zombie

la recensione di "La terra dei morti viventi"

"Taglia e cuci": cinema e censura

 
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IL RITORNO DEI MANGIATORI DI CARNE UMANA

1. I MORTI


I morti sono tornati, più feroci e affamati che mai. Anche se questa volta sembrano aver perso l’ottusita che li aveva sempre contraddistinti. Il loro padre, George A. Romero, fin dai tempi di The night of the living dead, aveva tracciato una via, una via che aveva mostrato i primi segni di evoluzione già nell’inoltrarsi dell’Alba e nel crescere del Giorno. Per tanto tempo i morti sono passati sotto silenzio. Ma ora il silenzio è rotto. C’è chi ha seguito i passi del padre e continuato a percorre quella via ma da un punto più avanzato, come se nel corso di questo silenzio non si fosse mai smesso di procedere. E poi il padre è tornato, e sempre di più il dubbio si fa feroce: chi è il vero mostro?
A differenza dell’inaffondabile mito del vampiro, il vero e unico evergreen del lato oscuro del cinema (tallonato a pari merito solo da spettri e uomini neri), del trasmutato mito di Frankenstein (che ha assunto le forme più disparate ormai ben lungi da karloffiane memorie) e dell’ormai sconfitto licantropo (difficilissimo che riesca a tornare ad assurgere al ruolo di protagonista), il mito dello zombie, del morto vivente, sembra avere una natura ciclica.
Nel periodo dei fasti romeriani lo zombie si era moltiplicato e appariva in tutte le salse, spesso fuoriuscendo dalla sua potente forza metaforica (la bramosia è la chiave, bramosia quasi cieca, peccato congenito dell’essere umano), per andare a insidiare college e collegiali o per sfogare la sterminata ansia da frattaglie adolescenziale. A differenza dei mostri citati prima, lo zombie del cinema niente ha a che vedere con il suo cugino mitologico, lo schiavo dei riti voodoo, ma è una pura creazione del regista americano. Regista che è stato capace di maturare una creatura dall’imponenza simbolica che riesce a mantenere un incredibile attualità.
Il consumismo (chiave di lettura che ci aveva regalato l’Alba, da noi più noto con il titolo di Zombie), i mass media, la cecità degli organi militari, sono solo alcuni esempi tra i più banali dei mille possibili tasti dolenti del mondo moderno toccati da un essere a cui, diciamocelo, magari manca il fascino e il sex appeal dei succhiatori di sangue e sicuramente si presenta un po’ più rozzo e brutale, ma con cui, ahi noi, è molto più facile riconoscersi. Tra l’altro c’è da chiedersi, se al momento della loro nascita, gli zombie spuntavano fuori dalle angosce del ’68, dal Vietnam, come mai stanno tornado così prepotentemente ora, come mai hanno questo nuovo riscontro nel grande pubblico?
Nel corso del lungo silenzio è stato nel mondo dei videogiochi che il filone degli zombie ha continuato a fare le sue apparizioni più diffuse. Il gioco più famoso, capostipite di un nuovo modo di intendere l’avventura videoludica, è poi diventato anche un film (e, prima che le imposizioni delle majors lo facessero scappare, proprio Romero lo doveva dirigere). Si tratta di Resident Evil, con la conturbante Milla Jovovich come protagonista residente Paul Anderson alla regia. Regia che conferisce alla pellicola un’inaspettata dignità, con un interessante lavoro sul vedo/non vedo che ha prodotto un film cruento in una quasi totale assenza di splatter. Recentemente il film, come il videogioco suo predecessore, ha figliato: un primo sequel, Apocalypse, a cui presto seguirà un terzo, Afterlife, e un probabile quarto capitolo. Ma siamo ancora lontani dal ritorno dell’invasione.
C’è stato poi uno strano ibrido, particolarmente sottovalutato e ignorato, ad opera di quel geniaccio di John Carpenter, che come sempre arriva in anticipo, spesso troppo in anticipo. Esattamente come è successo in questo caso con il suo Fantasmi da Marte.
Il primo vero film che però ha iniziato a far annusare i primi sentori dell’imminente ritorno è quel piccolo gioiello di 28 giorni dopo di Danny Boyle. Prima ancora che un caldo e chiaro omaggio al papà degli zombie Romero, il film è un po’ Matheson ma, soprattutto, è il John Wyndham del Il giorno dei Trifidi, quello letterario, le cui prime pagine rivivono quasi didascaliche nello scorrere dei primi minuti del film. Leggere per credere (o viceversa, a seconda di quale dei due prodotti conoscete). Qui la solita, inspiegabile epidemia nasce da un laboratorio, è una sorta di rabbia evoluta (l’idea della rabbia, come quella dell’esperimento erano già state ampiamente usate quando gli zombie andavano tanto di moda), e aggredisce e trasforma i vivi, piuttosto che i morti (esattamente come “l’alieno” dei Fantasmi da Marte). Ma poco importa.
