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A Short Apnea: Wallace Records
Double Nelson
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Jvan - Moda - CIELO PIRICO 48’45” (Artesuono)
Anche l’Artesuono, coraggiosa etichetta friulana, si concede qualche pagina meno sperimentale che in passato, con la pubblicazione di Cielo Pirico di Jvan Moda, cantautore visto qualche anno fa anche in un San Remo. Si tratta di un disco che, probabilmente, con una promozione adeguata e diversi passaggi in Radio FM, potrebbe essere apprezzato da un pubblico non soltanto indie. Un disco granitico carico di linguaggi culturali, dove i testi e il cantato diventano l’arma più importante. Dopo Le Nuvole questo è il secondo cd e la purezza delle canzoni acustiche si è persa in favore di un rock sanguigno molto americano. Gli arrangiamenti dei pezzi, però, nella loro elettricità riescono a mantenere quell’equilibrio che contraddistingueva il recente passato e così i Modena City Ramblers possono tranquillamente andare a braccetto con Robyn Hitchcok. La band è davvero ben affiatata e i testi molto tesi danno forma a un rock drammatico ma mai tragico, che morde diverse contaminazioni, melodiosi tesori adagiati su un tappeto di musica mai riposata. E, a sorpresa, scopriamo che le canzoni si possono anche ballare... grazie a un’interpretazione palpabile, intensa e mai pronunciata. Per evitare no è il pezzo fuori-pista del disco, una ballata atipica giocata su due accordi, ipnotica e blueseggiante, schizoide e allucinata, da manicomio in scatola. Rock d’autore, quindi, giovane e di grande impatto. Davvero un buo disco.
A Short Apnea - ILLU OGOD ELLAT RHAGEDIA (USTRAINHUSTRI) 55’08”(Beware!/Wallace Records)
Ancora una volta i suoni tragici degli A Short Apnea ci travolgono, con il nuovo lavoro che ha un titolo impronunciabile, anche se in realtà è un anagramma di Il luogo della tragedia. La Wallace ha preso in pieno la mano (il precedente lavoro era solo per Beware!) e ha introdotto gli A Short Apnea nel suo ricco catalogo fatto delle sperimentazioni più sbalorditive. E' un disco, questo, che sa tracciare le coordinate più coraggiose del passato, del presente e del futuro della musica non catalogabile, e le emozioni vengono fuori intensissime. Le melodie sono difficili da memorizzare e la forma canzone non esiste più, ma solo labirinti sonori, dove perdersi e rimanere terrorizzati è molto più facile che trovare la luce alla fine del tunnel. Gli A Short Apnea continuano dove hanno interrotto i Faust, proseguono le spirali dei Big City Orkestraw, e le chitarre di Paolo e Xabier emulano Don Fleming, anche se possiedono un proprio Dna.
Elevata classe che nella tragicità riporta in pieno le i canti omerici della tragedia greca, l’urlo disperato e carico di dolore di Elettra, o gli inni enfatici delle battaglie vinte da Alessandro il grande, o l’estasi della strategia di Lysistrata. Ogni strumento trova il proprio spazio e lo scoordina al di fuori di ogni prospettiva legata al concetto di comunicatività. Come una bomba a orologeria, come una bambola meccanica, la libertà si "libera", seguendo però regole ben precise. Sono i suoni dell’ indipendenza...e lo strangolamento della musica. Senz’altro la band più colta e rivoluzionaria del panorama italiano.
Double Nelson - THE SO SORRY SPACEMAN, THE SO SICK SPACEMAN AND THE NOISY SHADOW ... 50’02” (A.N.D. Music)
Con un titolo kilometrico che rimembra i vecchi vinili dei Van Der Graaf Generator, tornano gli apocalittici Double Nelson dopo l’osannato da critica e pubblico Indoor. "Un matrimonio fra i Rockets e i Nine Inch Nails" potrebbe pensare un disattento ascoltatore al primo approccio con i Double Nelson. E comunque THE SO SORRY SPACEMAN, THE SO SICK SPACEMAN AND THE NOISY SHADOW VS. DOUBLE NELSON è un album più radicale che Indoor, e i Double Nelson si dimostrano ancora una band vincente sia nel campo dell’elettronica che sul fronte dell'avanguardia (non manca il rock d’assalto alla Tool). Arte contemporanea che va in pezzi per poi ricomporre un puzzle anarchico. Un gruppo che sa ancora come sventolare la bandiera della libertà. I concerti poi sono dei veri happening teatrali, concepiti con cuori di tenebra visionari. Ma discograficamente la vita dei Double Nelson è stata dura poichè è stato davvero difficile trovare un’etichetta che li sponsorizzasse. Così dopo l’inutile Pandemonium che non li aveva supportati adeguatamente, ora i francesi Double Nelson sono passati sotto la minuscola A.N.D. Music. The so sorry spaceman… arriva dopo travagliati contatti con diverse etichette ed era già stato concepito durante l’ultimo tour italiano di due anni fa. Il titolo "l'astronauta così spiacente, l'astronauta così ammalato e l'ombra rumorosa contro i Double Nelson" è chiaramente autobiografico e la rabbia e il senso di nausea che si respira è notevole. La formula di chitarre vampire in assalti noise pneumatici la fa ancora da padrona, ma qualcosa di chimico pare essere stato spruzzato su questi suoni già anarcoid, che tentano di essere abbattuti da una sezione ritmica scoppiettante e detonante. Se Indoor e gli altri avevano qualcosa di accessibile, qui siamo agli antipodi. The so sorry… è un incubo oscuro e malato. E pare che la scuola di Chicago più anarcoide come quella dei Ministry, Die Warzau, ma anche gli esperimenti di Ruins e Zeni Geva, abbiano lasciato semi nel campo aperto dei Double Nelson. Una band allucinata che suona nella piazza popolare di Intelligenza Artificiale o in 1997 Fuga da New York, o l’infernale band che apre i balletti di un sabba cybernetico. Un grandissimo gruppo che deve essere apprezzato in pieno, prima che la distruzione ce li porti via.
