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BROTHER di Takeshi Kitano

Yamamoto (Takeshi Kitano) è uno yakuza, il cui boss viene ucciso in un agguato teso da un clan rivale. La famiglia mafiosa a cui appartiene si sfalda e Yamamoto è costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, dove incontra suo fratello minore, uno spacciatore di droga. Yamamoto continua a fare l'unica cosa che sa fare: il gangster. In un crescendo di violenza e massacri, crea un giro di affari sporchi che si allarga sempre di più, fino all'inevitabile conflitto con la mafia italiana, molto più potente e organizzata. La trama potrebbe sembrare banale, e se il film fosse uscito qualche anno fa, si sarebbe parlato di adeguamento da parte del regista a una tendenza alla violenza iperrealistica, alla quale così tanti altri cineasti avevano aderito. Forse si sarebbe potuto parlare di "un pulp con coscienza", a differenza dell'umorismo da quattro soldi del sopravvalutato Tarantino, che si limita a sottolineare come tutto il sangue e la violenza mostrati sullo schermo non siano altro che un gioco. Forse, dopo una visione superficiale del film, qualcuno potrebbe addirittura affermare che si tratta solamente di una variazione sui massacri finali dei vari episodi di The Godfather di Francis Ford Coppola, ma prolungata per centodieci minuti. Niente di più sbagliato. Kitano non fa altro che portare avanti coerentemente una sua poetica, che si poteva già intravedere a partire dai suoi primi film, come Violent Cop, e che ha raggiunto il suo apice in Sonatine e in Brother.
Kitano propone l'immagine del mafioso dotato di un grande senso dell'onore, che allo spettatore occidentale può richiamre alla mente il già citato Godfather, ma che in Oriente ha visto diverse variazioni (si pensi al cinema di Hong Kong, da John Woo a Johnny To, solo per citare due esempi tra i più eclatanti, o, nel campo del fumetto giapponese, a Sanctuary di Fumimura/Ikegami). La logica dell'onore e del gruppo si rifà - quasi senza soluzione di continuità - a quella di guerrieri e spadaccini medievali, per i quali il bene del gruppo è più importante di quello del singolo individuo: questo concetto è stato ribadito in così tanti film e fumetti da essere diventato un topos, ma Kitano lo rielabora aggiungendo una sua visione pessimista e senza speranza della vita. Si potrebbe obiettare che anche questo è un topos dell'hard boiled fin dai tempi di Chandler, ma Kitano,nella sua radicalità, è accostabile soltanto a Derek Raymond, o, allargando il discorso alla letteratura non di genere, all'uruguayano Juan Carlos Onetti.
Un altro tocco personale del regista, in Brother come già in Sonatine, è l'alternarsi di scene ultraviolente e di scene di quotidianità, che mostrano come sotto il cinismo dei personaggi (che è reale, e non soltanto una posa), si nasconda una fragilità immensa, quasi un desiderio di regressione infantile (tra un omicidio e un altro i membri della gang non fanno altro che giocare, spesso con degli atteggaimenti decisamente litigiosi, al limite dell'adolescenziale). In questa alternanza c'è tutta la maestria di Kitano, che ha creato un film archetipico, che mostra, quasi al di fuori di ogni connotazione spazio-temporale (e qui possono venire alla mente i film di Jim Jarmusch, in particolare Ghost Dog), una serie di tematiche hard boiled quasi "allo stato puro", in particolare la figura del gangster, dell'uomo d'onore, che convive con la morte, e alla quale forse anela, sempre.

© Adriano Barone 2001 - per gentile concessione dell'autore

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