STEVE WYNN – Live @ Teatro Dal Verme
21 Ottobre 2010
di Maurizio Principato
Tramature folk, energie rock, genuinità country, digressioni psichedeliche,
suoni limpidi e taglienti, il tutto in un contesto squisitamente acustico:
ecco descritto in breve l’incantevole concerto di Steve
Wynn ospitato all’interno della rassegna “Music
Club # 3” (Teatro Dal Verme di Milano,
saletta ‘underground’), ideata e coordinata dal giornalista/scrittore Enzo
Gentile. Wynn ha snocciolato una serie di brani pescati nel proprio
repertorio (“Tears Won’t Help” dal disco “Kerosene Man” del 1990) e, naturalmente,
in quello delle maggiori band in cui operò tra gli anni Ottanta
e Novanta (primi tra tutti i Dream Syndacate: il concerto
inizia con “Medicine Show”). È
un vero ‘topo di strada’ e nei concerti trova una ragione di vita questo
50enne che si rapporta alla musica dal vivo con l’ardore di un ragazzino
entusiasta che sta per fare il suo primo concerto. Sul mini-palco Wynn ha
accolto due musicisti ospiti, tra cui va menzionato l’abile violinista/corista
Rodrigo Erasmo - attualmente con gli Afterhours – che dà
sostegno, contrappunto o controcanto alle linee melodiche. Tra un brano
e l’altro Wynn parla divertito con il pubblico. A proposito del contributo
estemporaneo di Rodrigo Erasmo dice: “Ricordo bene la prima volta che Rodrigo
ed io suonammo insieme. Lui si inserì in un pezzo senza averlo mai provato
prima e fu perfetto. Wow! Questo è davvero un musicista di talento, pensai.
Sì, fui davvero colpito. Più tardi, nel cuore della notte, mi venne un dubbio:
Rodrigo è un grande oppure io scrivo pezzi troppo facili?”. L’ironia pervade
gli interludi tra un brano e l’altro: “So che a quest’ora là fuori c’è ancora
una bella luce (in quel momento erano le 18:45, ndr) ma io ho scritto anche
dei pezzi ‘dark’ – avete presente quelli con accordi minori e la voce che
fa “uuuuuh”? – e oggi ve ne farò sentire qualcuno”. Wynn ha dato vita a
un ottimo concerto, che si è concluso suonando in mezzo alla platea entusiasta.
Nelle ultime battute è arrivato anche il contributo vocale degli Afterhours,
a sorpresa. Nel pomeriggio Drive Magazine aveva incontrato l’instancabile
Steve: di seguito trovate il resoconto della nostra conversazione.
INTERVISTA A STEVE WYNN
Il tuo ultimo album “Crossing Dragon Bridge” – uscito nel 2008 –
era prettamente acustico. Anche il set di questa sera sarà acustico. È la
dimensione in cui continuerai a muoverti futuro oppure prima o poi sentiremo
di nuovo ruggire lo Steve Wynn elettrico?
“È divertente pensare che molti possano aver detto: Ecco, Steve ha messo
la chitarra elettrica nello sgabuzzino. Credimi, non è affatto così. Il
mio nuovo disco in uscita si intitola “Northern Aggression”. È stato realizzato
con la mia rock band, i Miracle Three (Dave DeCastro – basso, tastiere e
cori; Jason Victor – chitarra, tastiere e cori; Linda Pitmon [moglie di
Steve, ndr] batteria e cori) ed è smaccatamente elettrico, anzi aggressivo,
come dice il titolo. Ho sempre mostrato i due lati possibili della mia musica:
quello folk e quello – come dire - selvaggio. Non mi piace rimanere sullo
stesso registro troppo a lungo. Quando scrivo i pezzi e poi incido un album,
seguito da un tour promozionale e da interviste in cui continuo a parlare
di quello che ho appena realizzato…be’, mi viene voglia di cambiare e confrontarmi
con qualcosa di completamente diverso. Esiste gente che continua a fare
o rifare le stesse cose e non lo comprendo. Io potrei impazzire”.
A proposito di impazzire, tanti anni fa Frank Zappa disse “Andare
in tour può farti diventare pazzo”. Tu hai passato più tempo ‘on the road’
che a casa. Come sei riuscito a non dare i numeri? Che sensazione ti dà
aver continuamente a che fare con la musica e con le audience più disparate?
“Mi piace, mi piace molto. Mi piacciono parecchi aspetti della vita in tour”.
Qual è l’aspetto più importante?
“Avere l’opportunità di suonare tutti i giorni mi permette di rinnovarmi
in continuazione, di scoprire sempre qualcosa di nuovo, di provare delle
soluzioni musicali inedite per le mie canzoni. E magari si tratta di dare
forma a nuove idee che, in seguito, faranno nascere altre idee. È il lato
più affascinante dell’imprevedibilità. Quando sei in sala d’incisione hai
modo di assaporare la tranquillità e la concentrazione, con il rischio di
pensare troppo e di affossarti in meditazioni fini a se stesse o in perfezionismi
che non ti portano da nessuna parte ma, per assurdo, snaturano la freschezza
delle intenzioni iniziali. Quando sei in giro e devi suonare vivi nel momento…pronti
partenza via! Agisci prima di avvitarti su un qualsiasi tormento interiore”.
Ti rilassi di più in tour?
