, metafore, risonanze semantiche, parole evocative sono stati sacrificati alla rapidità necessaria ad incalzare il lettore e tenerlo avvinto pagina dopo pagina allo svolgimento delle vicende narrate". Ci viene da pensare spontaneo che Scalfari si sia fermato anche lui come Savinio agli Anni Trenta e non si sia mai preso la briga di sfogliare nemmeno una pagina di nessuno degli autori che troverete in questo libro!
Polemiche a parte, una cosa è sicura: in Italia, la letteratura thriller è cresciuta di pari passo con alcuni dei nostri migliori scrittori, ed il giallo è divenuto uno stilema che è stato spesso adottato da grandi narratori (da Buzzati a Sciascia, da Gadda a Soldati, da Eco a Bevilacqua, da Fruttero & Lucentini a Bufalino, da Chiara a Prisco) per poter scandagliare meglio l’anima e la psicologia dei loro personaggi, per indagare a fondo nei costumi ma soprattutto nei malcostumi del nostro paese. Il giallo è divenuto nel tempo una maschera che è stata utilizzata per mettere a nudo la tragicità della nostra età contemporanea.

Il mio nuovo saggio “Tutti i colori del giallo” (Marsilio) è stato costruito in modo da potervi mostrare come si è sviluppata dagli esordi ai giorni nostri, in maniera autonoma, critica e convincente, la narrativa gialla nel nostro paese.
La mia analisi che non intende essere affatto esaustiva ne tantomeno accademica, vista la vastità dell’argomento trattato, nasce dalle ceneri di un mio precedente studio intitolato “Delitti di carta nostra” e pubblicato nel mese di settembre 2000 dalla casa editrice Puntozero di Bologna. Quel libro tascabile ebbe la fortuna di esaurire la sua prima tiratura nel giro di pochi mesi. Convinse il mio editore a una seconda fortunata ristampa e costrinse me a proseguire “on line” la mia indagine sulla narrativa poliziesca italiana, mettendo così a disposizione in rete alcuni inediti capitoli che esploravano settori che non avevo potuto sviluppare in “Delitti di carta nostra”.
Le mie ricerche sono però proseguite di parecchio anche rispetto alla documentazione che misi a disposizione gratuitamente su Internet anche perché il “fenomeno giallo italiano” sta continuando a bollire e ribollire nella grande pentola della narrativa di genere di casa nostra. Ho quindi pensato che potesse essere stimolante per i lettori (ma anche divertente per me) produrre un’altra opera che sviluppasse in maniera ancora più completa l’argomento. Ringrazio quindi Edoardo Rosati e Andrea Plazzi che mi stimolarono all’epoca a produrre il mio “Delitti...” e che mi hanno concesso la possibilità di riutilizzare parte del mio lavoro precedente in questo nuovo e più completo volume che Marsilio ha deciso coraggiosamente di editare. I due libri sono uno l’integrazione dell’altro.
Postille sul passato a parte, in Italia possiamo con tranquillità affermare che dal 1887, anno in cui Emilio De Marchi pubblicò il suo “Cappello da prete”, il giallo italiano non ha mai cessato di far risuonare il suo continuo tam tam, a volte in maniera sotterranea, a volte in maniera pubblica (anzi, come abbiamo sottolineato nel primo capitolo del nostro libro ci furono persino alcuni antecedenti feuilletonistici di successo che fecero da trampolino di lancio all’opera di De Marchi e anticiparono la nascita del genere thriller nostrano).
I recenti anni Novanta hanno significato molto per la nostra letteratura di genere, segnalandola all’attenzione dei lettori e dei media, ma anche gli anni Trenta, gli anni Sessanta e Settanta, e persino gli anni Ottanta avevano dato ottimi frutti.
De Angelis nelle sue inchieste del commissario De Vincenzi mostrava già uno spessore narrativo e psicologico che non ha nulla da invidiare al ciclo della Milano nera di Giorgio Scerbanenco o alle storie metropolitane di Carlo Lucarelli. Luciano Folgore, Carlo Manzoni e Giuseppe Ciabattini ci hanno mostrato nei loro romanzi una vis comica degna del miglior Andrea G. Pinketts.
Giuseppe Ferrandino, Massimo Siviero e Goffredo Buccini, dal canto loro, nelle loro storie di ambientazione partenopea verace possono benissimo essere definiti come i pronipoti di Attilio Veraldi o di Luigi Mastriani e Matilde Serao.
Andrea Camilleri, Santo Piazzese e Domenico Cacopardo devono molto della loro inquietudine siciliana a Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello (al quale Camilleri ha persino dedicato recentemente una intensa monografia) e non si vergognano di omaggiarli esplicitamente nelle loro opere.