I contagiati del regista inglese fanno qualcosa di più che semplicemente ricordate i morti risorti del regista americano. L’unica differenza? Il mondo si è evoluto, quindi i famelici cacciatori di carne umana hanno iniziato a correre (ma anche qui, vien da dire, Carpenter c’era già arrivato). Lezione che non cade nel vuoto.
Il vaso di Pandora ormai è aperto, il ritorno dell’invasione è appena cominciato. Non passa molto ed ecco il remake del film più famoso della trilogia romeriana, L’alba dei morti viventi. Il regista è l’esordiente Zack Snider (che pare dirigerà la trasposizione cinematografica dell’epico fumetto 300 di Frank Miller), la sorpresa è che si tratta di un bel film. Continua il lavoro di aggiornamento. Gli zombie corrono e lo fanno all’aggressione di un mondo che ormai sembra quasi un videogioco (come una eloquente inquadratura all’inizio della pellicola ben palesa mostrandoci un tipico quartiere borghese americano da un'angolazione che, piuttosto che un luogo da esseri umani, ci ricorda uno stage di Pac-man). E a questo punto i morti hanno ormai scoperchiato le bare, dove non hanno più intenzione di ritornare.
Ancora dai videogiochi ha figliato il trascurabile House of dead, mentre nuovamente gli zombie cominciano a diffondere il loro contagio e travalicano il puro genere horror o gore. È il caso ad esempio del sorprendente prodotto dei gemelli Spiegel, giovani registi australiani, che con un sanguigno umorismo alla Peter Jackson prima maniera, ci regalano un film dove agli zombie si accompagnano agli alieni, in un inaspettato mix di generi, divertente, trascinante e, sorpresa, sorpresa, con una trama che va ben oltre il canonico pretesto rimesta frattaglie. Si tratta di Undead, uno di quei film distribuiti in ritardo e senza troppa pubblicità, che merita di non essere presa sottogamba. O ancora come il caso del gustoso e spassoso Shaun of the Dead (presto distribuito nel solo mercato dvd con il terribile titolo di La notte dei morti dementi), di Edgar Wright che porta i morti ad incontrarsi direttamente con i toni della sit-com all’inglese.
Il ritorno al cinema nell’era moderna significa l’approdo al dvd: tra nuovo e riedizione del vecchio non faticherete molto (e se state con gli occhi aperti non spenderete neppure molto) a procurarvi delle versioni digitali, quasi tutte dignitosissime sia per qualità che per contributi (è strano a dirlo, ma lo zombie ha generato uno stuolo di ammiratori che i distributori del digitale casalingo sembra ci tengano a non inimicarsi…) dei film di cui si è parlato e di molte altre pellicole zombesche.
Ma non sono solo i morti ad essere tornati: anche il loro papà riporta i suoi living dead sulla terra, e il suo nuovissimo La terra dei morti viventi (appunto) è già annunciato come primo capitolo di una nuova trilogia. Certo, il film forse delude un tantino le aspettative. Non è brutto, tutt’altro, ma neppure sembra completamente riuscito. Dopo tutto questo tempo… Eppure non si può negare che George abbia proseguito la sua strada proprio là dove si era fermato ai tempi del Giorno, così come non gli si può negare di avere ancora calda e feroce la forza di puntare il dito e di toccare nervi scoperti della società moderna (e della sua attualità di cronaca). Noi continueremo ad aspettare con ansia che ci accompagni tra i morti, sempre più umani, mentre staremo a vedere a cos’altro porterà quest’invasione. Gli zombie oramai sono di nuovo tra di noi. Creature che non si fermano davanti a niente pur di ottenere il frutto della loro bramosia. Esseri praticamente autistici che continuano a ripetere incessantemente gli stessi gesti di quella che era la loro vita. Bestie affamate e insaziabili incapaci di trovare soddisfazione, sazietà. Corpi vuoti, senza altro scopo che quello di soddisfare bisogni primari, incapaci di comunicare tra loro. I morti sono tra noi. Guardatevi intorno.

