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Porcupine
Tree – “Fear of a Blank Planet” (Roadrunner Records
– 2007)
Scriveva Riccardo Bertoncelli su Linus nel 2003, all’indomani dell’uscita
di In Absentia: “i Porcupine (...) hanno smesso
di correre liberi con la mente nelle praterie della London technicolor
prog da sempre amata e si sono fissati. Oggi splendono nella loro «tipicità»,
che può dar fastidio agli appassionati della prima ora ma è
una carta commerciale comunque spendibile”. Parole sante, soprattutto
oggi, a quattro anni di distanza. E per rendersi conto di quanto il giudizio
di Bertoncelli sia ancora accurato e up-to-date basta metter
su l’ultima fatica del gruppo, Fear of a Blank Planet.
Un disco oscuro, lucido e compatto come un ciottolo levigato dalle maree.
Ma anche una conseguenza logica, quasi assiomatica, del percorso artistico
intrapreso ai tempi dell’album di cui sopra: nell’impasto
sonoro spiccano affettuose citazioni space rock, sfuriate strumentali
ai confini del metal e insospettabili squarci di melanconia.
A differenza che nel passato più o meno recente, stavolta la ricetta
rasenta la perfezione. Sale, pepe e zucchero, perfettamente bilanciati
nella impeccabile produzione di uno Steve Wilson sempre
più padrone del mixing desk, danno ai sei brani dell’album
un gusto agrodolce che conquista al primo ascolto. E il risultato è
un disco di cui è facile innamorarsi. Gli unici rischi stanno appunto
nella insospettabile orecchiabilità e nella brevità dell’opera:
Fear of a Blank Planet scorre via liscio in meno di un’ora,
e sazia poco. Problema grosso, visto che il buon Wilson si dice deciso
a staccare la spina a tutti i suoi main e side projects per godersi
una meritata pausa di riflessione. Tornando a bomba. come gli ultimi due
dischi dei Porcospini, anche Fear of a Blank Planet è
una sorta di thriller in musica. Stavolta, niente maniaci come
in In Absentia né fantasmi come in Deadwing.
Il villain della situazione è l’industria dei media,
che trasforma ogni espressione creativa in un prodotto da consumare e
digerire in una botta e via. La title track approfondisce la questione
rileggendola con lo sguardo di un ragazzino preadolescente perso fra computer,
PlayStation, reality show e “prescription drugs”.
Si sta dalle parti di Blackest Eyes, Shallow
o Halo: riff assassino di chitarra, basso batteria e
synth a sostenere il tutto, e una bella linea vocale ansiogena per un
anthem che ha il mood di una soggettiva accelerata alla
“Koyanisqaatsi”. Dopo sette minuti e spiccioli, inframmezzati
dai cambi d’umore e ritmo tipici della band, la tempesta sonora
si placa, e il pezzo sfuma in My Ashes, brano che trova
il suo punto di forza in un sontuoso distillato di tastiere e archi. È
un’onda che parte piano, per poi montare e sfrangiarsi senza sforzo
sulla riva. A seguire, un ritorno ai fasti di Russia on Ice:
Anesthetize. L’inizio di questa suite
poco sotto i 20 minuti ricorda i Radiohead di Hail To The Thief:
puro minimalismo strumentale e cantato stile Roipnol. Poi, il pezzo prende
il volo, e comincia una cavalcata sonora che vive di luci e ombre marcate:
da segnalare l’assolo del chitarrista ospite Alex Lifeson,
pilastro dei Rush, ma anche le incazzature grunge della sezione
ritmica. Il terzo movimento di questa operetta rock torna al clima vagamente
floydiano dei Porcupine Tree più classici, con
un mix di voci e controvoci che merita l’ascolto in standard 5.1.
Sentimental è l’unico pezzo in odore di
“fill in”, e si supera in fretta. Forse, perché il
pezzo che segue è Way Out of Here: unica ballad
del disco, per di più baciata dalle pregevoli tessiture chitarristiche
di un altro ospite eccellente, il “Re Cremisi” Robert
Fripp. Gli ultimi sette minuti del Cd sono per Sleep
Together, un rocchettone che conclude la nuova avventura sonora
della band in un crescendo di archi, giri di basso e loop in
puro stile electronica. Poco sopra i 50 minuti, il lettore Cd
dice stop. Lo spettacolo è finito. Almeno fino a quando gli infaticabili
Porcospini non torneranno in Italia per presentare il disco. Secondo Wilson,
non dovrebbe mancare molto. Speriamo.
www.porcupinetree.com
www.roadrunnerrecords.it
© 2007 Andrea Voglino - per gentile concessione dell'autore
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