Persino Renato Olivieri e Luciano Anselmi con i loro romanzi ambientati a Milano e nelle Marche hanno sicuramente addestrato l’occhio metropolitano di Loriano Macchiavelli e l’occhio provinciale di Valerio Varesi, mentre Arturo La Nocita sembra aver suggerito a Corrado Augias la sua deliziosa malizia mondana romana.
Le denunce sociali di Giorgio Scerbanenco, che ci ha narrato la Milano dello “sboom”, sono tornate ad echeggiare nella narrativa di Massimo Carlotto che ha nel centro del mirino lo sfascio criminale presente nei terrritori benestanti del Nord Est. E potremmo andare avanti a lungo con i paralleli stilistici e contenutistici fra passato e presente, sottolineando in maniera precisa la continuità di un genere che ha dimostrato di poter sopravvivere ai tempi e alle mode e che ha saputo arrivare direttamente al cuore di migliaia di lettori.
Non solo i nostri autori hanno dato una continuità naturale alle loro storie ma hanno anche saputo interpretare con coerenza il linguaggio della letteratura di suspense, seguendo le regole di vari sottogeneri che sono stati da loro percorsi in maniera autonoma.

Nessuna categoria del mistero è stato tralasciata dai nostri scrittori che sono riusciti a impegnarsi con ottimi risultati nei romanzi d’appendice, nel noir, nel procedural, nel legal thriller, nella spy story, nella crime story, nella detective story, nel pulp, nell’hard boiled, nel giallo storico, nel true crime, nelle serial killer stories e persino nel giallo umoristico. Per fare questo hanno cercato di recuperare il più possibile l’humus, l’aria e i sapori della nostra terra, dando vita a personaggi plausibili che assomigliano a quelli che ci è capitato di incontrare nella vita di tutti i giorni. L’ambientazione cittadina o provinciale specifica dei gialli italiani è da sempre stata una delle costanti vincenti della nostra narrativa poliziesca: il simenoniano e raffinato commissario Richard di D’Errico non avrebbe che potuto muoversi nella Parigi degli Anni Trenta; il filosofo e poeta De Vincenzi ideato da Augusto De Angelis poteva scegliere come luogo dei suoi studi sull’anima umana solo la fredda e nebbiosa Milano (quella stessa città criminale e violenta che tanto turberà il Duca Lamberti di Scerbanenco); il sor Ascanio Bonichi ideato da Varaldo così come il commissario Ciccio Ingravallo di Gadda potevano percorrere a loro agio (sonnecchiando a tratti) solo la campagna e la periferia romana, così come il colitico e pacifico questurino Sarti Antonio (misurato a doc da Macchiavelli) non avrebbe che potuto passeggiare sotto i portici della sua amata-odiata Bologna e il placido punitore Pericle il Nero di Ferrandino non avrebbe potuto svolgere la sua opera di vendicatore di offese che nella sua caotica Napoli (quella stessa città che aveva dato Natali, Pasque e Capodanni al buon Sasà e all’arrabbiato Naso di Cane di Veraldi). Il commissario siciliano Santamaria avrebbe potuto vivere sconfortato e con le mani burocraticamente legato solo una città spettrale, fredda e finta come Torino.
A un’ampia geografia delle nostre città è corrisposta nel tempo un’altrettanto variopinta galleria di protagonisti della nostra letteratura d’indagine: ispettori, avvocati, giornalisti, commissari, detective, agenti delle Squadra Mobile, spazzine, barboni, investigatori privati, ex medici radiati dall’ordine, uomini qualunque che, nel bene o nel male, hanno percorso (o abbandonato) parallelamente le strade della legge e quelle della criminalità.

