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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man, Devics e Black Heart Procession

disco del mese



Warren Zevon: The Wind

 

ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo è Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it

Guapo and Cerberus Shoal - THE DUCKS AND DRAKES OF GUAPO AND CERBERUS SHOAL 51’15” (North East Indie)
La North East Indie si è lanciata quest’anno in una serie di esperimenti che vede protagonisti i Cerberus Shoal insieme ad altre band. Questo primo cd li vede insieme ai Guapo, protagonisti di una galleria di immagini sonore colme di vitalità e follia. Il progetto consiste in un pezzo dei Guapo, uno dei Cerberus Shoal, e uno che vede unite le due bands in un unico combo. I Guapo sono una band inglese che aveva pubblicato qualche cd per la Pandemonium.
A volte serpeggia qui e là un po’ di delusione, perché i pezzi si dilatano troppo, riproponendo soluzioni già evidenziate all’inizio del cd. Il coraggio dell'operazione è comunque evidente.
A volte le atmosfere si fanno davvero inquietanti come in A man who loved holes con un grande basso a sostenere le voci e le urla dei performers. A volte un po’ di inclinazione verso forme più pop avrebbe reso l’ascolto più masticabile, cosa che succede poco in questo cd. Certo si rimane affascinati, si nota la sperimentazione evoluta però le composizioni risultano deboli come imbastitura e appaiono come mille frammenti di una scintilla embrionale. Probabilmente le cose migliori dei Cerberus Shoal e dei Guapo non stanno in questo lavoro ma in altre pubblicazioni. Però rimane il divertimento dei musicisti e la voglia di andare oltre come avveniva negli anni ’70, quando le collaborazioni fra band erano infinite.
Il pezzo dei Guapo rimanda ai corrieri cosmici Neu, Ash Ra Temple e Popol Vuh, con frammenti atonali e rumori epici fusi in un mantra intergalattico. Nella mente si catapultano immagini che sembrano uscire dai film di David Lynch o dai libri di Robert Heinlein. Ma ci sono anche apparenti situazioni catastrofiche e dark alla Death in June e Current 93.
Deserti lunari costellati da ecatombe. Incubi profanati da una mente in stato di coma. Suoni agitati da un cervello prigioniero su un altro pianeta. E una voce che ti riporta alla realtà.
Arrington De Dionyso Quartet - THE ALBUM 37’10” (Wallace)
Musica che rivoluziona l’anima e fa sussultare il corpo. Questa produzione Wallace è ancora più atipica di tante altre produzioni che la coraggiosa etichetta milanese ha partorito finora.
Arrington De Dionyso è il leader degli Old Time Relijun che, durante un tour italiano, ha espresso il desiderio di lavorare con musicisti italiani. Ecco così Fabio Magistrali di A Short Apnea e Jacopo Andreini (Nando meets Corrosion e altre mille collaborazioni), con l'aggiunta di Aaron Hartman, unirsi per dare vita a questo progetto. Non è jazz , non è rock e non è musica contemporanea, ma forse tutto questo con l’aggiunta di una tribalità selvaggia e infernale. Scarna copertina dai colori in dissolvenza, come l’essenza di questo cd, che è anche la colonna sonora di un film di Andrea Caccia. Tutto concepito, nato e prodotto in soli diciotto giorni. Sarei curioso di vedere il film perché senz ‘altro le immagini vanno associate alla musica che viene trasfigurata e cambia forma in ogni momento. I musicisti prima di incidere l’album hanno fatto un piccolo tour e poi via di corsa a mettere in pratica ciò che avevano preparato “live”. La musica che però Andreini e Magistrali hanno sempre eseguito qui viene messa da parte in favore di composizioni scarne, basate su pochi elementi, ma complesse. Strumenti scordati , note libere, canti antropofagi e molto altro, cercano di rompere tutte le barriere stilistiche musicali senza far uso di elettronica o campionatori.
Pop- art musicale che avrebbe ammaliato alcuni frequentatori della Factory warholiana. C’è un po’ di pretenziosità forse dovuta alla mancanza di idee che in genere pervade il rock, ma dopo qualche minuto si supera. La formazione è composta da: contrabbasso (Hartman), piano elettrico e batteria (Magistrali), batteria, sax alto, chitarra (Andreini) e clarinetto baritono, chitarra e voce (De Dionyso).
