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dedicata a Byron nel sito ufficiale degli Uriah Heep
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Heep Family Tree
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MAN FULL OF YESTERDAYS: DAVID BYRON
- Intenso tributo ad un grande vocalist mai troppo compianto
e considerato
Nel corso degli anni mi e' capitato assai spesso di imbattermi
in complessi per i quali ho provato un fortissimo sentimento
di legame, in gran parte dovuto alla mia sensibilita' musicale,
sensibilita' che abilmente sembrava amalgamarsi con i coloratissimi
stati umorali espressi dai solchi delle centinaia di LPs che
possiedo a casa.
La
mia si e' trattata indubbiamente di una escalation conoscitiva
fortemente alimentata da un sempre vivacissimo desiderio di
sapere, sapere che cosa quel gruppo o quell'artista, sia da
un punto di vista musicale che sociologico aveva rappresentato
durante gli anni del suo incommensurabile "operato".
Ma e' altrettanto vero che, senza alcun rimpianto o rimorso,
alcuni di quei nomi sono stati "resettati" dal mio
"Sistema Operativo Cerebrale", e probabilmente non
faranno mai piu' ritorno. Fra le cosiddette "vittime illustri"
non potrei non citare i Deep Purple (amatissimi, in special
modo nei primi anni di collezionismo musicale) o gli Eagles,
piu' commercialmente predisposti all'AOR americano, combo
californiano che ha espresso alcune tra le pagine melodiche
piu' riuscite ed avvincenti degli anni '70.
In questa a suo modo "infausta" categoria non rientrano
(e mai rientreranno) gli inossidabili Uriah
Heep, dei quali ho gia' tessuto sperticati elogi, optando
per VERY 'EAVY VERY 'UMBLE quale album tra i piu' rappresentativi
del complesso inglese. Ma se in precedenza mi ero soffermato
sugli accenti gotici e surreali di cui gli HEEP si sono sempre
dichiarati portavoce, attraverso l'analisi critico-musicale
del loro primo indimenticabile "parto", oggi vorrei
dedicare parte del mio tempo a una figura mai troppo compianta,
mai troppo fatta riemergere dall'eterogeneo, imprevedibile panorama
rockistico: mi sto riferendo, senza tentennamento alcuno, a
David Byron, vocalist degli URIAH HEEP dal
1969 (anno in cui Byron ed il suo compagno di scorribande negli
SPICE Mick Box, chitarra solista, si unirono al
talentuoso tastierista Ken Hensley, proveniente dai
GODS). L'ormai leggendario triumvirato BOX-BYRON-HENSLEY
vide cosi' la luce; l'anno successivo sarebbe stata la volta
della loro prima pubblicazione, VERY 'EAVY VERY 'UMBLE,
appunto (Vertigo).
Byron, nel contesto hard-rockistico dell'era, non si poteva
certo considerare un "heavy-metal-singer" classico,
ne' tantomeno un progressive-vocalist. La particolarita'
legata alla sua voce veniva riflessa in maniera piu' che chiarificatoria
attraverso le composizioni gotico-surreal-oniriche sulle quali
Byron dispiegava la sua innata possenza vocale. La vocalita'
del prime-singer degli Heep non possedeva la "monumentalita'"
di un Ian Gillan, ne' il pathos sofferto e strascicato
di grandi blues-rock-men quali Paul Rodgers dei
Free o Rod Stewart dei Faces,
ne' tantomeno la calda e glaciale, al tempo stesso, espressivita'
di Robert Plant, insuperato maestro nel gestire note acutisisme
e impossibili da riprodurre per la stragrande maggioranza dei
cantanti rock sparsi in tutto il mondo. Performers, costoro,
ben piu' considerati dai
media e giornalisti dell'epoca, relegando in innumerevoli occasioni
il compianto David negli angoli oscuri della misconoscenza o,
ancor piu' triste da accettare, vittima dell'indifferenza di
una rock-press spietata ed eccessivamente frettolosa
nell'emettere stelline e giudizi, quando non propriamente ottusa
o elastica quanto una bacchetta di legno.
