2004
ALFIERI DEL ROCK: DEEP PURPLE
di Alan Tasselli
Tra i grandi iniziatori dell'epopea hard-rock a cavallo tra gli ultimi
scorci degli anni '60 e i primissimi '70 figurano i leggendari DEEP
PURPLE, ovvero il terzo anello della indissolvibile triade ZEPPELIN/SABBATH/PURPLE.
Che cosa mai potro' avanzare di originale, in senso critico-musicale, su di
un complesso che, in tempi di grandissimo e quanto mai unico, irripetibile
slancio creativo, vantava all'interno del suo organico musicisti tra i piu'
virtuosi che abbiano mai calcato i piu' importanti palcoscenici della Storia
del Rock. Semplicemente: (ri)lascero', meglio: lancero' alcune mie umili impressioni
su di una band la quale, sebbene oggi molto celebrata e divinizzata, non ha
quasi mai ottenuto il credito nonche' (soprattutto) il rispetto dovuto da
un ambiente giornalistico musicale generalmente tradito (aspetto affatto raro...!!)
da fastisiosi pregiudizi molto spesso ricorrenti in dibattiti strettamente
correlati al frenetico rock-system.
Al contrario dei Led Zeppelin, perennemente indicati come la migliore hard-rock-band
di tutti i tempi, esaltati da critici e fans per la loro (indiscussa ed
inusuale) versatilita' (a tratti francamente contro-producente, come ebbero
a dimostrarsi gli ultimi cinque-sei anni di attivita'), i Deep Purple sono
sempre stati giudicati con espressioni di volgare sufficienza, snobbati, talvolta
ridicolizzati da critici ottusi ed incompetenti, critici che solevano ridurre
la straordinaria portata innovativa di una musica senza compromessi al banale,
iniquo titolo di the loudest band in the World, sigla, questa, che
si e' spesso tramutata in forme di assurdo preconcetto verso un gruppo di
musicisti cruciali nel convulso passaggio e conseguente sviluppo di un'era
in piena, costante, esaltante, eccitante trasformazione.
Tramite i Deep Purple la musica precedentemente "etichettata" come
rock-blues o heavy-rock avrebbe assunto proporzioni devastanti
e monumentali, tramutandosi in molte occasioni in autentici inni alla distorsione
piu' pura, dissacrazioni/rivisitazioni personalissime di generi oramai sul
viale del tramonto. Grazie ai Deep Purple nasce a tutti gli effetti la corrente
musicale conosciuta come hard-rock. Di questa nuova, inusitatamente
feroce, infuocata tendenza i Purple costituiranno la quintessenza, un hard
senza eccessivi preamboli od arrangiamenti insulsamente barocchi: non potremo
che godere di un complesso devoto al puro intrattenimento musicale, senza
comunque (assai importante) smarrire il concetto di genuino gusto verso una
certa ricerca musicale: il compromesso non e' mai rientrato nei personali
vocabolari di musicisti audaci ed egocentrici quali JON LORD e, in
particolar modo, l'immenso RITCHIE BLACKMORE: mai prima di quel roboante,
rumorosissimo, estenuante e rovente 1970 un musicista rock aveva osato strizzare
il proprio strumento fino allo spasimo, come solo il grande Hendrix prima
di lui aveva "tentato"... Blackmore avrebbe portato la carica "rumoristica/dissacratoria"
di Hendrix agli estremi piu' impensabili a suggello di una cacofonicita' a
suo modo inedita e stimolante: il grande chitarrista amava erigere la propria
seviziata, stuprata chitarra a ideale, irrinunciabile complemento corporeo:
dove Hendrix "gettava" bordate di liquido seminale dalla sua Stratocaster,
Ritchie Blackmore abusava della sua "ascia" fino a richiederne (si
ha l'impressione) un annullamento sia fisico che musicale: in definitiva il
chitarrista dei Deep Purple era la perfetta sintesi di un demoniaco serial-killer,
perversamente eccitato dall'idea di poter assalire, da un momento all'altro,
la propria vittima sacrificale: i gemiti vomitati dalla sua devota Stratocaster
avevano la stessa glaciale, terrificante potenza dei nevrotici pianti di una
ragazza seviziata, stuprata, poi abbandonanta in fin di vita: nelle esibizioni
live di Blackmore non vi sono patetiche concessioni a determinati formalismi
o pretenziose, stucchevoli trovate sceniche. Gli "effetti speciali",
in un concerto dei Deep Purple, sono sempre stati costituiti dall'eccezionale
(per i tempi assolutamente devastante) virtuosismo dei cinque componenti:
IAN PAICE, uno dei piu' grandi interpreti alla batteria di sempre,
indipendentemente dal genere: serva come personale biglietto da visita il
furente, velocissimo intro di Fireball (1971): musicista tecnicamente
eccezionale ma al contempo inventivo e debordante, "furiosamente"
eclettico; JON LORD, uno dei grandi "keyboards-wizards", di certo
non inferiore all'assai piu' blasonato (ed ultra-sopravvalutato) Keith Emerson
(di cui ho gia' dibattuto in altra istanza); ROGER GLOVER era forse lo strumentista
meno considerato, se vogliamo meno ricordato, tra tutti e cinque, comunque
prettamente funzionale all'interno degli ingranaggi di un "ego-band"
quale i Deep Purple: uno stile solido e preciso, perfetto contrappunto alle
scorribande "trip-solistiche" perpetuate dal binomio BLACKMORE-LORD;
infine (di Blackmore abbiamo gia' discusso a sufficienza, non vi pare?...)