Earthbeat Ensemble - LOS LUGARES DEL SUENO 59’52” (Artesuono)
La cosa più interessante di questo cd dell’Earthbeat Ensemble è la commistione fra jazz e suoni latini che s’inseriscono nel contesto come uno squarcio nell’anima. E’ un quintetto promettente con la scintillante voce di Alessandra Franco. Il jazz s’incontra con la bossa nova e la saudade, e il bello è che il sangue è italiano. Alla base un grande lavoro di composizione e l’energia che ne esce fuori è tutta positiva e viene sprigionata da qualsiasi traccia del cd. Vi sono brani originali, tradizionali e tante volte lo zenith si sposta anche su accenti ROM e balcanici. Il jazz è solo il filo che unisce i diversi retroterra culturali, tutto sembra inciso in diretta senza attese di pause lavorative. O infante ha una base portoghese e una splendida voce sulla scia delle migliori cose di Teresa De Sio; sa essere potente ma anche soffusa e si spegne piano piano come un soffio. Da notare la presenza di U.T. Gandhi alla batteria. La tradizione popolare sa raggiungere le stelle con il suo forte impatto emotivo e lucentezza. Cambiano i luoghi, le latitudini, ma la musica non sente queste barriere, e così il registro esecutivo rimane impassibile ai vari cambiamenti incontrati nei solchi. Ancora una volta questa sottile qualità ci viene proposta dalla grande etichetta Artesuono che si contraddistingue per lavori estremamente curati sia in sede di produzione che di grafica.
Si resta ipnotizzati dai suoni caldi e morbidi e un pulsare di trasmettitori instaura una voglia di muoversi anche se si rimane bloccati di fronte a tanta eleganza. Naturalmente non potevano che provenire dal Friuli-Venezia Giulia, una regione di confine piena di inflessioni e scambi culturali con l’Est Europeo. Jazz ricco e aperto verso nuovi schemi. Passione, sudore e malinconia. Da ascoltare accompagnati da una bottiglia di curacao , veicolo importante che si affianca a un cuore infiammato dalla dolcezza di una voce libellula.
E.a.s.y. - VOLUME 1 49’48” (Hot Elephant Music)
E.a.s.y è un progetto che nasce dalla mente di Maurizio Dami (alias Robotnick) ed è molto interessante per i suoni liquidi che riesce a produrre, mentre lo è forse un po’ meno per l’ispirazione. Ma pian piano che le tracce scorrono viene chiaramente alla luce che la simbiosi fra i due elementi è naturale . Volume 1 è una raccolta di undici brani dallo stampo antico, con riflessi di colonne sonore di film esotici come La ragazza dalla pelle di luna e le musiche di Piero Umiliani. Ma questi pezzi si proiettano nel futuro grazie alle tastiere e agli arrangiamenti elettronici. I pezzi sono tutti godibili e hanno un aspetto gioioso e colorato, seppure qua e là si riscontra qualche freddezza. E' easy listening ad alto livello, dove si pensa poco e tutto viene fagocitato dai ritmi a volte latini, a volte francesi della dance. Open air in apertura ha i passi tipici della bossa-nova ed è sensuale, calda e dissetante come una piña colada bevuta su una spiaggia giamaicana. Gli E.A.S.Y. oltre a Maurizio Dami sono: Franco Bini, flautista e pittore fiorentino e Alessandro Di Puccio, Jazzista, insegnante e direttore d’orchestra. Firma anche un brano Ettore Bonafé. Easy non è pero acronimo di “facile” bensì è il significato di Elephants Are Sometimes Young: infatti anche se sono autori navigati, il taglio è giovanile, pieno di riferimenti culturali. A volte come in The found picture la matrice si dipana in un jazz liquido che ricorda i primi lavori di Herbie Mann, con quel flauto pungente ed elettrico. Vibrazioni lounge. Certo tutto è troppo dolce, forse, e si poteva aggiungere qualche passaggio un po’ più ribelle, ma l’intento del combo è stato raggiunto, ovvero quello di unire sotto un cielo azzurrissimo exotica, lounge, beat e jazz di altri tempi in un caleidoscopio futurista.
