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A Short Apnea: Wallace Records
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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man, Devics e Black Heart Procession

disco del mese



Jackie Leven: Shining Brother Shining Sister

ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo è Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it

Deadburger - STORIE 64’22”( Wot 4 Records)

Dopo una travagliata genesi arriva il nuovo lavoro dei Deadburger intitolato Storie che si avvale della pubblicazione e distribuzione dell’olandese Wot 4. Il gruppo fiorentino qui si avvale della partecipazione di parecchi ospiti e non ha badato a spese; il lavoro graficamente è ricchissimo , libretto di 28 pagine con una foto diversa per ogni pagina, che non è un gadget ma piuttosto una parte integrante del progetto. La musica si dimostra ancora intelligente come avvenne nell’esordio e in 5 pezzi facili. Il raggio di ricerca è ancora più ampio che nel passato e Storie si rivela un lavoro folle dall’impatto alieno e surreale ancora più che in passato. La creatività vola in alto partendo dai bassifondi, dal regno delle fogne, per raggiungere le stelle in infiniti microcosmi, storie che si intersecano fra loro, vere e proprie audio-matrioske, come le chiamano loro, avvenimenti di cronaca che vivono in simbiosi con il vissuto dei musicisti. Suture indaga sul fenomeno della chirurgia estetica e sul desiderio di diventare diversi e sempre giovani, frutto di una società che rende tutti gli uomini uguali. Con Andrea e Gionata Costa dei Quintorigo come ospiti , è un rock densissimo e malato che apre squarci orientali con gli archi e ci fa credere di esserci imbattuti in una melodia nipponica alla Gerard. Ma anche se il lavoro è davvero mutaforma non manca una dose di ironia che rende meno cerebrali le elucubrazioni del "panino morto". Ormai però una cosa è certa: i Deadburger hanno creato uno stile e per questo sono maestri in Italia. Il mutaforma-rock è stato inventato da loro e ogni pezzo ogni volta può apparire diverso non solo negli arrangiamenti ma anche nella stesura, rivelandosi poi in partenza lo stesso brano. Da stazione a stazione senza cambiare binario, paesaggi diversi per una stessa traccia. Etere è psychedelicamente arrabbiata e anche vellutata, grazie alla voce di Odette Di Maio dei Soon: bellissime le campionature di Vittorio Nistri, vero leader dei Deadburger, e, come l’immagine all’interno del libretto rappresenta un collage di antenne virate giallo acido sullo sfondo di una tempesta magnetica, anche il pezzo si comporta così, come un fuscello travolto da uno shamal. Con Storie siamo all’apoteosi della cibernetica che fa tabula rasa di ogni genere e lo ingloba nelle sue spire. Rimane un disco comunque estremo, sia per i testi che pur non essendo osceni , sono all’avanguardia, sia per gli ambienti sonori che potrebbero anche essere ambient ma un ambient violentato e terroristico.
Se prima tutto era creato in studio, con Storie gli uomini-macchina toscani hanno aperto le porte dei loro antri ad altri creatori e le influenze e le collaborazioni hanno preso forma come cellule malate in un organismo sano, ricollegandosi ai grandi dischi degli anni ’70. Topi potrebbe essere tranquillamente ballata e cantata ma c’è qualcosa che ti estranea, i Krisma a un elevatissima potenza. Una denuncia sull’ enorme sacrificio e massacro dei poveri animali di laboratorio con una bellissima tromba di Roy Paci degli Zu che sa lamentarsi, soffrire e aggredire l’ascoltatore-operatore del macello dei topi .I Deadburger sono davvero grandi artisti perché presentano una propria visione originale senza cavalcare un genere preciso. Sono una sorta di malattia sonora che può guarirci da tutta la merda che ci gira intorno. Bellissime le tastiere di Stefano Porciani, collaboratore storico del panino morto: sanno essere corrosive come un acido, celestiali e infernali allo stesso tempo. La voce è stata trattata meno che in passato, segno che ormai i computer e la robotica convivono con noi al pari di noi, non mutando per nulla un equilibrio che non è mai esistito.

