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FUMETTO E CONTAMINAZIONI: I MANGA di Paolo Ferrara

Una prima impressione avvicinandosi al mondo del fumetto è che questo sia come costituito da entità separate: ogni nazione il suo fumetto. Ma il mondo dei fumetti è fatto a compartimenti stagni separati?
Spesso è così tra gli appassionati: i collezionisti di Comics e supereroi deridono i mangofili, che a loro volta li guardano con sconforto (queste sono forse le due fazioni tra loro più scontrose); gli amanti del fumetto “d’autore” guardano storto e con sufficienza questi e quelli; e così via.
La cosa davvero buffa è che tra gli autori di fumetto succede l’esatto contrario. La storia del fumetto è una storia di continue contaminazioni. Il fumetto statunitense da molti anni ha fatto sue molte caratteristiche del manga; lo stesso sta accadendo, da tempi più recenti, in Francia e in Italia. Prima fu il fumetto europeo a filtrare in quello Usa; poi questo si è intessuto con il nostro e così via, in una storia di continue evoluzioni.
Un buon esempio è appunto ciò che sta accadendo in questi anni: l’assorbimento di alcune caratteristiche del manga in altre scuole fumettistiche.

Lo specifico del manga
La particolarità del manga è il modo in cui narra (rappresenta) il movimento. Il dialogo è messo in secondo piano: molti manga sono comprensibili quasi senza l’ausilio dei testi perché la sequenza delle azioni, il costante movimento della camera, la varietà di inquadrature e l’utilizzo del tutto particolare delle linee cinetiche, ovvero quelle linee inserite in una figura per dare l’idea di movimento (ma che nel manga spesso assumono diversi signidficati) riescono a dare una perfetta idea storia e delle sequenze; in particolare di quelle situazioni veloci che sono appunto tra le caratteristiche principali del manga. Insomma, il manga è una specie di “fumetto animato”, cioè si avvicina molto al concetto dell’animazione.
Ma perché il manga è così? I motivi principali sono due:
1. La sua naturale evoluzione. L’alta fruizione e il consumo usa e getta hanno spinto gli autori verso questo tipo di struttura dalla lettura veloce (vi ricordo che è la metropolitana il luogo più “utilizzato” per la lettura).
2. La sua origine. L’origine del fumetto giapponese è da far risalire a un autore che ha inventato buona parte dei generi del manga e che è considerato il “dio dei manga”: Osamu Tezuka. Sperimentatore e pioniere, aveva un amore viscerale per l’animazione e rimase folgorato da i primi film di Walt Disney. Ed ecco che comincia a realizzare fumetti riprendendo caratteristiche dall’animazione (animazione di cui è pioniere: è lui a far nascere la prima serie animata televisiva e a dar vita a quella che diventerà una smisurata produzione). Questo tipo di struttura è poi diventata la base su cui si sono appoggiati tutti i suoi successori.
Piccola disgressione, a proposito di Tezuka e dei luoghi comuni
Un paio di aneddoti per mostrare quanto i luoghi comuni siano spesso lontani dalla realtà. I grandi occhioni inseriti in molti manga – e criticatissimi in Occidente – vengono inseriti in un fumetto romantico (quello che darà il via agli shojo manga di cui parlavo l’altra volta) da Tezuka, che li riprende da uno dei suoi film preferiti: Bambi.
Sempre Bambi fa nascere in Tezuka il desiderio di realizzare una storia di animali; e così nasce uno dei suoi personaggi di maggior successo: Jungle Taitei, in Italia noto come Kimba, il leone bianco. Alcuni anni fa Disney realizzò Il re leone. Questa volta, anziché “ispirarsi” il film spudoratamente copia parecchi elementi della storia di Kimba. Un bel circolo vizioso. Peccato che Disney non abbia voluto ammettere di aver preso spunto dal lavoro di Tezuka e abbia insistito sull’originalità della sua idea... (tra l’altro: l’ultimo film Disney di animazione, Atlantis, ruba a piene mani da una serie televisiva giapponese, da noi nota come Il mistero della pietra azzurra… Pessime figure, per la più grande e potente industria di animazione mondiale...).
Un’ultima curiosità: il personaggio più famoso di Tezuka (almeno in Giappone) è Atom, un bambino robot, conosciuto all’estero come Astroboy. Il bambino ha i “capelli” con due punte finali: cambia la forma ma le due punte hanno la stessa impostazione delle orecchie di Topolino di profilo. Vedere per credere…Tre tipi di contaminazione

