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© Stefano Marzorati

 

2002

Comus: quando il folk si tinge di rosso (sangue)...
di Giovanni Carta


Spesso è inevitabile fare riferimento ai grandi nomi quando si riesamina il passato (ed il presente) del rock oscuro e "dark": nomi come Black Sabbath, Black Widow, Atomic Rooster e via dicendo sono ormai entrati nella coscenza di tutti i seguaci di un certo modo di intendere la musica... sfortunatamente il gruppo che più di altri riuscì a trasmettere un senso di terrore e decadenza morale nella propria musica era, almeno fino a qualche tempo fa, anche uno dei gruppi più difficile da rintracciare sul mercato: i Comus. Il loro esordio, First Utterance, inciso fra novembre e dicembre del 1970 e pubblicato dalla indipendente Dawn nel 1971 rappresenta ancora oggi una delle massime espressioni creative della scena britannica e con molta probabilità il disco più inquietante e maligno che sia mai stato pubblicato sino ad allora. Se formalmente i Comus possono formalmente apparire come il classico gruppo nato dall'ondata del folk-revival che segnò la seconda metà degli anni '60 in realtà vanno ben oltre le semplici rivisitazioni della musica tradizionale inglese, per quanto un ruolo estremamente importante viene sempre affidato all'utilizzo di strumenti acustici e classici di diverso tipo come il flauto, il violino e l'oboe: nelle composizioni vengono inserite e sperimentate le più svariate forme musicali mentre dal punto di vista delle liriche e dei contenuti First Utterance è in netto contrasto con i messaggi rigurdanti l'amore universali e fratellanza che caratterizzavano la buona parte delle composizioni di più illustri colleghi. I Comus hanno abbandonato gli ideali hippy per raccontare storie morbose di stregoneria, stupri e follia.
Il primo ascolto potrebbe risultare traumatico per molti e la grottesca interpretazione vocale del cantante e chitarrista Roger Wootton appare realmente grottesca e disturbante tanto è portata all'eccesso delle proprie possibilità e seppur debitrice nei confronti di artisti eccezionali come Roger Chapman, Marc Bolan, risulta una delle voci più originali, provocatorie di sempre ed ancora più strano risulta l'accostamento di una voce femminile incantata ed "innocente" come quella della percussionista Bobbie Watson all'ugola rugginosa di Wootton. I brani presenti in First Utterance, tutti prevalentemente acustici, sono strutturati in maniera decisamente complessa e si collocano idealmente verso la corrente del progressive-rock senza risultare comunque particolarmente ostici all'ascolto, le parti melodiche sono particolarmente incisive ed in un modo o nell'altro per quanto siano decisamente al fuori da ogni regola prestabilita hanno il potere di rimanere bene in mente nella memoria dell'ascoltatore I momenti migliori sono forse da individuarsi proprio nei brani di maggior lunghezza come The Hermit, forse uno dei pezzi più rappresentativi ed "eterei" del disco, in cui le soluzioni acustiche vengono dilatate in modo tale da raggiungere addirittura la dimensione di una suite divisa in tre parti. Se The Hermit rappresenta l'aspetto più romantico di First Utterance, il brano che apre il secondo lato del disco, Song for Comus, esprime il lato più esoterico e malvagio dell'arte dei Comus: questa canzone si rivela come un vero e proprio inno a Comus, lo spirito del male crudele ed ambiguo in grado, grazie alla sua musica incantatrice, di portare sulla strada della dissoluzione fisica e morale giovani fanciulle innocenti.
Purtroppo il destino avverso sembra aver segnato l'esistenza del gruppo, dopo tre anni di silenzio ed un tentativo di rilancio da parte della Virgin con la pubblicazione del loro secondo disco To Keep From Crying, pubblicato nel 1974 e nobilitato dalla presenza di ospiti eccellenti come Lindsay Cooper (Henry Cow) e Didier Mahlerbe (Gong), i Comus si perdono definitivamente nel nulla... complice forse il non proprio memorabile risultato ottenuto dal seguito di First Utterance. Pazienza, resta sempre la testimonianza di un esordio indimenticabile, vera pietra miliare che resterà impressa per sempre nella storia della musica.
 
© Giovanni Carta 2002 - per gentile concessione dell'autore