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DAVID BOWIE: MILLE CONSIDERAZIONI
PER MILLE FACCE DIVERSE
Non e' stato mai facile esprimere un giudizio compiuto su David
Bowie, artista multi-mediale, compositore di melodie spesso
accattivanti, decadenti, provocatorie, primo vero esempio di
"marketer" dell'industria discografica.
Con Bowie, il Rock acquistera' un'accezione di Universalita'
ben piu' ampia e rivisitata, rispetto agli ideali proposti dalla
generazione a lui precedente; nondimeno egli avviera' con spudorato
coraggio e classe sopraffina il concetto di "culto dell'immagine",
che, col passare degli anni (e degli albums da lui incisi) diverra'
supremo sinonimo bowiano, abbracciando le piu' disparate culture
e mostrandosi come via espressiva transgenerazionale.
Bowie e' il primo vero "trasformista" in campo musicale:
prima di lui il massimo della tragressione e sensualita' era
rappresentato da Mick Jagger degli Stones, almeno in quanto
a platealita' e forti connotati sessuali esibiti in scena, durante
le ben note bollenti performances di pura matrice stoniana.
La
sofisticazione e la maniacale cura del proprio abbigliamento
(sia estetico che... interiore) verra' posto come frammento
generazionale fra tutto cio' per cui il rock'n'roll si dichiarava
"espressione del Diavolo" (non-che' "figlio sporco"
irrecuperabile quanto depravato caratterizzato da "consuete"
folli notti all'insegna di orgie infinite accompagnate da un
sentimento di incontrollabile iper-euforia, provocata dall'abuso
massiccio di droghe pesanti e/o alcolici) e l'immediatamente
successivo, primordiale quanto urgente bisogno di poter manifestare
dichiaratamente (senza troppi fronzoli o complessi di sorta)
la propria sessualita'. Ma una sessualita' non "troppo"
comune a quella espressa dal "cattivo figlio" Jagger
(e da altri suoi illustri contemporanei), bensi' una condizione
sessuale parzialmente indefinita, ammiccante ad una ambiguita'
inaudita prima di allora, e percio' oggetto di immediato scandalo
e relativo, sorprendente successo per il trasgressore/propugnatore
di
volgare, disinibito eccesso. David Bowie si sarebbe imposto
come l'icona che ebbe il preciso merito di travolgere la condizione
di "stomachevole" perbenismo il quale, spesso, aveva
portato a vergognose opere di censura (ai danni dell'establishment
rockistico) da parte di una Societa' bigotta e squallidamente
moralista (si pensi al suo "fuorilegge" piu' "rinomato"
e selvaggio, Jim Morrison dei Doors).
Se possibile, Bowie andra' anche oltre alle velleita' del "fu-Morrison",
autodichiarandosi omosessuale nel bel mezzo di una trasmissione
all'interno degli studi della BBC inglese, presumibilmente alzando
vertiginosamente gli indici di ascolto di quella serata (non
siamo ancora entrati nell'era della trash-tv o del gossip-tv,
dove tutto viene presentato come il contrario di tutto e dove
il niente e' assimilabile al niente). La leggenda narra che
fu proprio grazie a quella inusuale, sconvolgente, cosi' spregiudicata
affermazione che la carriera di Bowie comincio' a decollare.
Era il 1972, dopo tutto, e Bowie era da poco entrato
nell'anno di Ziggy Stardust, da alcuni ritenuto l'anno piu'
lungo della Storia del Rock (titolo da condividere con il 1967,
a mio stretto parere). A quel tempo, il futuro Duca Bianco aveva
alle spalle un disco d'esordio non troppo fortunato, illuminato
pero' da una composizione che fece epoca, Space Oddity,
in linea umorale perfettamente "politically correct"
con le vicende dello sbarco sulla Luna da parte di Armstrong
e soci, avvenuto, come tutti ricordano, la notte tra il 20 e
il 21 Luglio 1969. La saga del Major Tom risulta essere oggi
una delle piu' struggenti "vignette" di rock spaziale
mai composte, anticipando quel senso di decadenza e struggimento
sonoro-plateale che costituira' il futuro marchio di fabbrica
bowiano.
