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la sezione interviste
di bloc notes: Gianluca Lo Presti,
One Dimensional Man, Devics
e
Black Heart Procession

Jackie Leven: Shining Brother Shining Sister
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ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi
che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di
Lino Terlati. L'indirizzo è Lino Terlati Casella Postale
192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it
| Deadburger
- STORIE 6422( Wot 4 Records) |
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Dopo
una travagliata genesi arriva il nuovo lavoro dei Deadburger
intitolato Storie che si avvale della pubblicazione e distribuzione
dellolandese Wot 4. Il gruppo fiorentino qui si avvale
della partecipazione di parecchi ospiti e non ha badato a spese;
il lavoro graficamente è ricchissimo , libretto di 28 pagine
con una foto diversa per ogni pagina, che non è un gadget
ma piuttosto una parte integrante del progetto. La musica si dimostra
ancora intelligente come avvenne nellesordio e in 5 pezzi
facili. Il raggio di ricerca è ancora più ampio
che nel passato e Storie si rivela un lavoro folle dallimpatto
alieno e surreale ancora più che in passato. La creatività
vola in alto partendo dai bassifondi, dal regno delle fogne, per
raggiungere le stelle in infiniti microcosmi, storie che si intersecano
fra loro, vere e proprie audio-matrioske, come le chiamano loro,
avvenimenti di cronaca che vivono in simbiosi con il vissuto dei
musicisti. Suture indaga sul fenomeno della chirurgia estetica
e sul desiderio di diventare diversi e sempre giovani, frutto di
una società che rende tutti gli uomini uguali. Con Andrea
e Gionata Costa dei Quintorigo come ospiti , è
un rock densissimo e malato che apre squarci orientali con gli archi
e ci fa credere di esserci imbattuti in una melodia nipponica alla
Gerard. Ma anche se il lavoro è davvero mutaforma non manca
una dose di ironia che rende meno cerebrali le elucubrazioni del
"panino morto". Ormai però una cosa è certa:
i Deadburger hanno creato uno stile e per questo sono maestri in
Italia. Il mutaforma-rock è stato inventato da loro e ogni
pezzo ogni volta può apparire diverso non solo negli arrangiamenti
ma anche nella stesura, rivelandosi poi in partenza lo stesso brano.
Da stazione a stazione senza cambiare binario, paesaggi diversi
per una stessa traccia. Etere è psychedelicamente arrabbiata
e anche vellutata,
grazie alla voce di Odette Di Maio dei Soon: bellissime
le campionature di Vittorio Nistri, vero leader dei Deadburger,
e,
come limmagine allinterno del libretto rappresenta un
collage di antenne virate giallo acido sullo sfondo di una tempesta
magnetica, anche il pezzo si comporta così, come un fuscello
travolto da uno shamal. Con Storie siamo allapoteosi
della cibernetica che fa tabula rasa di ogni genere e lo ingloba
nelle sue spire. Rimane un disco comunque estremo, sia per i testi
che pur non essendo osceni , sono allavanguardia, sia per
gli ambienti sonori che potrebbero anche essere ambient ma
un ambient violentato e terroristico.
Se prima tutto era creato in studio, con Storie gli uomini-macchina
toscani hanno aperto le porte dei loro antri ad altri creatori e
le influenze e le collaborazioni hanno preso forma come cellule
malate in un organismo sano, ricollegandosi ai grandi dischi degli
anni 70. Topi potrebbe essere tranquillamente ballata
e cantata ma cè qualcosa che ti estranea, i Krisma
a un elevatissima potenza. Una denuncia sull enorme sacrificio
e massacro dei poveri animali di laboratorio con una bellissima
tromba di Roy Paci degli Zu che sa lamentarsi, soffrire e
aggredire lascoltatore-operatore del macello dei topi .I Deadburger
sono davvero grandi artisti perché presentano una propria
visione originale senza cavalcare un genere preciso. Sono una sorta
di malattia sonora che può guarirci da tutta la merda che
ci gira intorno. Bellissime le tastiere di Stefano Porciani,
collaboratore storico del panino morto: sanno essere corrosive come
un acido, celestiali e infernali allo stesso tempo. La voce è
stata trattata meno che in passato, segno che ormai i computer e
la robotica convivono con noi al pari di noi, non mutando per nulla
un equilibrio che non è mai esistito.