“Non voglio dire che andare in tour sia una passeggiata. È molto faticoso,
soprattutto quando le date sono tante. Ma ci sono molti modi per alleviare
le fatiche”.
Ad esempio?
“Mia moglie Linda è la batterista dei Miracle Three: stare insieme anche
durante le tournée rende tutto più semplice e sopportabile”.
I Miracle Three hanno una forte connotazione garage. È questo il
tuo ideale di rock band?
“Sì, assolutamente. Sono particolarmente orgoglioso dei concerti nei quali
siamo riusciti a esprimere tutto il nostro potenziale. Conserviamo la ruvida
spontaneità di un gruppo che suona per la prima volta e, allo stesso tempo,
sfruttiamo l’esperienza acquisita in decenni di convivenza con la musica.
Ogni concerto ti permette di capire qual è il tuo limite e di andare oltre”.
Cosa caratterizza un grande concerto?
“Personalmente credo sia il riuscire a stupirmi, cioè arrivare dove non
mi aspettavo. E, aggiungo, il riuscire a catturare l’energia della audience
e restituirla con tutto me stesso. Un live show è intrattenimento, gioia,
energia. Chi viene ad ascoltare vuole divertirsi e tornare a casa soddisfatto.
È piacevole infilare una battuta tra un pezzo e l’altro, strappando una
risata, ma l’aspetto fondamentale è quello del contatto che, nei momenti
migliori, si stabilisce tra musicisti e ascoltatori”.
Questo accade solo durante un’esibizione dal vivo?
“Nel modo più assoluto e tangibile. Io sono un grande appassionato di jazz
degli anni Cinquanta e Sessanta. Amo il lavoro di John Coltrane, Miles Davis
e Thelonious Monk. Per loro la musica era un flusso continuo di idee e intuizioni.
Creavano in ogni momento, senza fermarsi mai e senza perdere la spontaneità.
Stabilivano una relazione profonda con il loro pubblico. Lavoravano con
la musica e per la musica, senza atteggiarsi a rockstar”.
In anni recenti la musica dal vivo è diventata di nuovo importante.
La crisi dell’industria discografica e il crollo delle vendite dei CD hanno
riportato la situazione all’epoca in cui il marketing non esisteva e suonare
per la gente era basilare. Ripensando agli anni in cui iniziasti con i Dream
Syndacate, cos’hai imparato e come hai fronteggiato i numerosi cambiamenti
che ci sono stati nel mondo della musica?
“Che ci sono stati e che continuano a esserci, lasciamelo dire. Ogni mese
sembra che tutto sia cambiato e, allo stesso tempo, molti elementi di continuità
con il passato permangono. È vero che c’è stato un ritorno al passato. Ed
è vero che, grazie al web, la gente ha modo di soddisfare immediatamente
una necessità o un bisogno, per lo meno per quanto concerne la fruizione
di musica. Ma anche questo è lo specchio di un fenomeno remoto”.
Cosa intendi?
“Pensa a quello che accadde con i 45 giri. Quando ero un ragazzino compravo
un singolo che i Beatles avevano inciso – mettiamo - una settimana o dieci
giorni prima. Se lo rapporti ai tempi era di una velocità impressionante.
Poi le cose cambiarono e molti musicisti presero a impiegare mesi o anni
per realizzare un disco. Sicuramente dedicare molto più tempo alla produzione
ti permette di raggiungere una raffinatezza indescrivibile. Ma la musica
è immediatezza. L’essenza arriva al tuo cuore, sempre. Se un musicista è
ispirato deve correre a incidere il pezzo per mandarlo in stampa prima possibile”.
Lo scrittore inglese Paul Connerton ha scritto “Come la modernità
dimentica “ (pubblicato in italia da Einaudi) nel quale viene analizzata
la perdita di memoria nella società contemporanea. Secondo Copperton l’oblio
è dovuto alla velocità estrema in cui tutto si muove – o sembra muoversi
– intorno a noi. Quello che tu dici a proposito dell’epoca dei 45 giri è
interessante: c’è una similitudine con l’attuale acquisto della musica via
web. Ma non credi che così venga a perdersi il concetto di ‘opera unitaria’
che è proprio di un album dove tutto – dalla sequenza delle canzoni alle
immagini di copertina – è coerente e integrato?
“In un certo senso sì. D’altra parte vanno a scomparire molte forme di percezione
legate al disco, è inevitabile. Ho comprato centinaia e centinaia di 33
giri e, nel tempo, mi sono abituato al fatto che esistesse un lato A e un
lato B. Anche gli artisti pensavano in quei termini e sul finire di ogni
lato mettevano i pezzi meno forti. Sul finire della facciata, A o B, avvertivi
una sorta di calo di energia e questo valeva per molti dei 33 giri che arrivavano
sul mercato. Pensa che ancora oggi quando ascolto un cd mi chiedo: dove
finisce il primo lato? Dove inizia il secondo? Al di là di ciò, non so se
con Internet morirà il concetto dell’album inteso come opera. Forse sì,
ma sarà davvero una tragedia per il rock’n’roll? “Jailhouse rock”
era un singolo. “Penny lane” era un singolo. “Satisfaction” era un singolo.
“God Save The Queen” era un singolo. Questo è il rock: i brani singoli.
Uno dopo l’altro, senza fine”.