Molti dei protagonisti della nostra narrativa thriller hanno inoltre contestualizzato in maniera precisa i loro romanzi anche dal punto di vista storico oltre che sociale, hanno quindi identificato crimini e criminali, colpe e colpevoli, drammi ed angoscie del nostro paese ambientandoli in epoche diverse. Non è un caso che Umberto Eco, Corrado Augias, Nino Majellaro, Danila Comastri Montanari, Marcello Fois, Rosario Macrì, Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli abbiano investigato spesso nel passato regalandoci personaggi immortali come Guglielmo da Baskerville, Andrea Sperelli, il Bargello della Vetra, Publio Aurelio Stazio, Bustianu, Ponzio Epafrodito, Giovanni Bovara, l’ispettore Marino e il commissario De Luca che sono divenuti nel tempo beniamini del grande pubblico. Nelle saghe di quei piccoli e grandi eroi immaginari il pubblico ha potuto riassaporare gli umori e i gusti del medioevo, dell’epoca umbertina, del Seicento di manzoniana memoria, dell’epoca romana imperiale, della prima e della seconda guerra mondiale. Periodi storici ricostruiti in maniera dettagliata, precisa ma soprattutto emozionante. I nostri romanzieri non hanno infatti trovato soltanto una cornice adatta alle loro storie di misteri, delitti, rapine e ricatti, una preziosa confezione per storie di classica routine ma hanno attuato una vera e propria opera di ricerca sullo spirito della nostra terra, così come essenziale è stata all’interno di molti dei loro libri la ricerca sul linguaggio. Pensate all’uso che della lingua romana fa Carlo Emilio Gadda in due autentici thriller come “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e “La cognizione del dolore”, esplorate l’uso oculato sempre della lingua siciliana ottocentesca e contemporanea che fa Camilleri nei suoi gialli a sfondo teatrale, stupitevi della rabbiosa ricerca lessicale sull’idioma sardo di Fois nel ciclo dedicato al poeta-investigatore Sebastiano Satta. Ma potremmo anche analizzare i simpatici detti e motti napoletani che costellano e colorano l’opera di Veraldi, Ferrandino e Siviero. O potremmo magari indagare filologicamente sulle pirotecniche figure retoriche che impreziosiscono i racconti di Andrea G. Pinketts, la cui grande forza di narratore è tutta racchiusa nel fiume di parole con cui affoga i suoi lettori. Una sequenza sterminata di battute mordaci e salaci, costruite in maniera dotta che mostrano veri e propri equilibrismi circensi nell’uso degli aggettivi, degli avverbi, dei nomi e delle figure retoriche. Raffiche di parole che costituiscono anche una delle caratteristiche più pregnanti della narrativa di Carlo Manzoni capace di regalarci fra il 1959 e il 1963 titoli come “Ti spacco il muso, bimba!”, “Io, quella la faccio a fette”, “Ti svito le tonsille piccola!”, “Ti faccio un occhio nero e un occhio blu”, “Un calcio di rigor sul tuo bel muso”. Titoli che , diciamocelo sinceramente, sono già di per se stessi, un bel programma letterario. E sempre per quello che riguarda l’uso del linguaggio, non meno scatenati di Manzoni e Pinketts ci sembrano Carlo Lucarelli e Nicoletta Vallorani quando fanno propri, nei loro romanzi metropolitani, idiomi diversi ma fra loro complementari come quelli del cinema, della televisione, della narrativa, del fumetto, dei videoclip pubblicitari e musicali in una sorta di gigantesco blob universale-globale.
Per non parlare poi di Giorgio Scerbanenco che per primo riuscì nelle sue opere a portare il linguaggio duro e spietato della strada, costruendo racconti e romanzi sorprendenti dedicati alle esistenze di piccoli e grandi diseredati, uomini e donne soggetti sempre a un destino tragico che sembrano provenire direttamente dalle pagine della cronaca nera e che si esprimono ognuno in maniera diversa a seconda delle proprie condizioni sociali. Vittime della marcia società che li circonda, animali braccati dal destino e sperduti in una specie di grande labirinto senza via d’uscita (un muro di indifferenza e d’ipocrisia che un personaggio come Duca Lamberti vorrebbe abbattere una volta per tutte!).
Come potete già notare da queste prime semplici considerazioni “i delitti di carta nostra” hanno delineato uno spettro di ricerca letteraria piuttosto ampio in quasi duecento anni di storia.

I tanto celebrati e fortunati (sia editorialmente che contenutisticamente parlando) anni Novanta del giallo italiano non sono dunque stati che la punta di un iceberg costruitosi nel tempo, grazie a forti nevicate e glaciazioni. I successi in libreria degli anni Novanta on sarebbero esistiti se negli anni precedenti un pool di autori di serie A non avesse percorso il sentiero della narrativa di genere con passione, gusto, coraggio ed intelligenza. E d’altra va ricordato che gli autori spesso non si sarebbero impegnati in questa loro ricerca letteraria se non avessero avuto alle spalle editor che nelle loro collane hanno dato ampio spazio al giallo e al noir (Alberto Tedeschi, Oreste Del Buono, Laura Grimaldi, Marco Tropea, Raffaele Crovi, Luigi Bernardi, Daniele Brolli, tanto per citare i più attivi sul campo che si sono battuti per la sopravvivenza e il rinnovamento di un genere tanto amato dai lettori quanto inviso ai media).