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| Jerry
Joseph & The Jackmormons - CONSCIOUS CONTACT 5840
(Terminus Records) |
Lunica
speranza è che questo cd circolerà fra le mani dei cultori
del southern rock. Un cd eccellente che fa rivivere con gusto
le atmosfere dei Lynyrd Skynyrd, Sea Level, Allman Brothers Band e
qualcosa dellhorde come Widespread Panic. Irruente energia che
crogiola attraverso una band che ha già aperto per grandi nomi
del rock. Ma non è un semplice disco che rimembra il feeling
di bands come Molly Hatchet o Nantucket. Anche solo con un accompagnamento
scarno di basso e batteria, tutta lanima di Jerry Joseph
viene fuori innalzandoci verso livelli celestiali. Canzoni come
Muscle sono davvero lontane dal sudore dei figli di Salem, ricca
di feeling, e non commerciale, qualcosa come hanno fatto gli
italiani W.I.N.D., due accordi ripetuti con candore e liricismo, e
la chitarra acustica e un bottleneck illuminano questa stanza piena
di polvere e la poesia si dirada tutto intorno, già perché
il Southern-rock è anche questo. Il pregio di questo album
è quello di aver trapiantato due generi simili come il rocknroll
e il blues. Già... ma non lavevano fatto tutti
i nomi di cui sopra?? E vero, ma quando non si tratta di copiatura
e sintravede buonanima indipendente è questo che
ci fa ancora sognare e accender il motore per unavventura su
strade sconosciute e Coliseum conferma tutto ciò impreziosito
dalle tastiere sottomarine di Chuck Leavell (Allman Brothers Band,
Sea Level) qui ospite donore. Nellinsieme sono davvero
grandi. Non cè nessun tentativo di politicizzare la musica,che
si rivelerebbe assolutamente disastroso, ma solo raccontare i giorni
che scorrono in una calda campagna americana.
Questo è il quinto lavoro della band ed è il debutto
su Terminus Records (www.terminusrecords.com)
di questo trio infiammato e carezzevole come un uragano di piume.
Grande talento, grande ritmo, strade assolate. Eun disco che
conferma di come lamore per grandi nomi del passato possa far
nascere nuovi astri nascenti nel rock americano. Nessun campionamento,
ma qualche sintetizzatore anni 70 ogni tanto compare, e una
lullaby elettrica come Pure life è davvero una coltellata nella
schiena, ti assale, ti coinvolge e ti fa schiavo di quei bassi e quegli
arpeggi di chitarra minuziosi e costanti come una pianola meccanica.
Prodotto da Dave Schools (Govt Mule, Widespread Panic
) e con Dave Barbe (Bob Seger) come ingegnere del suono, ha
il sapore adrenalinico di una jam session come Music from Free
Creek, la potenza di Graham Parker o la sottile poesia di Tom Petty.
Easter, in chiusura, andava perfezionata di più: forse
è lunico pezzo troppo classico, ma probabilmente è
voluta. Piccoli fuochi artificiali che accendono una notte sui campi
di grano, scoppiettanti come una chitarra acustica fra le fiaccole
di un'incudine e il lavoro della gente comune nei campi di cotone.
Tempi mid-rock e, perché no, qualche probabile hit-single
(in USA). Non devono essere dimenticati, ma accostati ai grandi maestri
del passato. |
| Madrigali
Magri - MALACARNE - 3655 (Wallace ) |
I
Madrigali Magri non sono scozzesi, eppure la zona di Nizza
Monferrato deve avere qualche analogia con le brughiere site in terra
dAlbione, o almeno i suoni così crepuscolari e nebbiosi
ci riportano laggiù.
Si rimettono in gioco cambiando però molto poco alla struttura
sonora che aveva caratterizzato Lische e Negarville.
Anche se la partenza di questo cd è primariamente acustica
alla fine si sfocia in una catarsi elettrica. Cambia il modo di cantare
o di parlare. E sul palco i loro concerti diventano un rito. Suonano
magistralmente e Giambeppe Succi è lelemento cardine
, un chitarrista molto tecnico.
La sua chitarra è il piatto dove sfociano, ruggine, grigiore,
attese, silenzi, una tavolozza di emozioni virata osso seppia.
Non esiste nessuna traccia pop nel classico nome
Tutto è
sempre molto anarchico e sperimentale.
Accordi distrutturati che ci fanno tornare di qualche anno indietro,
e cioè ai primi anni 90. Epoca in cui sono partiti i
tre Madrigali da Nizza. I riff di chitarra sono durissimi ma
anche aggrovigliati e Valerio e Nicoletta danno il giusto supporto.
Il suono è compatto, mai sopra le righe. E nel circuito indipendente
se sono accorti tutti. Tersila è unesplosione
in puro stile Black Flag trasportato in questi anni 2000. E così
quasi tutto il cd si snoda, con la chitarra che a volte emula il violoncello
( o cè davvero, visto che sono stati parchi dinformazioni)
e la tragicità dellopera appare ancora più evidente
nella sua scarsezza, anche se qualche nota di organo e pianoforte
avrebbe reso ancora più interessante questo Malacarne.
Intensità e sudore, racchiusi in una dimensione claustrofobica |
| lalli-TRA
LE DUNE DI QUI - (Beware!) 33'25" |
Ho
accolto con particolare piacere questo secondo lavoro di Lalli,
ex-cantante dei Franti, che esordì l'anno scorso con
Tempo di vento per Il Manifesto.