2. I VIVI

La bramosia della carne umana non è solo retaggio dei morti tornati dall’aldilà. Anche i vivi hanno la loro voce in capitolo, una voce che si piega ad intelligenze perverse e deviate, che vanno ben oltre la semplice ed animalesca soddisfazione della fame. L’essere umano, la carne, viene usata per nutrirsi, ma soprattutto per giocare, per esprimersi in una sorta di estrema perversione sessuale. In compagnia degli zombie, quasi in concomitanza, e leggermente successiva alla nuova moda degli horror orientali, sono tornati anche i folli maniaci della carne.
Non si tratta esattamente di semplici serial killer. Non si tratta di uomini neri che popolano laghi e sogni come i vari Jason e Freddy Krueger, non si tratta esattamente di mostri nel senso più stretto del termine. Si tratta di veri e propri uomini-mostro. Si distinguono per una particolare feroce ed efferatezza, di solito per attendere l’arrivo di malcapitati nei loro territori da cui difficilmente si spostano e per un contatto con il paranormale e l’occulto più tangenziale: spesso lo praticano come lo potrebbe praticare una qualunque setta di satanisti, pentacoli, candele e via dicendo, ma per quanto riguarda poteri e capacità straordinarie sono sempre sul filo del dubbio. Ce li hanno? Probabilmente no, ed è questo che li rende ancor più terrificanti. Non popolano le nostre ombre, potrebbero popolare i nostri scantinati (d’accordo in Italia non abbiamo esattamente gli scantinati, ma siate flessibili: popolano anche boschi, chiese sconsacrate, edifici abbandonati..). Tre le clausole principali da rispettare: le deformità, la famiglia e l’amore per la caccia.
Capostipite indiscusso The Texas Chainsaw Massacre di Tobe Hooper, ovvero Non aprite quella porta. Prendendo spunto da una storia vera, Leatherface e famiglia hanno imperversato parecchio al cinema e così come L’alba dei morti viventi ha avuto il suo remake aggiornato, anche Texas Chainsaw Massacre ha avuto il suo, del regista di videoclipMarcus Nispel, anche se con risultati molto meno interessanti. In questo ritorno di fiamma anche Hooper sta tornando a far capolino con proposte interessanti, come il suo The Toolbox Murders che per ora si è visto solo a qualche festival ma che presto dovrebbe essere in distribuzione. Siamo tornati ai vecchi fasti dove perversione, gore e humor nero si fondono in un tutt’uno.
In qualche modo predecessori, antenati si potrebbe dire visto che possiedono alcuni tratti somatici comuni e alcuni totalmente differenti, sono i film del filone cannibalico italiano, con titoli come Ultimo mondo cannibale o Cannibal Holocaust entrambi di Ruggero Deodato. Non è strano che siano sono tornati alla ribalta in grande rispolvero sul supporto digitale grazie al quale hanno scoperto una nuova giovinezza. Mentre il cinema si rimpolpa di fameliche famiglie mangiauomini, gli appassionati (un numero in crescita) recuperano il passato.
Oggi i cacciatori di uomini non vengono più da ataviche e lontane culture, ma si sono spostasti nei tipici paesini di campagna. Già perché è quasi sempre campagnola l’origine di queste deformità assassine. Zotico e perverso, anche quando lucidamente geniale. Come se in un qualche modo la distanza dalla civiltà, che questi uomini-mostro rigettano sempre con ardore (le armi che scelgono ad esempio: utensili e strumenti da lavoro manuale, da vecchio artigiano) facesse un improvviso salto evolutivo.
Nell’interessante Wrong Turn di Robert Schmidt, ad esempio la deformità è estrema.
Per aver sbagliato strada (appunto, la wrong turn, la svolta sbagliata) i protagonisti si ritrovano alla mercé di una famiglia di freaks folli che fa strage dei malcapitati che si trovano ad attraversare il bosco che hanno scelto come territorio. Il territorio che torna assieme alla famiglia, un perverso patriottismo per il proprio terreno, un deviato modo di leggere la difesa della propria famiglia, dove difesa e offesa convergono in un unico in districabile oggetto. Sono animali che proteggono il loro territorio che è allo stesso tempo territorio di caccia, ma sono anche uomini e la caccia smette di essere solo ed esclusivamente esigenza di basso ventre.
