
La Scaletta
1 T'Mershi Duween >>
2 Easy Meat
3 Mystery Roach >>
4 Florentine Pogen >>
5 Daddy Daddy Daddy >>
6 What Kind Of Girl Do You Think We Are?
7 Peaches En Regalia >>
8 Echidna's Arf
9 Montana >>
10 City Of Tiny Lights
11 Blessed Relief - Billy Scheila
12 The Little House I Used To Live In
13 Latex Solar Beef – Modd Shark - Willy the Pimp – assolo di batteria
14 Apostrophe – assolo di basso
15 Don’t Eat the Yellow Snow >>
16 Purple Lagoon >>
17 Bamboozled By Love
18 Big Swifty – assolo di tastier, percussioni, sassofono
19 Wild Love
20 Yo’ Mama
Encore:
21 Keep It Greasey
22 I'm The Slime
La band:
Dweezil Zappa – chitarra, voce in “I’m The Slime”
Scheila Gonzalez – sassofono,
flauto, tastiere, voce in “What Kind of Girl”, cori
Pete
Griffin - basso
Billy
Hulting – vibrafono, marimba, percussioni, voce narrante in “I’m The Slime”,
cori
Jamie
Kime – chitarra, cori
Joe
Travers – batteria, cori
Ben Thomas
– voce solista, tromba
Chris Norton – tastiere, violino, voce in “City of Tiny Lights”
links
“The Return of the Son of…”
- Dweezil Zappa plays Zappa
Milano Jazzin’ Festival, domenica 18 luglio 2010
di Maurizio Principato
Nella torrida estate del 1982 Frank Zappa si esibisce al
Parco Redecesio di Milano. Non si tratta di un parco, in
verità, ma di una polverosa distesa di terra battuta ricca di pozzanghere
paludose infestate da zanzare fameliche. Quando le luci si accendono sul palco
le zanzare abbandonano le pozze melmose e si avventano sui musicisti indifesi.
La scena verrà ironicamente ripresa sulla copertina del’album “The Man From
Utopia” disegnata da Tanino Liberatore (tra il pubblico vengono
ritratti – probabilmente su indicazione dello stesso Zappa - parecchie “guest
star”: il Papa sulla portantina, dei cocainomani, alcuni tifosi abbruttiti).
Nel 2010 Dweezil Zappa si esibisce
con la sua band sul confortevole palco del Milano Jazzin’
Festival (presso la pregevole Arena di Milano), davanti a un migliaio
di entusiasti fan di tutte le età. Cambia l’ubicazione ma le zanzare
sono ancora lì e il figlio di Frank diventa la loro vittima preferita. A dispetto
delle avversità Dweezil e il suo gruppo si producono in un mirabolante concerto:
due ore e mezzo di musica praticamente senza interruzioni, 22 brani eseguiti
con precisione millimetrica e con trascinante passione. Il repertorio spazia
dalla seconda incarnazione dei Mothers of Invention (ovvero i MOI con gli
irriverenti Mark Volman e Howard Kaylan alle voci) ai lavori di Zappa dei
primi anni Ottanta come “Tinseltown Rebellion”, con rimandi anche ad alcuni
pezzi riarrangiati in occasione del tour del 1984 documentati nel volume 3
della raccolta You Can’t Do That On Stage Anymore. L’energia è potente e la
direzione d’orchestra di Dweezil ha aspetti peculiari e distintivi. Tutti
i brani vengono eseguiti in rispetto delle versioni originali, prestando profonda
cura ai suoni e al tempo di esecuzione ma virando con gusto su sapori funk
prettamente seventies. Emerge con eccellente evidenza la personalità
rock di Dweezil, grande chitarrista dotato di tecnica, fantasia e inventiva,
che si produce in numerosi assoli degni della lezione di Frank Zappa, ovvero:
improvvisare con la chitarra per creare delle ‘composizioni istantanee’ che
non siano meri esercizi di stile. Il gruppo lo asseconda e lo supporta con
ineccepibile professionalità.
Vediamo i brani uno per uno:
Il concerto inizia con “T'Mershi Duween”, asciutta e precisa. La band è ancora
fredda, le tastiere sono lontane e poco incisive.