Esce per la Beware ! Records che ha rischiato abbastanza, non
in fatto di vendite, ma per aver introdotto una cantautrice fra bands
come Lo-Fi Sucks, Knot Toulose, Tasaday, Perturbazione, A Short Apnea,
cosa che avrebbe potuto confondere la linea marcatamente underground
che la giovane etichetta ligure ha intrapreso.
In realtà questo mini-cd è un po' esiguo in quanto i
pezzi nuovi sono soltanto tre.
A Donatella e Le donne quando restano sole erano già
apparse in Tempo di vento, anche se gli arrangiamenti sono nuovi.
Non ci sono tecniche strumentali difficili, nemmeno strumenti sofisticati,
tutto è stato registrato e concepito in modo lineare e immediato.
L'elemento importante che scaturisce dall'ascolto di questo cd è
la personalità e la voce di Lalli che rimane se stessa e che
si esprime al meglio delle sue doti interpretative. Veramente artista.
Lalli è così libera di cantare le sue storie poetiche
e urbane, come nella title song Tra le dune di qui ,una
canzone vicina allo spirito dei Tindersticks più che ai cantautori
italiani, con un finale rockeggiante.
Non conosco la vita di Lalli, ma lei appartiene alla scuola di cantautori
maudits come Leo Ferrè. Non so se le canzoni sono state
concepite con l'ausilio di un bel bicchiere di vino, ma in Terra
vista dalla luna si esprime con una forza pari a quella di un
fiume in piena.
Bellissimo il pianoforte suonato da Mario Congiu in tutte le
tracce del disco e, in particolare, in Le donne quando restano
sole.
Un disco che sa anche essere estroso, tenue, per mezzi matti, per
artisti, per il popolo delle vecchie osterie. |
| Anatrofobia
- LE COSE NON PARLANO 4901(Wallace) |
Se
ci si aspettava che gli Anatrofobia , a dieci anni dallinizio
della loro attività avessero ripulito e reso più morbido
il loro sound, ci si sbaglia di grosso. Le cose non parlano
è il quarto lavoro di questo combo di Ivrea, e il secondo per
la Wallace dopo Frammenti di durata, Ruote che girano a
vuoto e Uno scoiattolo in mezzo ad unautostrada.
La loro popolarità è cresciuta e oggi gli Anatrofobia
sono una delle band di avant-jazz più evolute, a cui
guardano anche tanti gruppi post-rock. Alcuni pezzi come Primodio
proseguono il discorso intransigente e maestoso della band. Accordi
elementari ma titanici, che sembrano provenire da un altra galassia
e i fiati che si liberano in un diverso universo. Serie di tre è
di nuovo il caos che imperversa in una traccia free-jazz. Uno
scoiattolo in mezzo ad unautostrada aveva aperto qualche
concessione al suono di big bands ;oggi con ospiti come Roberto
Sassi di MGZ e Cardosanto, hanno operato su una trasformazione,
che abbraccia la nascita di etnia, rock, free-jazz ed elettronica,
un bel momento per i pazzi anatroccoli piemontesi. Disordine etnico,
una forza prorompente, suoni selvaggi e animaleschi, libertà
indipendente, sembra davvero che gli Anatrofobia abbiano inciso Le
cose non parlano in mezzo a una giungla post-atomica, dove lapocalisse
è raccolta in un momento stabile. Riflessione e nevrosi in
uno stato anche di grazia che blocca i musicisti in uno scenario rigoglioso.
Operano come il Living Theatre, cioè unorganico allargato
senza regole, ogni volta il circo si apre con nuovi giocolieri. Fleurdumirage
addirittura sembra essersi tuffato indietro nellera progressive
della Reale Accademia di Musica. Sono stati meno comunicativi che
in passato, ma questo non vuol dire che il disco è inascoltabile,
tuttaltro. Solo che lenfasi si tramuta presto in magnifico
delirio. Il jazz-rock di Crearono un deserto e lo chiamarono
pace rimanda ai bellissimi giorni della Mahavishnu Orchestra,
ma poi a tempo di marcetta il brano si innalza, in una meteora violenta
che colpisce e distrugge lascoltatore. Bella la batteria di
Andrea Bindello. Il re non tornerà è una
bella parata multicolore folcloristica con tanto di improvvisazione
dei grandi sax di Alessandro Cartolari e della chitarra stupenda
e nevrotica di Lerco Alberto Broli. Il basso pulsa e Luca
Cartolari assicura che il motore della band è pieno di
gasolina.
Ancora una volta pulsioni irrefrenabili che ti contorcono, stritolano,
avvolgono. Questa e' la vera matrice: tutto ciò che è
convenzione viene lasciato al caso e la musica diventa mutante, assemblata
in mille scintille neurodislettiche che, come una spora avvelenata,
invade i nostri paradisi di carta. |
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