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Cheap Wine: intervista
Can/Spoon Records
Brimstone Media Productions



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la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man, Devics e Black Heart Procession

disco del mese



JSmog: Supper

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ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo è Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it

Davide Camerin - NATALE PARABELLUM 32’35 (La Luna e i falò)
CamerinSecondo progetto del cantautore di San Vendemmiano, dopo il primo album 40 metri quadri, ed è un lavoro eccellente che consiglio a tutti gli amanti dell’area cantautoriale e non solo.
La ricerca di Davide Camerin affronta ancora una volta l’esistenza del singolo nell’attraversare piccole tragedie e fattori della vita quotidiana. Anche a rituffarsi nel passato quando era un piccolo bambino della guerra, la seconda guerra mondiale. Il conflitto visto come il cadere di tutti gli ideali e come mezzo estremo di conquista.
Si continua il discorso cantautoriale caro ad autori come De Andrè e Vecchioni, con una bella energia e una ventata di orecchiabili pop-songs, dove la realtà si tuffa in canzoni che di lugubre hanno poco.
Il Natale viene scandagliato nei dieci giorni che lo precedono e diventano teatro di rabbia e confessioni, denunce a volte in trevigiano (Gott mit uns). Davide Camerin ha maturato molto la sua vena di musicista e cantautore e ci si aspetta un sua più larga diffusione. La parte strumentale non è lasciata al caso visto che alcuni pezzi sono strumentali, senza sovrarrangiamenti o orchestrazioni pesanti, ma con strumenti come un armonica, un sax, delle viole per rendere lo scenario carico e allo steso tempo introspettivo. Non ci sono pezzi sottotono nell’album. Il calendario viene esplorato giorno per giorno in crescendo e la tensione aumenta in pezzi dove i roboanti motori di aerei denotano il clima disperato (L’attacco dei bombardieri). A volte piccoli frammenti quasi ironici come Bojaro-Bono, fanno sognare per le atmosfere subacquee che un sax sa creare. In Il sesto giorno la voce solista è affidata a Sonja Dimitrijevic, un canto a cappella con gli usignoli come coro. Tutti gli arrangiamenti sono più curati che nell’esordio: a volte anche solo un arpeggio di chitarra è talmente riempitivo dove una tastiera sarebbe fuori luogo. E Camerin dimostra che nella semplicità si possono creare grandi affreschi. Se cercate un cantautore maturo capace di rapirvi con la sua arte, questo cd fa per voi...
Graziano Giacomello - GRAZIANO GIACOMELLO (Demo cd) 23’57”
Graziano Giacomello è un interessante cantautore che merita attenzione perché il materiale che presenta è esplosivo nel senso che colpisce fin dalle prime note e la classe viene fuori man mano che le note si snocciolano come nel pezzo conclusivo La mia stella che fra ritmi etnici alla Acqua di Loredana Bertè esplora un universo elettronico e cosmico quasi new age. Peccato che ancora oggi non abbia trovato un contratto discografico, fra l’altro collabora in vari pezzi Roberto Pacco, l’autore della magnetica e bellissima L’immenso di Patty Pravo. Le sue musiche sono un po’ più avanti di tanti altri cantastorie della nostra penisola, perché il discorso musicale è sfrontato con sapiente gusto e creatività. In viaggio punta sul sociale ma ritmicamente non dimentica la lezione afro-americana e così il pezzo diventa ballabile, infarcito di scintillanti sintetizzatori e varca le soglie del tempo e dello spazio. Peccato che le etichette discografiche non si sforzino di cercare qualcosa che può essere allo stesso tempo godibile (Graziano Giacomello non è per niente cerebrale) e approfondito. Graziano introduce campionamenti e ricerca sonora, ma il suo ambito rimane un pop godibilissimo che si contamina con il rock, il funky, l’elettronica e i suoni latini come già alcuni gruppi come Arecibo stanno utilizzando da diversi anni. Luna è un po’ ripetitiva e monotona, ma con qualche accorgimento più studiato e un ritmo accelerato può cambiare la sua iconografia. Ci sono ancora due pezzi strumentali ricchi di salsa elettronica e ritmi latini molto eleganti che si amalgamano bene nell’ossatura del cd. Attendiamo una prova definitiva di Graziano Giacomello per parlarne più approfonditamente.
Fifty Tons of Black Terror - UNT 39’55” (Space Baby)
FTBtI Fifty Tones of Black Terror sono una band di musica gotica-industriale conosciuti anche come Penthouse. Nel 1998 hanno pubblicato un interessante album chiamato Demeter seguito da My Idle Hands. Ora è la volta di Unt che si presenta subito all’ascolto come un album conturbante, grazie anche all’inserimento di ballate oscure come Angry Goats; il terreno è quello del rock’n’roll con riferimenti ai primi demoniaci albums dei Rolling Stones. Le canzoni si presentano con un nuovo stile racchiuso nella formula chitarra, basso, batteria e qualche armonica scintillante che compare nelle tracce. L’esplosiva energia è presente in pezzi come Miss Albion; in altri pezzi come White slave speaks his mind i FTBT mettono forse troppa carne al fuoco, e il risultato ci lascia un po’ spiazzati.
Musicalmente sono cresciuti e forse troppo, ma hanno messo da parte il liricismo di albums come Demeter. Giochi incastrati di voci e noises alla Chokebore, e qualche seme degli Swans matura qui e là, ma poi il gruppo vuole inglobare anche altri generi come il rock destrutturato e qualche spruzzata jazzy-noise. My last little vinegar Sips difficilmente potrà essere suonata in radio: il pezzo incede con un salmodiare lento, quasi una litania, uno scheletro nell’armadio di John Campbell, un voodoo elettrico. Il blues pare essere diventato il nuovo amore della band e gli FTBT ce lo restituiscono nella loro veste da cataclisma. Non è un passo falso UNT, anzi riesce a trasfigurare nelle tracce il vero dolore mentale, e canzoni come Sex tourettes sono fra le migliori incise dalla band, pezzi dove lo spirito rock vola selvaggiamente in alto. Posthmous Climax è un blues ipnotico, che disseziona i vari strumenti all’inseguimento di un ticchettio quasi pauroso, pre-catastrofico e infatti War in Heaven è la conferma che anche il paradiso non è un'oasi.
I Fifty Tons of Black Terror hanno il pregio di non ammiccare precisamente a nessuna band. E’ da ricordare che i loro dischi in Europa vengono stampati col nome Penthouse, ma in America il direttore della nota rivista di nudi celebri ha vietato alla band di usare quel nome. La copertina è oscura e terrificante, ma la musica stavolta non è così dilaniata e può essere apprezzata anche da un pubblico non solo di adepti.
Laundrette - ALTITUDE 31'01" (Vurt Records)