Il cammino va, a volte, a ritroso nel tempo e cioè negli anni’ 70 richiamando gli esperimenti dei Faust o quelli di Anthony Braxton e della trans-avanguardia. Ognuno qui ha la sua parte e i suoi spazi, dando vita un collettivo in perfetto equilibrio, che difficilmente tenterà il bis.
Blessed Child Opera - SEA HORSES 55’36” (Seahorse Records)
Con il cd della Blessed Child Opera ci addentriamo nel territorio di bands come Red Chair Fadeaway. Lirismo inglese e situazioni crepuscolari tutte cantate in inglese con delicati arrangiamenti sospesi in un’altalena fra il tempo andato e la susseguente catapultazione in un contesto odierno. Solitudine e speranza sono protagoniste di questo lungo viaggio , fatto di ballate quotidiane in un cd dal sapore fortemente europeo. Paolo Messere, leader e chitarrista, vanta collaborazioni illustri prima con i Silken Barbe e poi con i francesi Ulan Bator ( Amaury Cambuzat del gruppo francese collabora al disco). Sea horses è un mezzo per meditare e riflettere. Il cd propone otto brani registrati a Napoli e si avvale della collaborazione di Paolo Coraggio fisarmonica; Alfredo Spinelli violino, Dario Torre basso; Valeria Bifulco alla voce.
La musica è disincantata e spesso sognante, Si fonde spesso con un country malato all Red House Painters. L’intenzione dei Blessed Child Opera è quello di ammaliare il pubblico attraverso live-act semplici dove il palco, la luna , una voce, una chitarra siano gli elementi essenziali. E la musica la protagonista.
Nonostante operino in Italia il loro cd è stato pubblicato in America dalla Loud Dust Recording. E così la luce del mattino non subisce alterazioni di fuso orario ed è potuta sbarcare anche oltreoceano. I pezzi più elegiaci del cd sono Violence like War, I’ve seen consolations, Bad Times Comes dall’incedere triste come il perdurare di una giornata uggiosa e voglia di uscire all’aperto e affacciarsi sulle colline d’Irlanda.
Dormire, forse sognare, ma essere vivi in un’isola tutta nostra, uniti nell’interpretare la vita attraverso la fantasia.
Alvarius B and Cerberus Shoal - THE VIM AND VIGOUR OF ALVARIUS B AND CERBERUS SHOAL 44’12”(North East Indie)
La seconda prova delle sperimentazioni con combo diversi da parte dei Cerberus Shoal è decisamente migliore di quella operata e pubblicata con i Guapo.
Migliori costruzioni vocali, migliore inclinazione musicale, migliore sperimentazione: I Cerberus Shoal sono fra i più innovativi freakkettoni attuali. Già ... freak perché le loro pubblicazioni rimandano a quelle comuni imperanti negli anni ‘70. Un circo che amalgama e ingloba i più disparati aspetti musicali. E abbiamo ancora una terza prova da sottoporre all’analisi…..Un compito arduo.
Qui c’è un aspetto più teatrale in stile off Broadway che devia verso la musica dei Residents (vedi Blood Baby).
Tutti i sei pezzi presenti dimostrano che la ricerca tradizione-avanguardia è più congeniale ai Cerberus Shoal qui divisi con gli Alvarius B che hanno preso proprio spunto da un’opera teatrale e da un libro dedicato…..alla merda. Tutto questo viene dimostrato nella canzone di apertura chiamata Ding.
Le idee ci sono e molte e questo cd contrasta tutto ciò che è presente, ma aspettiamo il terzo capitolo conclusivo di questa trilogia (la prossima collaborazione è con una band polacca).
. A volte ci sono vere e proprie canzoni come l’acustica Viking Christmas. Ma stavolta ogni brano viene riletto due volte, una dai Cerberus e una da Alvarius B. La versione conclusiva di Ding viene introdotta da un ticchettare di macchina da scrivere e subito dopo la dolce chitarra acustica dà il via a una voce angelica che interpreta la canzone come nei primi album dei Red Chair Fadeaway, un folk oscuro perduto nei meandri di favole inglesi sotterranee. In questo connubio le idee vanno e vengono, si acchiappano, si perdono in un labirinto carico di echi seminali.
Consigliato a chi ama le cose pazze ma con un grande lirismo.
LE FORBICI DI MANITU'-Quadrivelogue- Disturbance Records
La cosa che piu' risulta evidente in Quadrivelogue delle Forbici di Manitu' e' la produzione accuratissima a opera di Massimo Pavarini e delle stesse Forbici di Manitu'.