Giuni Russo - MORIRO’ D’AMORE 63’29” (Columbia)
L’ho detto più volte….A Giuni Russo bisognerebbe erigere un monumento. La sua figura appare di sfuggita e lascia il segno come un temporale in una giornata di sole. Strepitosa la sua esibizione a San Remo con il grandissimo pezzo Morirò d’amore, che ha varcato per lei le colonne del nuovo millennio. E arcano e fantascienza, etnia e industriale, si sono sposati per lasciare la sua voce banshee libera di condurle verso il lido paradisiaco. Giuni ha incantato tutti.
Morirò d’amore
racchiude quattro brani nuovi e gran parte del live Signorina Romeo, un disco ingiustamente passato inosservato; certo un intero cd nuovo avrebbe reso questa operazione più appetibile. Il pubblico l’aveva allontanata ingiustamente e lei si era rinchiusa in un eremo colmo di inni e canti sacri che ha riproposto in veri happening a circuiti non convenzionali, come chiese e auditorium, come in terra d’oltreoceano già facevano da anni Diamanda Galas e Marianne Faithfull. La filibustiera (così mi è sembrata sul palco dell’Ariston) concepisce un grandissimo album. Morirò d’amore album e pezzo non sono fatti per San Remo dove lei sembrava davvero fuori posto in mezzo a quella miseria dove solo un’altra cantante ha avuto carisma, Iva Zanicchi (strano eppur vero). Sakura è un canto tradizionale giapponese senza tempo e spazio, J’entends siffler le train è un duetto con Franco Battiato (che ha anche prodotto gli altri quattro brani nuovi). La musica è totale ed è stupido racchiuderla in un genere definito. E’ una lezione di musica, appassionata, suadente, compatta, che fa riflettere, divertire e spezzare il cuore. Morirò d’amore (il singolo) è bellissima e assolutamente non convenzionale, dura come l’acciaio e dolce come una rosa che accarezza i sensi. E per una volta, giustamente, le classifiche la stanno premiando con un eco diversa da Un’estate al mare. Logica coda di A casa di Ida Rubinstein senza dimenticare Love is a woman e Vox, gli album del passato. Sulla stessa falsariga di Morirò d’amore è La sposa, con i suoi allarmi elettronici che si accendono, e spariscono. Suoni che si vedono, in una fusione difficile, la voce potentissima e duttile, sa essere ora coltello, ora piuma leggera. Interpretazioni live fra le più eccitanti e maestose mai ascoltate, forse ancora di più di Voce prigioniera, il precedente live.La reazione del popolo stavolta è stata diversa, segno, forse, che i tempi sono cambiati. Speriamo non gettino di nuovo una grandissima artista nel dimenticatoio. Giuni, la geisha italiana, dalla copertina ha uno sguardo che trasmigra verso paesaggi antichi, situazioni e differenti ambienti, osservatrice e testimone di una voce scolpita nell’anima.
Kraftwerk - TRANS-EUROPE EXPRESS (Capitol)
Siete forse sorpresi di vedere il nome dei Kraftwerk su questo magazine? Io no, perchè qui si parla di musica dell'anima, e chi meglio di loro puo' rappresentare la vera anima della musica cyber? Da troppo tempo si sta aspettando qualcosa di nuovo da parte di Ralf & Florian che tarda ad arrivare anche se so che i "quattro robot" sono in tour. E intanto mi riascolto Trans-europe express con i suoi gioiellini come Europe Endless. Sara' interessante sentire che cosa avranno da proporci questi signori in un mondo dominato ormai dai computer... Sono stati anche criticati eppurre proprio "Europe endless" ha melodie che sono state riprese da tutti, senza neanche i dovuti ringraziamenti.