A
un primo ascolto, immediatamente risalta il wide-range-vocals
del vocalist degli Heep, una voce "multi-ottava",
dotata di grande estensione ed esternatrice di acuti strazianti,
di stampo quasi "gillanesco". Rispetto al noto cantante
dei Deep Purple MARK II, David Byron vantava forse una maggiore
propensione timbrica, la quale non aveva alcunche' da invidiare
al suo ben piu' celebrato collega; non-di-meno vi era una certa
fascinosita' nell'impostazione byroniana della voce, mirabilmente
adatta a ricoprire vasti ruoli interpretativi, passando con
assoluta disinvoltura dall'high-pitched piu' marziale
ed epico, alla ballata svenevolmente eterea e struggente, per
poi ritornare su canoni hard puntellando le proprie accesissime
performances con sferzanti, bellicosi e sventra-cristalli
primal-screams, tali da far rabbrividire anche il miglior
Robert Plant (mi perdonino gli arcigni fans del "Dirigibile",
ma il mio e' un atto dovuto...!).
La straordinarieta' espressiva di Byron emerge imperiosa e destabilizzante
nel primo effort a nome Heep, il leggendario VERY
'EAVY, VERY 'UMBLE: GYPSY ne evidenzia la quintessenzialita'
vocale, monumentale tanto quanto la partitura del brano, sorretto
da un minaccioso, monolitico riff suonato all'unisono da chitarra
e tastiera: in sintesi, il trionfo del "gothic-rock",
un sentiero raramente battuto con tale efficacia e magnetismo
sonoro. WALKING IN YOUR SHADOW si rivela essere perfetto
specchio dell'estrema possenza byroniana, possenza che si alterna
a magistrali cambi d'atmosfera insiti nel brano, rievocanti
un tono di minaccia e di crudezza solamente riscontrabili nelle
prime, stupefacenti opere del gruppo inglese, mentre la celeberrima
COME AWAY MELINDA e' il personale trionfo della versatilita'
di Byron, una melodia sulla quale viene "posata" con
maestosa, regale eleganza, un'interpretazione sofferta e ricca
di drammaticismo, mai patetico, sempre giocato sul filo di un
pianto malinconico egregiamente "tradotto" dall'ugola
di David. Ancora oggi il sottoscritto prova lunghi, glaciali
brividi sulla schiena, brividi che si stagliano come solchi
di un passato tutto da celebrare, ma anche tutto da riscoprire.
Ma la performance byroniana che piu' di tutte preferisco
e' indubbiamente quella esposta in DREAMMARE, primo melting
pot dark-gotico-onirico, composizione firmata dall'allora
bassista Paul Newton, un piccolo gioiello per quel che concerne
il primo hard-rock britannico.
La voce del cantante qui si apre a vele spiegatissime, trascinando
con innegabile pathos e possenza di stretta derivazione metallica
un lungo incubo poi trasformatosi in sogno divenuto a sua volta
nuovamente incubo, in un terrificante contrasto di colori,
demoni e belve attentatrici, quasi fossimo ingoiati da un vortice
onirico musicale che ci viene vomitato addosso attraverso i
disperati e talvolta "omicidi" acuti di un ispiratissimo,
inarrivabile Byron. Ma il capolavoro vocale del Nostro si compie
nella cromatica, up-and-down-tempo di WAKE UP (SET
YOUR SIGHTS), un brano di chiara derivazione progressive,
contraddistinto dalla ritmica jazz inferta dalla chitarra di
Box, assoluta padrona insieme all'esasperata performance
vocale di Byron: un "sali-e-scendi" dalla grande carica
emotiva, l'ideale set-closer di un'opera tutta da divorare,
opera che ha termine con un lancinante messaggio da parte di
Byron stesso "Svegliati e stai all'erta..... oooo, Dio
cerca di fermare questo eccidio....... - disse l'uomo prima
che morisse....." - seguono dolcissime, oniriche sussurra
che risolvono, ma solo in parte, tanto dramma profuso sino ad
ora.
La voce si fa sempre piu' sottile, e tutto sfuma lasciando agli
avidi ascoltatori molti quesiti aperti, e un'unica, inequivocabile
certezza: quella di aver assistito a una delle piu' ricche e
versatili "rappresentazioni" vocali della Storia del
Rock. E la mia non vuole essere un'esagerazione od eccessiva
celebrazione dell'artista preso in considerazione.