Jerry Joseph & The Jackmormons - CONSCIOUS CONTACT 58’40” (Terminus Records)
L’unica speranza è che questo cd circolerà fra le mani dei cultori del southern rock. Un cd eccellente che fa rivivere con gusto le atmosfere dei Lynyrd Skynyrd, Sea Level, Allman Brothers Band e qualcosa dell’horde come Widespread Panic. Irruente energia che crogiola attraverso una band che ha già aperto per grandi nomi del rock. Ma non è un semplice disco che rimembra il feeling di bands come Molly Hatchet o Nantucket. Anche solo con un accompagnamento scarno di basso e batteria, tutta l’anima di Jerry Joseph viene fuori innalzandoci verso livelli celestiali. Canzoni come Muscle sono davvero lontane dal sudore dei figli di Salem, ricca di feeling, e non commerciale, qualcosa come hanno fatto gli italiani W.I.N.D., due accordi ripetuti con candore e liricismo, e la chitarra acustica e un bottleneck illuminano questa stanza piena di polvere e la poesia si dirada tutto intorno, già perché il Southern-rock è anche questo. Il pregio di questo album è quello di aver trapiantato due generi simili come il rock’n’roll e il blues. Già... ma non l’avevano fatto tutti i nomi di cui sopra?? E’ vero, ma quando non si tratta di copiatura e s’intravede buon’anima indipendente è questo che ci fa ancora sognare e accender il motore per un’avventura su strade sconosciute e Coliseum conferma tutto ciò impreziosito dalle tastiere sottomarine di Chuck Leavell (Allman Brothers Band, Sea Level) qui ospite d’onore. Nell’insieme sono davvero grandi. Non c’è nessun tentativo di politicizzare la musica,che si rivelerebbe assolutamente disastroso, ma solo raccontare i giorni che scorrono in una calda campagna americana.
Questo è il quinto lavoro della band ed è il debutto su Terminus Records (www.terminusrecords.com) di questo trio infiammato e carezzevole come un uragano di piume. Grande talento, grande ritmo, strade assolate. E’un disco che conferma di come l’amore per grandi nomi del passato possa far nascere nuovi astri nascenti nel rock americano. Nessun campionamento, ma qualche sintetizzatore anni ’70 ogni tanto compare, e una lullaby elettrica come Pure life è davvero una coltellata nella schiena, ti assale, ti coinvolge e ti fa schiavo di quei bassi e quegli arpeggi di chitarra minuziosi e costanti come una pianola meccanica. Prodotto da Dave Schools (Gov’t Mule, Widespread Panic ) e con Dave Barbe (Bob Seger) come ingegnere del suono, ha il sapore adrenalinico di una jam session come Music from Free Creek, la potenza di Graham Parker o la sottile poesia di Tom Petty. Easter, in chiusura, andava perfezionata di più: forse è l’unico pezzo troppo classico, ma probabilmente è voluta. Piccoli fuochi artificiali che accendono una notte sui campi di grano, scoppiettanti come una chitarra acustica fra le fiaccole di un'incudine e il lavoro della gente comune nei campi di cotone. Tempi mid-rock e, perché no, qualche probabile hit-single (in USA). Non devono essere dimenticati, ma accostati ai grandi maestri del passato.
Madrigali Magri - MALACARNE - 36’55” (Wallace )
I Madrigali Magri non sono scozzesi, eppure la zona di Nizza Monferrato deve avere qualche analogia con le brughiere site in terra d’Albione, o almeno i suoni così crepuscolari e nebbiosi ci riportano laggiù.
Si rimettono in gioco cambiando però molto poco alla struttura sonora che aveva caratterizzato Lische e Negarville. Anche se la partenza di questo cd è primariamente acustica alla fine si sfocia in una catarsi elettrica. Cambia il modo di cantare o di parlare. E sul palco i loro concerti diventano un rito. Suonano magistralmente e Giambeppe Succi è l’elemento cardine , un chitarrista molto tecnico.
La sua chitarra è il piatto dove sfociano, ruggine, grigiore, attese, silenzi, una tavolozza di emozioni virata osso seppia.
Non esiste nessuna traccia pop nel classico nome …Tutto è sempre molto anarchico e sperimentale.
Accordi distrutturati che ci fanno tornare di qualche anno indietro, e cioè ai primi anni ’90. Epoca in cui sono partiti i tre Madrigali da Nizza. I riff di chitarra sono durissimi ma anche aggrovigliati e Valerio e Nicoletta danno il giusto supporto. Il suono è compatto, mai sopra le righe. E nel circuito indipendente se sono accorti tutti. Tersila è un’esplosione in puro stile Black Flag trasportato in questi anni 2000. E così quasi tutto il cd si snoda, con la chitarra che a volte emula il violoncello ( o c’è davvero, visto che sono stati parchi d’informazioni) e la tragicità dell’opera appare ancora più evidente nella sua scarsezza, anche se qualche nota di organo e pianoforte avrebbe reso ancora più interessante questo Malacarne. Intensità e sudore, racchiusi in una dimensione claustrofobica