Lo stile e' eclettico, molto impegnato e ben messo a fuoco. Difficile etichettare i pezzi in un genere, in quanto le composizioni scivolano facilmente da un genere ad un altro e per lo piu' nello stesso brano.
Maze O Pothalamus inizia con scampannellate telefoniche per poi raggiungere una dimensione paranoica paradisiaca, un esperimento che mi ha ricordato Alvin Curran. Magalaes e' allo stesso tempo inquietante e rilassata e lunghissima,18 minuti passati in un clima soft-industrial che non sconfina mai nel noise, ma che abbraccia tranquillamente modus operandi cari a Steve Hillage e al mondo dell'ambient.Le idee del gruppo comunque sono sempre notevoli. Suggestiva e piena di fascino e' Mackenzietherapy dai toni decadenti, un pezzo che se fosse stato composto prima David Bowie non avrebbe esitato ad includerlo in "Low" primo capitolo della trilogia berlinese.Piano piano poi la ritmica da il via a tempi drum'n'bass casalinghi. Arte concettuale sarebbe giusto definire la proposta delle Forbici,ma anche spettacolare specialmente dal vivo. Le Forbici di Manitu' hanno il pregio di non annoiare, in un territorio come quello della sperimentazione, dove la ripetitivita'e' una caratteristica comune ad altre band. Un disco comunque curioso e significativo. Le Forbici di Manitu' dovrebbero incidere il nuovo album per un'etichetta americana: auguriamo loro un grande successo perche' indiscutibilmente lo meritano in quanto fra i piu' importanti araldi della nuova musica italiana.
Tarpigh GO HOGH WILD44’31” (North East Indie)
Obliqui, contorti, nervosi arrivano a produrre un suono che alla fine diventa anche piacevole: questi sono i Tarpigh che incidono per l’etichetta dei Cerberus Shoal. Una musica densa e frammentaria che sovrasta le nostre menti, realizzata con strumenti acustici come il bandeon, la fisarmonica, il tamburello e altri strumenti tradizionali. Come una sorta di rivolta al mondo attuale e come riserva la proposta di materiale anarcoide attraverso strumenti quasi dimenticati. Dodici tracce che seguono la stessa parabola arcana e schizoide condotta da questi musicisti liberi da ogni regola, bravi strumentisti che sanno condurre il gioco. Quasi tutti i pezzi sono strumentali, intervallati solo da qualche vocalizzo e dal pubblico come in Mareh Out, monocorde litania giocata sui fiati e dei bassi ripetitivi. Il viaggio sonoro dei Tarpigh attraversa mentalmente paesaggi turchi, polacchi, bulgari e si fonde col rurale americano, in una combinazione davvero insolita, un puzzle dove i pezzi possono andare in aria e ricomporsi come una gelatina. Go hogh wild è un disco naif, a volte anche divertente ma sempre elegante. Avantgarde orlata di cajun e valzer che passa per il jazz antico. In Sales in the Whatle Wood è la pianola meccanica che sembra condurre il pezzo a dimostrazione che i Tarpigh sono musicisti che guazzabugliano nella soffitta dei giocattoli musicali.
Temple of Venus ENDLESS? 67’10” (Temple of Venus)
A sorpresa dopo un lungo periodo esce il terzo lavoro dei Temple of Venus, band bolognese legata in qualche modo alla DARK-WAVE. Dopo i precedenti lavori pubblicati per la Toast, i Temple of Venus pubblicano in proprio per la loro etichetta e bisogna ora stabilire se in questa libertà più economicamente difficile ci sia anche una libertà espressiva più esponenziale . Endless? è eccellente, superiore ai precedenti lavori. Certo, lo schema è quello già collaudato in ZIG'D'BOMB & 18th MAY 1980, però dimostra che la band è in forma e ha buone capacità. Ho ascoltato parecchio Endless? E i Temple of Venus ce l’hanno messa tutta. Il cd dura quasi 70 minuti e dimostra una gran voglia di comporre e suonare. La produzione e i suoni sono buoni e molto cristallini. Aleggia ogni tanto lo spirito dei Cure ma anche di qualche band più sconosciuta come i Blue Orchids. I testi sono tutti composti da Piero Lonardo vero leader della band e, come autore, molto più avanti di tanti altri, perché se i Temple of Venus appartengono ad un genere classico, dimostrano che lo fanno bene. Tra i pezzi segnalo All around ha un testo che parla di notti senza fine e folletti che appaiono nel buio, e il titolo del cd sembra far riferimento a questa canzone notturna ma con una luce sempre presente.