Per quanto riguarda l’assorbimento di alcune caratteristiche del manga in altre realtà fumettistiche, la cosa è avvenuta in tre diversi modi.
1. C’è stata una contaminazione tematica. Si sa, le esoticherie piacciono, quindi tutta una serie di generi, immagini e folklore sono stati ripresi e inseriti in fumetti americani e italiani, a volte con cognizione di causa – e magari con un certo gusto della citazione o umoristicamente –, spesso con grosse ingenuità: dai robot giganti ai numerosissimi ninja (molto più attivi e ridicoli nel mercato americano che in quello giapponese). Ultimamente negli Usa va molto di moda l’androide donna che si avvicina alla natura umana.
Sono due i fumetti che hanno dato involontariamente origine a questa moda:
Il primo è Ghost In The Shell, in Italia pubblicato nei primi numeri di Kappa Magazine (edizioni Star Comics: in vista di ristampa, si dice), che racconta la storia di una poliziotta androide alla caccia di un serial killer in grado di usare la gente “riprogrammandogli” il cervello, il tutto in un’intricata storia tra il filosofico e lo psicologico con una struttura complessa e articolata. In realtà più che il manga, in questo caso, di grande successo e di grande impatto è il film d’animazione che ne è stato tratto (è probabilmente questo ha colpito l’immaginario di tanti autori). In italiano è uscito qualche anno fa per Polygram in una videocassetta che in giro si trova ancora, ed è uno splendido esempio di animazione ad alti livelli. Effetti speciali memorabili e perfettamente integrati, senza sbavature né freddezze. La trama non segue pedissequamente quella del fumetto, anche se affronta la tematica dell’intelligenza artificiale allo stesso modo e si tinge di toni molto più seriosi. Memorabile la sequenza iniziale: mentre scorrono i titoli di testa assistiamo alla costruzione della protagonista... Per la cronaca: questo è uno dei film a cui dichiarano di essersi ispirati i realizzatori di Matrix.
Il secondo è Alita, l’angelo della battaglia, pubblicato da Marvel Italia/Panini Comics in 17 albettini e recentemente ristampato in grossi alboni (contenenti anche materiale inedito) bimestrali (e ancora in corso di uscita). Anche qui la protagonista è un robot con sembianze femminili, recuperata da una discarica e probabilmente in origine realizzata come arma. Nella serie vive avventure ogni volta diverse (completamente diverse: da cacciatrice di taglie diventa “atleta”, poi quasi un agente governativo), nella ricerca di un’unica cosa: vivere.
2. C’è stata una contaminazione grafica.
Chi ne recupera le caratteristiche di movimento di cui si parlava sopra, chi invece si limita a un tipo di segno grafico con il quale generalmente viene identificato (una sorta di luogo comune grafico).
Il manga è spesso costituito da caratterizzazioni al limite del caricaturale e comunque buffe (non è un assioma, ma un impostazione tendente al comico a livello grafico è un dato di fatto: anche qui l’ombra di Tezuka, che ha sempre avuto uno stile caricaturale anche in storie dai temi serissimi come la Storia dei tre Adolf) e da un tipo di disegno molto “pulito”, ovvero realizzato con pochi segni, dove le ombreggiature e i tratteggi vengono sostituiti da retini (nuvole di puntini neri che secondo la loro dimensione e il loro numero simulano diversi toni di grigio nella stampa in bianco e nero).
Questo “impianto grafico” è stato assorbito da una quantità incredibile di autori americani, con i risultati più disparati. Si va da grandi autori che ne hanno fatto solo un motivo di raffinazione del proprio stile (come ad esempio Arthur Adams), ad altri che hanno realizzato quelli che sembrano orribili collage: corpi ipertrofici da supereroi con visi da shojo manga, un deciso cazzotto in un occhio. In mezzo a questi due estremi, miriadi di sfumature e autori. In una scala più ridotta si è visto qualcosa anche in fumetti italiani e in maniera episodica anche in Francia.
3. L’ultimo genere di contaminazione è molto più semplice e naturale, e in realtà comprende i primi due: il fumetto giapponese è solo un’altra delle sfaccettature possibili, quindi una possibilità e in quanto tale viene assorbito quasi come uno strumento. Come un nuovo tipo di pennello o un’aggiunta nella tastiera per scrivere, semplicemente un esperienza in più. Gli elementi sono molto più amalgamati e sono soprattutto conseguenza della personalità dell’autore.
Frank Miller ne è un grande esempio. Appassionato di manga, in particolare del fumetto Lone Wolf and Cub, (in Italia noto per la sua trasposizione in carne ed ossa: il telefilm Samurai, dove il protagonista, il samurai Hitto Ogami va in giro con un bimbo piccolo in una carrozzella piena di armi micidiali: ha imperversato per anni su reti private e reti ex-Fininvest, spesso negli orari più assurdi). Miller ha appreso, assorbito e digerito i manga assieme a tante altre lezioni, compresa quella di Hugo Pratt. Il risultato finale è nelle sue capacità di autore. Al di là di vere e proprie citazioni che applica in lavori come il buffo Big Guy and Rusty the Boy Robot (recentemente editato in volume in Italia da Kabuki Publishing) dove appare una sua personale versione di Astroboy, l’esempio più lampante è Ronin, uno dei suoi primi lavori di un certo valore, una splendida storia giocata su due linee temporali opposte, l’antico Giappone e un America del futuro, recentemente ristampato in volume da Magic Press. Questo è uno dei primi passi che l’autore muove verso i capolavori che realizzerà (come Il Ritorno del Cavaliere Oscuro o Devil: Born Again), ma gli embrioni di quel che sarà ci sono già tutti. E Frank Miller è solo un esempio.