Gli autori degli anni Novanta hanno avuto la grande fortuna di non essere isolati sul mercato. In questi ultimi tempi sono infatti stati in tanti a centrare l’obbiettivo del successo di pubblico e di critica. Alla quantità dei titoli si è abbinata infatti un’ottima qualità letteraria. Scrittori come Camilleri e Lucarelli sono arrivati a sbancare in libreria grazie al sotterraneo passaparola dei lettori che li avevano apprezzati fin dalle loro prime apparizioni da Sellerio, da Theoria, da Granata Press (quando ancora Mondadori, Rizzoli ed Einaudi non li corteggiavano). La coalizione spesso in associazioni di promozione culturale (come il Gruppo 13 di Bologna, la Scuola dei Duri o la libreria La Sherlockiana di Milano) ha innescato un meccanismo positivo di solidarietà fra i giallisti che li ha portati negli ultimi tempi a collaborare nella costruzione di una sorta di grande manifesto del thriller italiano che si è sviluppato poco alla volta attraverso la pubblicazione di ognuno dei loro racconti e romanzi. Storie che parlano di omicidi e rapine, di intrighi internazionali e rapimenti, di truffe e colpi di stato, vicende che scandagliano a fondo le colpe e mettono in luce i colpevoli (oppure preferiscono a volta lasciarli volontariamente nell’ombra). Avventure destinate ad attanagliare pagina dopo pagina l’attenzione dei lettori focalizzando l’essenza di una società e civiltà in continuo mutamento. In Italia, in maniera molto casereccia si è scelto di dare a questo specifico genere letterario un colore tutto particolare: il giallo (così come alla letteratura romantica e tutta al femminile si è scelto di regalare il rosa). Una tinta selezionata in origine per caratterizzare la celebre collana dei “Libri Gialli” della Mondadori (uscita per la prima volta nel 1929) e che praticamente da quel momento in poi ha caratterizzato lo stile di tutto un movimento. Dalla nascita di quella serie di libri con il fondo paglierino e la copertina cerchiata al centro di rosso sono in molti ad aver attinto il loro pennino nel “giallo” (magari virandolo in “noir”) cercando di dare maggiori sfumature alla nostra narrativa tricolore. A tutte quelle tonalità del colore giallo abbiamo cercato di dare spazio in questo volume. Ho così scandagliato il fenomeno “giallo italiano” attraverso molte sue sfumature: quella fumettistica, quella letteraria, quella televisiva, quella copertinistica, etc...
Dalla mia analisi ho omesso per problemi di spazio tre importanti settori in cui si è sviluppato in maniera autonoma il nostro thriller nazionale: quello cinematografico, quello radiofonico e quello teatrale (che però non poco hanno contribuito al successo e alla continuazione di uno stile personale della narrativa di suspense nazionale).
Altri saggisti avevano in precedenza percorso lo stesso sentiero di ricerca e probabilmente senza la loro opera coraggiosa molte delle opere fondamentali dei nostri autori sarebbero cadute nel dimenticatoio. Citiamo quindi qui in ordine sparso alcuni dei breviari fondamentali che ci hanno accompagnato nella nostra indagine: “Il romanzo giallo” redatto da Stefano Benvenuti e Gianni Rizzoni con la consulenza tecnica del grande Alberto Tedeschi (in pratica la “bibbia del giallo” che racchiude tutto di tutti fino al 1979); la “Storia del giallo italiano” di Loris Rambelli (che ha siglato la prima intrepida guida critica e bibliografica del genere); “L’Italia in Giallo” di Massimo Carloni (che ha sezionato regionalmente e contenutisticamente gli sviluppi della nostra narrativa di suspense dal 1966 al 1994); “Le figure del delitto. Il libro poliziesco in Italia dalle origini a oggi” a cura di Renzo Cremante (un viaggio affascinante nel mondo delle edizioni e delle copertine della nostra narrativa thrilling); il “Dizionario bibliografico del giallo” a cura di Roberto Pirani, Monica Mare e Maria Grazia De Antoni (preziosa opera che continua ad essere ampliata e aggiornata e che rappresenta la migliore fonte documentaria dedicata alle migliaia di thriller editi in Italia), “Le maschere del mistero”, di Raffaele Crovi (che raccoglie in volume quarant’anni di testimonianze critiche firmate da un editore, autore ma soprattutto fan del giallo); “L’officina del mistero”, di Gisella Padovani (che ha avuto il merito di focalizzare l’attenzione sulla narrativa thriller italiana degli anni Settanta). E mi fermo qui nella lista dei nostri indispensabili compagni di viaggio, volumi che vi consiglio caldamente di recuperare magari aggiungendo anche qualche altro titolo che vi ho segnalato in bibliografia.
