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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

 

Billy Elliot (id.)
regia di Stephen Daldry

L’Inghilterra degli anni ottanta, quella della Thatcher e del neo liberismo, delle dure lotte sindacali e della crisi della società britannica è lo scenario che il regista Stephen Daldry ha scelto per ambientare la storia di Billy, un bambino di undici anni e del suo sogno: diventare un ballerino.
Billy vive una realtà decisamente dura: è orfano, sua madre è morta da non molto tempo, lui si deve occupare di una nonna arteriosclerotica; suo padre e suo fratello sono minatori che scioperano per impedire che le miniere chiudano; la povertà, la mancanza di alternative e, quasi, di aspettative accompagnano quotidianamente gli abitanti della sua città. La crisi che attraversa Billy è la crisi che segna tutti gli adolescenti nel momento in cui percepiscono quanto profondo possa essere il divario tra il ruolo che famiglia e società hanno progettato per loro ed il proprio talento, i propri desideri, la propria volontà. Billy ha un unico amico con cui confidarsi, un compagno di classe che sta attraversando una crisi, un travaglio per certi aspetti simile al suo, ossia la scoperta della propria "diversità" sessuale.
Il regista parte dallo sfondo, traccia una desolante cornice di personaggi falliti (fallimenti personali, di progetti di vita ma anche, se non soprattutto, fallimenti di ideali e di ideologie) per raccontare la storia della testarda lotta che Billy deve combattere contro il pregiudizio, la pigrizia mentale e i luoghi comuni per seguire la sua inclinazione, la sua bravura, il suo sogno di diventare un ballerino, ma anche, e più semplicemente, per crescere.
Ci troviamo così a seguire una vicenda che scorre piacevolmente, sorretta senz’altro da una buona sceneggiatura, ma che non riesce a coinvolgere ed ad emozionare fino in fondo lo spettatore. In alcune scene le cadute di tono e di tensione sono evidenti: la lettera-testamento della la mamma che doveva essere aperta al diciottesimo anno di età del protagonista e che viene letta dall’insegnante di ballo che incoraggia ed aiuta Billy, risulta essere, ad esempio, un espediente un po’ troppo facile, una scorciatoia per sollecitare (o solleticare) scontata commozione.
Il soggetto del film, certo, non è originalissimo, ed il regista rischia qualche volta l’accusa di aver voluto fare un film che potremmo definire “furbo”.
Sono invece da segnalare l’interpretazione del piccolo Jamie Bell riesce a rendere simpatico e credibile il futuro artista ed una coinvolgente colonna sonora.