lalli-TRA LE DUNE DI QUI - (Beware!) 33'25"
Ho accolto con particolare piacere questo secondo lavoro di Lalli, ex-cantante dei Franti, che esordì l'anno scorso con Tempo di vento per Il Manifesto.
Esce per la Beware ! Records che ha rischiato abbastanza, non in fatto di vendite, ma per aver introdotto una cantautrice fra bands come Lo-Fi Sucks, Knot Toulose, Tasaday, Perturbazione, A Short Apnea, cosa che avrebbe potuto confondere la linea marcatamente underground che la giovane etichetta ligure ha intrapreso.
In realtà questo mini-cd è un po' esiguo in quanto i pezzi nuovi sono soltanto tre.
A Donatella e Le donne quando restano sole erano già apparse in Tempo di vento, anche se gli arrangiamenti sono nuovi.
Non ci sono tecniche strumentali difficili, nemmeno strumenti sofisticati, tutto è stato registrato e concepito in modo lineare e immediato.
L'elemento importante che scaturisce dall'ascolto di questo cd è la personalità e la voce di Lalli che rimane se stessa e che si esprime al meglio delle sue doti interpretative. Veramente artista.
Lalli è così libera di cantare le sue storie poetiche e urbane, come nella title song Tra le dune di qui ,una canzone vicina allo spirito dei Tindersticks più che ai cantautori italiani, con un finale rockeggiante.
Non conosco la vita di Lalli, ma lei appartiene alla scuola di cantautori maudits come Leo Ferrè. Non so se le canzoni sono state concepite con l'ausilio di un bel bicchiere di vino, ma in Terra vista dalla luna si esprime con una forza pari a quella di un fiume in piena.
Bellissimo il pianoforte suonato da Mario Congiu in tutte le tracce del disco e, in particolare, in Le donne quando restano sole.
Un disco che sa anche essere estroso, tenue, per mezzi matti, per artisti, per il popolo delle vecchie osterie.
Anatrofobia - LE COSE NON PARLANO 49’01”(Wallace)
Se ci si aspettava che gli Anatrofobia , a dieci anni dall’inizio della loro attività avessero ripulito e reso più morbido il loro sound, ci si sbaglia di grosso. Le cose non parlano è il quarto lavoro di questo combo di Ivrea, e il secondo per la Wallace dopo Frammenti di durata, Ruote che girano a vuoto e Uno scoiattolo in mezzo ad un’autostrada. La loro popolarità è cresciuta e oggi gli Anatrofobia sono una delle band di avant-jazz più evolute, a cui guardano anche tanti gruppi post-rock. Alcuni pezzi come Primodio proseguono il discorso intransigente e maestoso della band. Accordi elementari ma titanici, che sembrano provenire da un ‘altra galassia e i fiati che si liberano in un diverso universo. Serie di tre è di nuovo il caos che imperversa in una traccia free-jazz. Uno scoiattolo in mezzo ad un’autostrada aveva aperto qualche concessione al suono di big –bands ;oggi con ospiti come Roberto Sassi di MGZ e Cardosanto, hanno operato su una trasformazione, che abbraccia la nascita di etnia, rock, free-jazz ed elettronica, un bel momento per i pazzi anatroccoli piemontesi. Disordine etnico, una forza prorompente, suoni selvaggi e animaleschi, libertà indipendente, sembra davvero che gli Anatrofobia abbiano inciso Le cose non parlano in mezzo a una giungla post-atomica, dove l’apocalisse è raccolta in un momento stabile. Riflessione e nevrosi in uno stato anche di grazia che blocca i musicisti in uno scenario rigoglioso.
Operano come il Living Theatre, cioè un’organico allargato senza regole, ogni volta il circo si apre con nuovi giocolieri. Fleurdumirage addirittura sembra essersi tuffato indietro nell’era progressive della Reale Accademia di Musica. Sono stati meno comunicativi che in passato, ma questo non vuol dire che il disco è inascoltabile, tutt’altro. Solo che l’enfasi si tramuta presto in magnifico delirio. Il jazz-rock di Crearono un deserto e lo chiamarono pace rimanda ai bellissimi giorni della Mahavishnu Orchestra, ma poi a tempo di marcetta il brano si innalza, in una meteora violenta che colpisce e distrugge l’ascoltatore. Bella la batteria di Andrea Bindello. Il re non tornerà è una bella parata multicolore folcloristica con tanto di improvvisazione dei grandi sax di Alessandro Cartolari e della chitarra stupenda e nevrotica di Lerco Alberto Broli. Il basso pulsa e Luca Cartolari assicura che il motore della band è pieno di gasolina.
Ancora una volta pulsioni irrefrenabili che ti contorcono, stritolano, avvolgono. Questa e' la vera matrice: tutto ciò che è convenzione viene lasciato al caso e la musica diventa mutante, assemblata in mille scintille neurodislettiche che, come una spora avvelenata, invade i nostri paradisi di carta.


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