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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

 

Kippur (id.)
regia di Amos Gitai; sceneggiatura di Amos Gitai con Liron Levo, Tomer Russo, Uri Ran Klauzner; produzione: Francia, Israele; anno: 2000
recensione di Marco Ferrari

Quattro soldati, sprofondati nel fango, avvolti dalla nebbia: trasportano in spalla un ferito in barella. Proiettati in una dimensione spazio-temporale senza passato nè futuro, i quattro cercano di salvare qualcuno più disperato di loro. Microcosmo disperato nel quale si arranca con difficoltà, al suono roboante delle pale di elicottero e del passaggio dei carri armati.
E' l'immagine più emblematica di Kippur, che racconta il dramma di alcuni ragazzi della riserva che parteciparono al conflitto arabo-israeliano che ebbe inizio il 6 ottobre 1973, festa del Kippur, con l'avanzata di carri armati siriani e egiziani verso il territorio israeliano.
E' il film più autobiografico di Amos Gitai (Berlin-Gerusalem, Kadosh), che partecipò personalmente alla guerra, e che ha qui voluto riprendere episodi personali di vita vissuta. La macchina da presa pedina i suoi soldati nel loro sporco e insanguinato lavoro di assistenza ai feriti nei combattimenti. Essi si muovono sui campi di battaglie a scontri già conclusi. Non c'è nulla di epico nè nelle loro gesta, nè nelle scene di guerra in generale: il nemico non si vede mai, tutto avviene in un'atmosfera ovattata, quasi rarefatta.
La misurata regia di Gitai esalta i tempi morti e azzera la dimensione del pericolo, della suspense, della tensione: lunghi piani-sequenza registrano la monotonia della guerra, dei suoi effetti, delle sue dinamiche.
Lo spettatore è tenuto volutamente lontano, non coinvolto, testimone di uno scenario che scorre nella sua banale, nefasta, assurda ineluttabilità. Nulla a che vedere con le roboanti pellicole hollywoodiane.