Cio' espresso sino ad ora e' cio' che sento veramente dentro
di me, e non potevo davvero rinunciare alla mia personalissima
esposizione dei fatti. Al cuor... non si comanda!...
Passa un anno, siamo nel 1971 ed esce SALISBURY, seconda
opera da parte degli URIAH HEEP. Si avverte, immediatamente,
un netto, radicale cambio di atmosfera, pur rimanendo inalterate
le coordinate stilistiche del complesso inglese. BIRD OF
PREY e', a tutt'oggi, la vocal-signature di David
Byron, un'interpretazione mozzafiato giocata su vorticose acrobazie
vocali terminanti con un puntuale, acuminatissimo falsetto,
rivelando a piu' riprese quello stile che prendera' di li' a
poco la denominazione di "operatic-vocals" (vocalizzi
operatici o vocalizzi lirici): un nuovo stile vocale era appena
stato dato alla luce, e Byron ne fu l'impareggiabile autore.
BIRD OF PREY si puo' definire un' antesignana di certo "epic-metal",
in anticipo di ben una decade, prima dell'avvento di complessi
quali DIAMOND HEAD, IRON MAIDEN e JUDAS PRIEST, nomi oggi sinonimo
di grande firmamento nel campo heavy-metal.
THE PARK e' forse la composizione in assoluto piu' fascinosa
e ricca di accentazioni onirico-eteree cosi' care al gruppo
di Birmingham: il falsetto di Byron rappresenta la miglior trasposizione
possibile onde conferire quel tono cosi' caratteristicamente
decadente e oscuro, magnetico e tenebroso. Segue il classico
TIME TO LIVE, traccia di sanguigno, lancinante, sofferto
hard-rock, nel quale David pare si voglia cimentare in un ipotetico
"verso" a Ian Gillan (peraltro il "gioco"
gli riesce egregiamente), suo contemporaneo e sempre indiscusso
punto di riferimento.
Infine citerei la suite SALISBURY, la stessa che da'
titolo all'omonimo album: 16 minuti di concitato, avvincente,
drammatico caos musicale, al quale fa da puntello un sempre
impeccabile David Byron, in questa veste solo funzione di mero
complemento e comunque sempre di fondamentale importanza nell'economia
musicale e stilistica del combo "diretto" da Ken Hensley.
Concludero' con l'imponente, massiccio LOOK AT YOURSELF,
uno dei capisaldi dell'hard-rock britannico, autentico
grido all'hard piu' estremo ma, al contempo, anche sinonimo
di acuta espressivita' da parte di un complesso mai domo o titubante
verso un'assidua, coraggiosa ricerca sperimentale. Apre, of
course, la nota title-track, autentico inno hard del
primo periodo, con la chitarra di Box sparata a folle velocita',
coadiuvata dal sempre abilissimo Hensley e retta da un canto
sgolato ed invocante disperato aiuto. Si ha l'impressione il
Nostro sia quasi in punto di morte.... La conclusione a tanta
epicita' e' lasciata all'originalissimo, furente drumming degli
Osibisa, in questa veste prestatisi alle pretenziosita' e velleita'
"heeppistiche". I WANNA BE FREE e, de
rigoeur, il brano che in assoluto prediligo in quello
che da sempre e considerato come la produzione in assoluto
piu heavy in cui Il gruppo si sia mai imbattuto.