IAN GILLAN, uno dei piu' grandi vocalists che la Storia del Rock ricordi:
nel 1970 pochissimi interpreti si dimostrarono in grado di superare in espressivita'
e versatilita' le corde vocali d'acciaio di colui che sarebbe stato scelto
per il ruolo di GESU' nella celeberrima, osannatissima opera-rock (prima versione
in vinile, attorno al 1970) JESUS CHRIST SUPERSTAR:
sensuali sussurra si contrappongono a grida telluriche dall'intensissima emissione
vocale: un approccio coraggioso, virante verso un'epicita' struggente sebbene
mai eccessivamente compiaciuta o grossolana. Grazie a questa storica versione
del musical concepito da Andrew Lloyd Webber, Gillan ebbe la straordinaria
opportunita' di calarsi nei panni di un ruolo ricco di sfumature ed alterne
umoralita', prodigandosi nei "tradizionali" assai ben noti sussulti
vocali, ma dimostrandosi al tempo stesso eccelso in partiture strettamente
piu' melodiche e rilassate, dando ampia dimostrazione di rara ed invidiabile
duttilita'.
Se i Led Zeppelin erano rinomati nel ricorrere ad ammiccanti, inusitate strategie
sonore in studio di registrazione, i Purple apparivano insuperabili, talvolta
"imbarazzanti" nelle loro monumentali esecuzioni dal vivo: Ian Gillan
si e' sempre dimostrato un vocalist assai piu' solido e affidabile
rispetto alle prestazioni vocali alterne (in alcuni casi semplicemente disastrose)
offerte dal suo collega Plant; stesso paradigma dovrei adottare onde descrivere
una certa "insufficienza" palesata da Jimmy Page: dove quest'ultimo
vince in eclettismo e maestria acustica, Blackmore stravince (gradualmente
recuperando credito nei confronti dell'odiato rivale) attraverso debordanti,
arroganti sovra-esecuzioni live di tracce quali WRING THAT NECK, MANDRAKE
ROOT, SPACE TRUCKIN' e, of course, CHILD IN TIME. Ancora:
dove Page veniva preso a modello da giovani generazioni di chitarristi hard
dediti a certo sperimentalismo e duttilita' strumentistica, Blackmore avrebbe
invece funto da irremovibile punto di riferimento per giovani chitarristi
hard di stampo "classico": Page si dimostro' geniale per
quel che concernette l'approccio verso un blues piu' moderno, spigoloso, ultra-elettrico,
severamente macchiato (specie agli esordi) da virate psichedeliche di indubbio
fascino; Blackmore si "accontentava" semplicemente di fornire inediti,
talvolta geniali, spunti neo-classici alla propria sei-corde.
IN ROCK (1970), oltre ad essere dai maggiori esperti considerato il
pinnacolo creativo e strumentistico dei Deep Purple, rappresento' anche (e
soprattutto) uno dei tour-de-force chitarristici piu' entusiasmanti,
vigorosi, terremotanti di sempre.
Cio' ancor piu' reso eloquente dal fatto che la storica MARK II non fu piu'
in grado di recuperare quelle sonorita' cosi' impregnate di magnetismo e stravolgimenti
sonori; gli strumenti strizzati con inesorabile ferocia, i vulcanici attacchi
all'unisono in SPEED KING, ovvero quando il Rock si trasforma in una
inarrestabile macchina lanciata a tutta velocita', incurante di ogni divieto,
demolendo, lungo il suo folle percorso, qualsiasi ostacolo le si ponga davanti;
tale e' l'intensita', la fragorosita' dell'impatto, i "killer-assolo"
di Blackmore, indiscusso prim'attore di uno dei piu' audaci assalti sonori
che si ricordi.
IN ROCK e' una di quelle pietre miliari all'interno delle quali ogni
traccia parve essere concepita al fine di migliorare la precedente, lasciando
l'ascoltatore in fase di immutata estasi per tutta la durata del disco. Vi
sono sensazioni che risultano impossibili da decifrare, emozioni che a causa
della loro profondita' ed inedita astrattezza non sono riconducibili a forme
scritte e/o parlate. Almeno... e' cio' che continuo, perpetuamente, a dedurre
ogni volta che mi accingo a discutere (nel tentativo di infondere la maggiore
razionalita' possibile) di un'opera che come poche altre ha sancito una tappa
di assoluto rilievo, contribuendo in buona parte ad un'evoluzione musicale
senza precedenti, un percorso artistico, sociale e di costume che assai presumibilmente
mai piu' si ripetera' allo stesso modo.
© Alan Tasselli 2004 - per gentile concessione dell'autore