“Easy Meat” porta un notevole carico di energia sul palco. La potenza del
brano viene mitigata dall’assolo di Dweezil: il chitarrista sceglie di usare
un suono da ‘sitar spaziale’ che unisce e amalgama tutte le note, rendendo
insolita e affascinante l’esecuzione; il rimando filologico è al violino di
Shankar, prodigioso strumentista indiano che chiese a Zappa di produrre il
suo “Little Stinker”.
“Mystery Roach” viene suonata con notevole carica e passa il testimone a “Florentine
Pogen”, in versione hard-soul, con un ottimo lavoro di batteria dell’indiavolato
Joe Travers (che è anche l’archivista di casa Zappa). La divertente
e licenziosa “Daddy Daddy Daddy” si lega all’altrettanto esilarante e licenziosa
“What Kind Of Girl Do You Think We Are?” in cui Scheila Gonzales
e Ben Thomas duettano con greve ma irresistibile ironia.
A questo punto Dweezil si ferma e chiede aiuto: le zanzare lo stanno massacrando,
ma ecco dunque arrivare il roadie con dei repellenti spray. Mentre il chitarrista
si cosparge di ‘unguento miracoloso’ Joe Travers e il secondo chitarrista
Jamie Kime improvvisano un cretinissimo stacchetto che ricorda
i brani usati per gli spot pubblicitari di creme solari e affini.
La audience esplode con le note di “Peaches En Regalia”, uno degli
strumentali più noti e amati del repertorio zappiano.
Poi è il turno di un’eccellente versione di “Echidna's Arf”, seguita da un’altrettanto
impressionante versione della folle “Montana”, dove il cantante Ben Thomas
si cala perfettamente nelle modalità canore di Frank Zappa, creando non pochi
brividi negli estimatori più appassionati (i cosiddetti ‘deranged fans’).
L’ultimo arrivato nella band – il tastierista, violinista e cantante
Chris Norton – ricopre il ruolo vocale che fu originariamente
di Adrian Belew nella sincopata e veloce “City of Tiny Lights”, da “Sheik
Yerbouti”. Segue una piacevolissima sorpresa: “Blessed Relief”, tratta dall’album
“Grand Wazoo”, notturna e jazzata. Scheila imbraccia il flauto traverso per
un assolo ispirato; ottimo l’intervento al vibrafono di Billy Hulting.
“The Little House I Use To Live In” (apparsa per la prima volta in “Burnt
Weeny Sandwich” dei Mothers) viene eseguita nell’arrangiamento di “Fillmore
East 1971”, seguita da “Latex Solar Beef”, “Mudd Shark” e da una sintetica
“Willy the Pimp” impreziosita da un infuocato assolo di batteria. La sezione
ritmica domina anche nella successiva “Apostrophe’”, che mette in luce il
basso di Pete Griffin, strumentista preciso e granitico che
non fa rimpiangere l’assolo originario di Jack Bruce ma, anzi, arricchisce
l’intervento con linee melodiche argute e non scontate. Un crescendo di benefica
energia viene prodotto dalla sequenza che vede “Don’t Eat the Yellow Snow”,
“Purple Lagoon” (tecnicamente e musicalmente perfetta, nonostante le asperità
ritmiche), “Bamboozled By Love” (che include “Owner of a Lonely Heart” degli
Yes come nella versione di “Bamboozled…” del tour di Frank Zappa del 1984).
Funamboliche e assolutamente esaltanti “Big Swifty” (con assoli di tastiere,
percussioni, sassofono), l’ironica e strutturalmente complessa “Wild Love”
e infine “Yo’ Mama”, brano originariamente dedicato da Frank Zappa a Tommy
Mars (il bravo tastierista che tuttavia faceva spesso errorini di esecuzione
e veniva per questo multato da Zappa). Qui Dweezil – che nel corso del concerto
suona numerosi assoli senza ripetersi ma, anzi, dimostrando un gusto raffinato
e una versatilità non comune - si produce in un intervento straordinario,
che manda in visibilio la audience.
Per i bis vengono scelti due pezzi irresistibili: “Keep It Greasey” e “I'm
The Slime”, entrambe molto funk e detonanti.
Un concerto eccezionale per una band spettacolare, che mi auguro (ci auguriamo?)
di rivedere quanto prima, in Italia o altrove.