Dentro questo meccanismo, ma se possibile ancora più perverso ed accentuato, portato agli estremi in tutte le sue caratteristiche, è la sorpresa de La casa dei mille corpi di Rob Zombie. Ci sono le deformità, la famiglia, l’amore (spassionato) per la caccia e molto, molto di più.
Il film sfida continuamente il kitsch e le strutture tipo del b (e dello z) movie e un certo gusto retrò, senza mai perdere, senza mai scivolarci dentro a sua volta, offrendo il gusto dell’omaggio senza mai diventare un film citazionista. La trama di questo genere di pellicole è piuttosto canonica: un gruppo di persone/amici si ritrova nel posto sbagliato per un qualunque motivo. Vengono massacrati uno alla volta finendo nelle perverse grinfie della famiglia di turno, dividendosi tra il ruolo di giocattolo e quello di cibo. Uniche variabili possibili: alla fine qualcuno si salva, alla fine muoiono tutti. Nel caso del film dell’ex leader dei White Zombie, la trama prende qualche deriva inaspettata. Eccezioni inaspettate che danno al film un livello in più.
Un altro film che rientra perfettamente nelle regole anche se scivola molto di più nell’occulto e nel mistico toccando molto da vicino anche il filone de l’uomo nero è il bizzaro film Monster man, di Michael Davis, film che come il suo regista ha una più forte vocazione alla commedia piuttosto che all’orrore. Il film è a tratti surreale, caratteristica che in realtà gli dona particolarmente.
La carne è uno dei fulcri della filmografie di registi imponenti come Cronenberg. Ma Cronenberg si concentra sulle violazioni della carne. Nel nostro caso invece la carne assume via via il ruolo di oggetto, di strumento, di cibo. L’uomo diventa ne più ne meno un animale, usato per divertirsi (la caccia), per nutrirsi, l’essere diverso che non offre nessun appiglio ai sensi di colpa.
Già, perché per i deformi che popolano le pellicole che abbiamo preso in esame, vedono il resto del mondo come il mostro, come un brutto posto incomprensibile pieno di stupide creature incapaci di capire il vero fondamento della bellezza. È ovvio che la loro deformità è sia esterna che interna. Anzi, a dimostrare che la deformità maggiore e quella coltivata dentro, spesso uno dei membri della famiglia è una bella e procace sorella che si rivela poi essere la più folle e perversa. Anche qui non si può evitare notare quanto ancora una volta ci siano nostre caratteristiche, o meglio, caratteristiche tipiche dell’uomo moderno occidentale ben riconoscibili, nei mostri. Esasperate e quindi ben più in evidenza. Una forma di razzismo al contrario, una visione di sé stessi o del proprio nucleo come soli contro il mondo e unici depositari della verità e quindi della giustizia. Di sicuro gli adolescenti si divertiranno un mondo a vedere corpi aperti, tagliuzzati, strappati, in un cinema che ancora usa il digitale con molta parsimonia e predilige il buon vecchio make-up, i buoni vecchi effetti artigianali, ma ancora una volta viene da chiedersi da dove nasca l’esplodere del successo di pellicole che non fanno altro che scavare e rimestare pesantemente in determinate inquietudini. Sarà che sono diffuse, queste inquietudini?
I film sui serial killer sono molto più concentrati sui meccanismi del giallo, anche se qualcosa qui e là all’horror hanno rubato. I film degli uomini neri, dei babau e dei mostri trascendono su un’altra dimensione, più atavica, più psicologica.
Ma quando si arriva alla carne le angosce sono molto più violente, molto più profonde, molto più solide. I mostri, gli uomini-mostro sono là fuori, forse anche perché sappiamo perfettamente che potrebbero essere sepolti proprio qua dentro, proprio in mezzo alle nostre frattaglie.

© Paolo Ferrara 2005 - per gentile concessione dell'autore

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