Intro fragoroso di chitarra, sul quale si staglia in successione
una tenue ma delicata linea di organo; subentra a questo punto
la calda e decisa voce di Byron, che disegna attraverso sognanti
liriche un momento di estasi personale, in cerca di una legittima
liberta. A esser del tutto sinceri I WANNA BE FREE
e quanto di piu quintessenziale si possa immaginare
in campo hard, e forse per tale motivo tale traccia e
da considerarsi un lost-Heep-classic. Il canto, prima,
soave e contenuto, poi (si veda e
si
senta nel finale)
sfrenato e lancinante, del dottissimo vocalist inglese,
e superbo e il rocker suddetto, fortemente venato di melodia
in stile-Heep, si dimostra essere il veicolo piu sicuro
tramite il quale poter esprimere la propria innata espressivita
vocale. Sia che Ken che David si catapulteranno in un finale
high-screaming semplicemente mozzafiato: le folli grida
di entrambi i leaders si intersecano alla perfezione (confondendosi
meravigliosamente), complementando luna e sovrapponendosi
allaltra. Heavy suggestion, e il mio
laconico commento. Tralasciando la celebre JULY MORNING,
da tutti ritenuta la Heep-track per antonomasia, e loro
indiscusso apice creativo, la particolare timbrica di Byron
ha modo di esprimersi piu compiutamente in TEARS IN
MY EYES, altro sommo highlight all'interno di LOOK AT
YOURSELF. La cadenza dettata dai riffs sanguigni
di un sempre minaccioso Mick Box segue parallelamente
la vocalita epica e suggestiva di David Byron: dalla prime
battutesembra si tratti di un altro canonico, assai poco sorprendente
hard-rocker, in questo frangente imperniatosulla slide-guitar
di un Ken Hensley lontano questa volta dalla amata tastiera;
del tutto inatteso, un sorprendente cambio di atmosfera lascia
esterrefatto pubblico e ascoltatore: la maggior parte delle
bands allora in circolazione avrebbero proseguito sulla falsa
riga dellintroduzione, producendosi poi in uno stantio
quanto monotono refrain che nulla di sostanzialmente nuovo avrebbe
aggiunto alle gia ricche articolazioni espresse in campo
hard-rock da alcuni tra i complessi piu famosi
dei primi anni 70. Ma gli Uriah Heep non erano certo una
band comune, ed invece di presentare un fiacco rock-blues,
decisero, molto intelligentemente, di porre una frattura
melodica di stampo squisitamente onirico-etereo, impostato sul
magico falsetto di Byron superbamente coadiuvato dallaltrettanto
convincente vocalismo degli altri membri del complesso (in fondo,
e' proprio grazie alle intricate ed ammalianti armonie vocali
sulle quali gli Uriah Heep hanno costruito il proprio pregevole
ed inconfondibile repertorio). D'improvviso il sontuoso, accattivante
break s'interrompe bruscamente: ad esso viene frapposto
il refrain di apertura, in modo da causare una
saggia "frattura" onde riprendere la linea originaria
della melodia, a cui era venuta in contrasto proprio quell'inaspettato
intermezzo. Infine... il Gran Finale: LOVE MACHINE. In
essa vengono fuse non poche similarita' nei confronti di un
sound dichiaratamente "deep-purpliano": sia nell'impostazione
vocale di David Byron (emulo in questo frangente del grande
Ian Gillan) che negli assoli proposti dagli indiavolatissimi
Box e Hensley, la matrice purpliana sembra essere la costante
nel corso di tutta la traccia. Segno evidente che gli allora
"maestri" si potevano gia' considerare autentici inventori
di un nuovo, ultra-seminale "verbo-rock". Cosi' come
"inventore" meriterebbe di essere etichettato uno
dei piu' grandi vocalists di sempre, quel David Byron al quale
ho candidamente dedicato questa speciale retrospettiva, una
retrospettiva dettata piu' dal cuore che dallennesima
dimostrazione di profondo interesse verso la musica e le voci
degli Uriah Heep. E come certi "propositori di nuova arte"
al tempo della loro messa in scena, Byron si sarebbe dovuto
accontentare del modesto ruolo di "incompreso", comunque
(e saggiamente, ma con una punta di tragica malinconia e lieve
rancore) in fervente attesa che il suo immenso ed originalissimo
talento venisse un giorno, non troppo lontano, riconosciuto,
anche da coloro che per anni snobbarono la musica degli Uriah
Heep. Se mai quel nefando essere di nome Melissa Mills avesse
veramente compiuto il (meritatissimo) atto di suicidio, le auguro,
infaustamente, di correre su e giu' per l'Inferno, braccata
proprio da un Byron/Caronte eccitato solo dalla perversa idea
di poterla speronare all'infinito con la propria forca.... O,
better to say, con i suoi inconfondibili, sferzanti acuti.......
fino a disintegrarla del tutto.....! And justice for all, in
the end, my friend!... |
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