Could i lie? parla dell’incomunicabilità e dell’isolamento in un proprio mondo. Le sessions sono durate un anno intero e i Temple of Venus ne escono vittoriosi. Non hanno lasciato nulla al caso. Endless? Preso così d’un pezzo offre un’atmosfera rilassata , scorrevole e misteriosa; ma sia ben chiaro anche 18th of May era un bel lavoro forse troppo dedicato a Ian Curtis, ma non da annullare. Belle le tastiere sempre di Piero Lonardo che danno vita ad un affresco fatto di organi e sintetizzatori che non cadono mai nella pura elettronica ma delicati come un’ala di pipistrello a parte in Wastelands. Le chitarre di Alex Duluoz sono graffianti e cambiano spesso tonalità diventando ora intense ora puro rock’n’roll granitico,e la sezione ritmica gioca davvero d’intesa perfetta.
That trap of yours è fatta di chitarre rimembranti che danno lo start a un basso convulso, che sembra echeggiare nel vuoto. Wastelands con sintetizzatori pulsanti fa scorrere la voce e le chitarre in un rock duro. Fruscii e impulsi provenienti dalle chitarre introducono Sister maniac, una ballata tutta soffusa con accenni arabeggianti vicina ad alcuni pezzi degli Psychedelic Furs. Tempi chiusi per la batteria e il basso in Abstinence , con fraseggi di chitarra e voce adolescenziale. Before è suonata con molto trasporto e ha un incidere bellissimo che si tuffa in gorgoglii di sintetizzatori appena accennati. Un lavoro coinvolgente che merita più diffusione. Quest’ estate poi in vari festivals i Temple of Venus hanno proposto il materiale di Endless? e acquistando il cd presso il loro sito www.templeofvenus.it se ne riceve uno live in omaggio.
Vito Di Modugno - MERIGGIO 56’18” (Promo Jazz)
Un jazz che traspira mediterraneità in ogni sua aria. Non c’è nulla di cerebrale in questo splendido lavoro di Vito Di Modugno che, oltre a suonare il basso con una tecnicastellare, si cimenta anche come tastierista dai toni delicati, crepuscolari e come sapiente compositore. Aria di gioia in tutto l’album che in alcuni tratti ricorda i capolavori del tempo andato di Pat Metheny come Watercolors.
Vito Di Modugno, oltre a essere splendido artista solista, lo ricordiamo anche come bassista di Patty Pravo negli anni dal 1996 al 1999. In questo cd presenta con idee schiette e certezze, regalandoci un lavoro fresco che non annoia mai, carico di vita e di momenti di riflessione e pura estasi musicale. Un oceano verde in un’intricata foresta contaminata da acque sempre meno pure. Il suo basso scandisce colpi precisi e viene inseguito da un pianoforte schizofrenico come avviene in Fiestaspace dove il magico pianista è Claudio Colasazza che trascina tutti verso arie spagnole e latine. Certo non un disco da classifica ma apprezzato da tutta la critica che giustamente accentua le doti del compositore-bassista.
Il sax soprano in Memories è il lo strumento guida e Vito Di Modugno cede il podio a Michele Carrabba, restando in sottofondo ma preziosissimo. Per chi ama cose tranquille ma sapienti Meriggio è un’oasi concreta, che può essere raggiunta anche da giovani ascoltatori. In Islands Vito ritrova il batterista di Patty Pravo Mino Petruzzelli e così restano solo loro due a colorare questo brano che si sposta verso lidi nordici e qui la musica abbonda di sensualità e atmosfere sottomarine, davvero una gemma che si può anche fischiare veleggiando lungo mari ventosi e atolli corallini. La copertina è in bianco e nero quasi introspettiva, ma la musica contrasta quell’immagine avendo moltitudine di colori vivaci.
Arte in semplicità, senza nessuna pretesa. Minimalismo che può essere arricchito da una orchestra vagante con una splendida voce e da una ricerca elettronica senza mai appesantire la struttura. Canzone popolare è tutto questo ed è in chiusura del cd, quando i ritmi si sbilanciano verso un funky elegante e un rock morbido, tutto in un susseguirsi di salti e rocambolesche avventure dove tutti gli strumenti hanno eguali carature.


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