Dopo le infatuazioni saturo-elettriche/ hard-rockistiche di
The Man Who Sold The World, raccolta di brani alquanto
fiacca e pretty unfocused, il Nostro cambia completamente
direzione e incide il bellissimo Hunky Dory, edito nel
1971. Gli omaggi a Bob Dylan ("Song for Bob Dylan"),
ANDY WARHOL ("Andy Warhol") sono tra gli episodi migliori
del disco, sebbene gli "highlights" siano costituiti
da Changes (premonitrice del trasformismo ingombrante
che segnera' l'intera carriera discografica di Bowie) e la sofferta,
tesa, memorabile Life On Mars, all'interno della quale
ricorre il tema dello spazio (e delle conseguenti possibilita'
di una vita al di fuori del suolo terrestre), vero epicentro
ideologico di David; Life On Mars verra' anche giudicata
come uno dei vertici lirici mai raggiunti dall'uomo dalla pupilla
paralizzata: la sensazione che si percepisce all'ascolto e'
quella di un sensuale, dolce navigare ondeggiante sopra il manto
spaziale, durante un eterno sogno senza apparente necessita'
di risveglio; la suggestione diviene acuto sinonimo di perdita
dell'inconscio, mentre una voce guida il nostro senso di smarrimento
verso una risoluzione dell'anima e conseguente utopia.
Giungiamo al 1972, ora. Si trattera' dell'anno di definitiva
consacrazione da parte di David Bowie. The Rise and Fall
of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars e' la chiave
di accesso all'immortalita' artistica, un perfetto, esaltante
connubio di sonorita' spacey-rock e bozzetti narranti
una decadenza e senso di latente peccato, quel peccato derivante
dall'imposizione della propria sessualita' perversamente ambigua,
irrefrenabilenelle sue overdoses di "fellatio" e promiscui
incontri ravvicinati che lasciano intendere chissa' quali scabrosi
connotati in chissa' quali lussuriose notti, senza mostrare
la minima intenzione di volersi alzare dal letto onde tirare
su la puntina del giradischi.....
La musica continua, incessante, debordante.... e' un ballo di
infinita, contorta sessualita'... a cui nessuno rinuncia, ed
di cui nessuno sembra vergognarsi...
L'epopea di Ziggy Stardust si colloca in un momento
cruciale per l'evoluzione della musica rock; da tempo si erano
smarriti e poi annientati gli "adorati" perversi eroi
di una generazione che sembrava destinata a divenire immortale
(tra il 1969 ed il 1971 perirono Morrison, Joplin, Hendrix,
Brian Jones), ma che in realta' era stata travolta dal suo stesso
principio di trasgressione, sacrificando, in nome del Mito,
quei martiri cosi' incompresi, cosi' negativizzati da una stampa
frettolosa e superficiale; martiri, dunque, soprattutto di se
stessi, prima che del consumismo o delle sfrenate ambizioni
dei loro ex-discografici.
A Bowie non interessava morire per poi rinascere sotto forma
di Divinita' da venerare, sulla cui tomba poter versare whisky
o ricevere dediche da parte di freaks spostati, drogati od alcolizzati.
La musica, per l'artista londinese, non si e' mai dimostrata
essere un fine attraverso il quale poter esprimere senso di
liberta', frustrazione, immenso piacere nel
nuotare in mezzo a lussuria, droga o poter usufruire di dosi
in quantita' industriali di sesso; casomai a Bowie interessava
la musica pop onde voler raggiungere altri scopi, abbattere
orizzonti sconosciuti, scoprire nuovi inediti tracciati mai
battuti da alcuno, in precedenza; in definitiva, egli era la
sintesi dell'essere onnivoro in perenne ricerca del "nuovo"
quanto istantaneo "demolitore" di ogni cosa appartenente
al suo passato, anche il piu' recente. Una volta raggiunto,
travalicato l'ennesimo traguardo, Bowie avrebbe sagacemente
perseguito altri progetti, nel tentativo di divorare la sua
acuta ansieta', la sua profonda, intrattabile nevrosi. In essi
il Duca Bianco avrebbe usufruito di "nuove droghe"
per la mente, per quella mente cosi' avida di tendenze, contro-tendenze,
inusuali sonorita'; ingoiatore di un futurismo spesso non del
tutto digeribile ed adatto a palati a medio-lunga scadenza.