Chissa' quali marchingegni nuovi useranno i Kraftwerk per immetterci dentro il loro cuore ancora pulsante di scintille di vita, racchiuse in una scatola cybernetica. Saranno contenti i Kraftwerk di come la nuova scena di Chicago abbia guardato molto a loro (vedi i novelli T.H.C), ma nessuno dei nuovi gruppi possiede quel fascino mitteleuropeo che i Kraftwerk sapevano miscelare con i loro macchinari futuristi. Provo ancora strane vibrazioni a riascoltare il pezzo Trans-europe express e capisco perche' era piaciuto molto a Iggy Pop e David Bowie, e forse anche a Laurie Anderson. Inutile spendere righe di entusiasmo per un pezzo che ormai fa parte del mito. La mente viaggia liberamente e cosi' attraverso la terra Siberiana, rivivo i romanzi di Agatha Christie. Partenze e arrivi, come disse Arthur Rimbaud,a nticipatore del male di vivere della societa'moderna. Incantatore di ennui come i Kraftwerk naturalmente, o come Jobriath , Klaus Nomi o Zaine Grieff, effimeri soffi di decadenza vellutata. Grigio e nero, freddo, pochi colori, nessuna teoria, suoni ripetitivi e cori glaciali, atmosfere thrilling e tanta creatività: ecco cosa hanno rappresentato i Kraftwerk, perduti in un mondo loro. Trasgressivi per sempre.
Quarta Parete - LABILE 30’47”(Cadaveri& Papere)
Con un po’ di ritardo ecco la recensione del secondo cd dei Quarta Parete, vincitori di parecchi concorsi e festival come Suoni dal Sottosuolo e Arezzo Wave. Labile non delude le curiosità e le aspettative; è un progetto ambizioso che fonde benissimo la teatralità con il rock, un po’ più underground e meglio dei Maria Pia and Superzoo (anche essi pugliesi) che si sono visti quest’anno a San Remo. Canzoni, dunque, ma che raccolgono l’essenza dell’immagine. Più di mezz’ora di suoni ammalianti e lirici, grandi canzoni con l’unico neo di non presentare soluzioni sonore inedite e più coraggiose. L’ambito è quello del pop, seppur d’vanguardia. Certo tutto quanto detto sopra rimane inalterato, però una canzone più sperimentale ci sarebbe piaciuta assai. Ma la Quarta Parete, cioè quella che divide il pubblico dall’artista, è stata abbattuta. Le tastiere e la programmazione di Lele Bonadies sono magistrali, perfette e sono la vera anima del precorso sonoro. Poi con la masterizzazione al Nautilus il tutto risulta perfetto e senza sbavature. Il gruppo ha una grossa carta da giocare e cioè di non essere derivativi da nulla (Klaus Nomi?) e quindi l’originalità è costante.
A volte gelidi però seducenti, come avviene in Tanti auguri dalla qualità creativa elevata, e dove non c’è nessun elemento rozzo. La crepa del giorno si apre con voci di bimbi campionati e possiede una bellezza estetica sopraffina. Hanno aperto una strada? La risposta la conosceremo al prossimo crocevia.
Taximi - PALESTINA DREAMIN’ 52’18” (Artesuono)
Musica dall’elevato valore. Taximi in arabo significa anche "interpretazione" e mi sembra la parola più appropriata per questo Palestina Dreamin’, visto che si tratta della rielaborazione di classici tradizionali provenienti da ogni parte del mondo, ma stranamente non dalla Palestina. Etnia eseguita in modo esemplare, fra le più suggestive nel mondo della world music globale. L’area presa in esami è quella dei Balcani, della Macedonia della Serbia e di altre aree. Palestina Dreamin' è invece il pezzo inedito composto dal fisarmonicista Romano Todesco.
Quasi tutto il cd ha poi spazi aperti dove i musicisti possono instaurare un dialogo con il loro strumento. Un ensemble italiano che ha connotati e levatura internazionali. Il violino assume un ruolo tzigano ed è mutevole secondo gli umori del pezzo e l’amalgama con fisarmonica e percussioni è davvero d’effetto. I Taximi sono sulla stessa linea di bands come la Klezmer Conservatory Band, Zev Feldman e Taraf de Haidouks, respiro senza confini.. L’esecuzione dei pezzi diventa momento pensante, meditazione e un soffio per aprire la porta del Mediterraneo, lido aperto delle popolazioni balcaniche come la Macedonia e ora il Kosovo. Una musica etnica senza tempo, che sa essere intransigente, malinconica e che scava nella mente di antichi popoli che chiedono fine al loro stato di schiavitù dorata.
Non ci sono contaminazioni elettroniche, nè rock mutato, ma pura musica tradizionale. Il tutto senza essere cerebrali, ma ponendo l’arte della gioia come ultimo atto della rappresentazione. Malesevsko , tradizionale macedone, ha suoni che fuoriescono dalle casse, come saltimbanchi indiavolati nel mezzo di una festa. Tutta la band è in corsa per costruire al meglio la canzone che ti rapisce in un vortice ammaliante e zingaresco. Aria di rivoluzione con le proprie radici. I Taximi sono la prova di come la musica diventi colpevole delle nostre fughe e possa talvolta diventare una arma di protesta e poesia.


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