Da contaminazioni a collaborazioni
Questa passione reciproca tra fumetti di nazioni diverse ha generato un nuovo tipo di contaminazione che sta aprendo nuove strade: le collaborazioni tra autori di diversi paesi.
Non capitava molto spesso, ma in passato esiste qualche illustre esempio (uno su tutti Silver Surfer Parabola: scritto da Stan Lee e disegnato da Moebius. Splendido, ma purtroppo introvabile, libro).
Recentemente invece questo tipo di collaborazione “interfumettistica” ha avuto degli sviluppi.
Katsuiro Otomo (l’autore di Akira, che ha sconvolto ed entusiasmato gli appassionati americani) fu contattato per realizzare una breve storia di Batman per una bellissima antologia di racconti in bianco e nero (4 volumetti economicissimi editi da Play Press qualche anno fa, dal titolo appunto di Batman Bianco&Nero con alcuni dei più grandi autori americani e mondiali: c’è anche l’italiano Tanino Liberatore. Il progetto ha avuto un seguito, nelle fumetterie in questo momento grazie a Play Press in un volume dal titolo Batman Black and White. Storie brevi di 8 pagine con all’opera ancora una volta coppie tra le più disparate e autori che mai si sarebbe pensati sull’uomo pipistrello).
Recentemente il grande illustratore giapponese Yoshitaka Amano ha realizzato le (bellissime) illustrazioni di un romanzo di Sandman scritto da Neil Gaiman (appena edito da Magic Press: Cacciatore di Sogni) e ora è stato contattato per realizzare una storia con Wolverine (degli X-men) ed Elektra (da Devil, entrambi personaggi Marvel).
E ancora, appena pubblicati i primi due volumi da Coconino Press, un’altra recente e particolare collaborazione che vede ai testi il francese e grande Moebius e ai disegni il poetico giapponese Jiro Taniguchi: Icaro, poetica storia di un uomo capace di volare. In questo volume è possibile vedere come tematiche giapponesi siano filtrate nel testo di Moebius (esper e futuro tendente al catastrofico; ricordiamo che le due bombe atomiche hanno lasciato un segno indelebile sull’immaginario giapponese), e come stilemi grafici francesi abbiano interagito nel disegno di Taniguchi.
Insomma pare proprio che per il mondo del fumetto lo straniero e la novità non siano qualcosa di cui aver paura ma qualcosa da cui apprendere, in una costante crescita ed evoluzione. Idilliaco, non trovate?

© 2002 Paolo Ferrara - per gentile concessione dell'autore

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