Bowie non si deve capire. Si deve seguire. Il cambiamento era
vita e non necessita' di sopravvivenza. Era lui stesso sinonimo
di sopravvivenza, non forzata, bensi' congenita, e quindi indolore.
Mr. Stardust, insieme a tutte le sue glaciali, roventi contraddizioni,
aveva, a suo modo, promosso l'immagine del rock'n'roll a "uomo
adulto" e consapevole di doversi promuovere adempiendo
con grande perizia, furbizia ed intelligenza alle regole del
mercato imperante, magari giocando d'anticipo, onde adattarsi
con classe e grande senso camaleontico, in modo da non dover
affrontare, come spesso capita ad altri artisti molto piu' sprovveduti
ed ingenui, il pericolo di una incombente, inevitabile "estinzione".
David Bowie potrebbe vivere anche 200 anni, ma egli sapra' sempre
rinnovarsi, sebbene va menzionato che "rinnovamento",
nel complesso concetto bowiano, non ha mai significato di "sputtanamento",
anzi: egli ha reso il trasformismo-glam una vera e propria,
distinta Arte. Ad essere del tutto sinceri, e volendo rispettare
ogni connotato storico della vicenda, fu Marc Bolan l'indiscusso
iniziatore del "culto da travestimento", alias il
proporre una nuova formula di musica pop abbinandola a costumi
sgargianti, gran dispiego di lustrini e paillettes, sintesi
assoluta di sessualita' sospesa tra ambiguo e indefinito. Bolan
fu, dunque, il promulgatore, anche se a Bowie ando' il merito
di aver saputo catalizzare le sottili provocazioni glamour
del bel Marc, coniugandole successivamente al proprio spirito
e talento di oltraggioso performer e valido creatore di suggestive,
struggenti melodie, sublimamente complementari ai testi ed espressione
diretta della personalita' di un artista in perenne bilico tra
solennita' e imbarazzante senso di folle ambiguita' anarchica.
Spesso si e' detto che Bowie abbia anticipato, con somma capacita'
d'intuito, alcune tra le tendenze piu' in voga negli anni '70.
Il sottoscritto non e' d'accordo per quel concerne questa valutazione:
in realta' Bowie non ha anticipato nulla, ma tale era la sua
scaltrezza, tale fu il suo innato senso di volersi rimettere
sempre in gioco, (a discapito della sua stessa immagine che
precedentemente si era scolpito) che, agli occhi (ed orecchie
altrui) il Duca Bianco appariva pressoche' inespugnabile, inattaccabile,
assoluto padrone di folgoranti intuizioni e ardente desiderio
votato alla piu' radicale delle innovazioni.
La sua musica non acquisira' mai una importanza sociologica
pari a quella dei Beatles o dei Rolling Stones. Non
ha scritto melodie di pari impatto o trascendentale armonia,
cosi' come a lui non si deve un inno che abbia
saputo interpretare, descrivere una generazione (come invece
Pete Tonwnshed sintetizzo' in My
Generation).
Bowie lo si puo' definire come un artista "non-generazionale",
una spietata macchina che si evolve a seconda delle innovazioni
che impone la Societa', senza che essa venga plagiata o spudoratamente
clonata.
Qualcuno potrebbe criticare la mancanza cronica di autenticita'
insita nel personaggio bowiano; pur avendo dato
alla luce memorabili schegge melodiche, frutto del suo piccolo
genio visionario, egli non si e' voluto sbilanciare eccessivamente
su un sentimento che, con ogni probabilita', lo avrebbe inesorabilmente
travolto e poi annientato,
artisticamente parlando. Ecco, quindi, spiegato lo scetticismo
che da piu' di tre generazioni "colpisce" gli spettatori/ascoltatori
considerati normali acquirenti di musica pop. Nulla di
grave. Il personaggio-Bowie dividera' sempre nettamente in due
parti antitetiche l'opinione pubblica, sia che si tratti di
stampa specializzata, sia si tratti dei propri fans,
vecchi e nuovi. D'altronde cio' che spiazza realmente l'interessato
di musica e' il concetto di totalita' che Bowie ha di se stesso:
a volte futurista e premonitore, altre volte fantoccio insano
di mente pronto a risorgere il giorno successivo, magari sotto
le vesti di croonermalinconico e decadente Questo e' David Bowie;
ma questo potrebbe anche essere il suo esatto contrario. |
© Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
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