Dovendo dare necessariamente un certo taglio cronologico al mio saggio ho deciso di focalizzare la mia attenzione soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta anche se troverete all’inizio di questo volume una parte non esattamente piccola dedicata agli esordi della nostra letteratura di genere.

Perché proprio gli anni Sessanta e non i Cinquanta, i Trenta o i Settanta vi chiederete voi? (visto che i gialli italiani sono sempre stati soggetti ai continui flussi e riflussi!).
A convincerci nella mia scelta è stato l’aver scoperto che proprio nei “mitici anni Sessanta” (quelli in cui i nostri juke box suonavano le canzoni di Gianni Morandi e Little Tony, ma anche quelli della contestazione studentesca) l’attenzione degli italiani è stata catalizzata da tre fenomeni destinati ad essere per vari motivi seminali per le produzioni editoriali e televisive future:
1) Nel novembre 1959 la Rai manda in onda la trasmissione “Giallo Club” che lancia la figura del tenente Ezechiele Sheridan interpretato da Ubaldo Lai. Diventerà uno dei beniamini degli sceneggiati nazionali ma anche di Carosello e stimolerà gli autori televisivi italiani a cercare di creare nuove storie di suspense per i teleschermi.
2) Nel 1962, le sorelle Angela e Luciana Giussani creano il personaggio a fumetti di Diabolik e inizia così il fenomeno del “nero italiano”. Fino a quel momento l’indagine poliziesca era stata affidata a personaggi forti e impavidi come Dick Fulmine, Asso di Picche, Furio Almirante ma non era mai accaduto che un personaggio negativo diventasse protagonista di una serie. Col tempo nel mondo delle strips nostrane vedremo a poco a poco affiorare altri generi oltre al nero: il giallo, il poliziesco, il mistery, il noir, lo spionistico sia con venature realistiche che umoristiche. Ed emergeranno all’ombra di grandi cattivi come Diabolik, Kriminal, Satanik protagonisti buoni come il Commissario Spada, il Maestro, Nick Raider, Dylan Dog, Nathan Never, Julia, Napoleone. Indagatori di diversa specie che metteranno la loro esperienza al servizio del bene.
3) Nel 1966 esce “Venere privata”, il primo dei romanzi dedicati alla Milano Nera da Giorgio Scerbanenco. Vi appare la figura carismatica di Duca Lamberti, un investigatore del tutto particolare: un ex medico radiato dall’ordine, condannato a tre anni di carcere per eutanasia. Il giallo made in Italy subisce allora un vero e proprio terremoto, cambia faccia e se ce lo permettete cambia persino colore, assumendo anche molte sfumature del nero. Comincia finalmente ad avere una connotazione più squisitamente nostrana e non sarà da allora più lo stesso. Non è un caso che città come Milano, Roma, Napoli, Bologna, Torino, Palermo diventeranno da allora credibili scenari dei nuovi thriller italiani.
Quelli che vi ho qui enunciato sono solo tre indizi che hanno costituito dei piccoli spunti di partenza per la nostra indagine, delle piste da battere durante la ricerca e ne hanno delimitato i contorni. E concludo la mia carrellata introduttiva con la canonica domanda che fan, scrittori e critici continuano a porsi: “Dove va il giallo italiano?”. Sono convinto che bisognerebbe chiederlo direttamente a Milani, a Fois, a Pinketts, a Macchiavelli, alla Comastri Montanari, a Colaprico, a Buccini, a Baldini, a Rigosi, a Dazieri, a Simi, a Camilleri, a Lucarelli, a Santo Piazzese, a Rigosi, a Dazieri, a Rigosi, a Baldini, alla Vallorani, alla Garlaschelli, a Carlotto, a Varesi, Nelli, Gori che continuano a mostrarsi pimpanti e superproduttivi. Per fortuna, grazie alle costanti riedizioni Garzanti, Giorgio Scerbanenco sta rivivendo una nuova felice stagione di successo. Sellerio ha iniziato a ristampare De Angelis, Avagliano sta scommettendo sulle riedizioni De Marchi e Veraldi.
Quindi, dopo la grande esplosione degli anni Novanta, la miccia del giallo italiano è ancora accesa e pronta a regalarci nuovi spettacoli pirotecnici. Noi, dal canto nostro, ci siamo già sistemati comodi in poltrona. Siamo sicuri che ne vedremo ancora di tutti i colori!

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