laundretteQuello che sta partorendo quest'Italia in fatto di nuove bands e' davvero incredibile; non piu' cloni di cugini d'oltreoceano, ma una nuova tendenza che tende a produrre un sound piu' avventuroso e a volte originale. Tra l'altro anche da parte del pubblico c'e' abbastanza riscontro e anche le case discografiche cominciano a muoversi, anche se le proposte piu' interessanti arrivano da labels underground come la Vurt Records!
E con la Vurt i Laundrette di Ancona ci propongono un'opera dignitosa come Altitude, abbastanza singolare nelle sue trame e dopo un attento ascolto vanno via anche i dubbi piu'superficiali. Spero solo che i Laundrette non
vengano apprezzati dalla solita ristretta cerchia di appassionati perche' meritano senz'altro un posto di tutto rispetto. I Laundrette stanno inseguendo il loro sentiero. Avevano debuttato nella splendida compilation Metal Machine Muzak per la Gamma Pop. Usano strumenti tradizionali, non vi sono campionamenti, anche perche' e'
molto piu' difficile far scaturire l'avanguardia dalla tradizione.
I Laundrette ci propongono canzoni. Ma canzoni d'avanguardia oserei dire. Proprio come avveniva con Three imaginary boys dei Cure, un disco che per noi italiani deve essere stato un punto di riferimento obbligato. Altitude è un lavoro eccellente, perfido, schizofrenico, melodico, un trait d'union fra i Beatles e i Treepeople, attraverso i Jane's Addiction. La quiete dopo la tempesta.
Be my chair racchiude tutto questo e anche di piu'. Tutte le composizioni dei Laundrette sono originali, a parte una indovinata cover di I'm so tired di Lennon-Mc Cartney.
I Laundrette sono: Lucio Febo (chitarre), Massimo Bartera (Basso, voce), Marco
Carlini (batteria e voce). Tante sono le ragioni che fanno di questo album, una perla. Basterebbe solo il brano The luscious Ann and the universal love con una chitarra che sa essere maestosa, intrigante partendo da un riff semplice diventa quasi una struttura geometrica sonora, Lucio diventa uno dei piu' bravi chitarristi italiani. I testi poi sembrano situazioni vissute realmente e solo i Laundrette potranno dirlo con certezza. Di nuovo lucida e' Air conditioned sound seguita da I'm so sorry presente appunto su Metal machine Muzak.Se vi interessa potreste sedervi su infinito campo di fragole, con una radio ad antenna aperta, i Laundrette saranno nell'aria. Unica cosa scegliete un posto con una buona altitudine, i capogiri potrebbero essere frequenti. Gli intelligenti capiranno.

Lo-fi Sucks! - TEMPORARY BURN-OUT 46’10” (Suiteside) 

Lo-fiAncora una volta i genovesi Lo-Fi SUCKS! liberano i loro istinti producendo dopo Music for the brain, Temporary burn-out per la Suiteside. E qualche cambiamento c’è. Anche se la musica è sempre sperimentale, c’è qualche approccio più rock che era stato tralasciato nel bellissimo precedente lavoro e anche il folk in qualche modo torna ad enfatizzare le giornate dei ragazzi liguri.
Temporary burn-out è carico di selvagge e armoniche melodie vocali che molte volte vengono sovrastate da mari tempestosi e uragani sonori come avviene in Me and Nick Drake, un sentito omaggio allo scomparso cantautore da sempre un eterno idolo per il chitarrista Doc.
E così come altre bands italiane quali Splatterpink, Deadburger, Zu, Kash, i Lo-Fi Sucks vanno per la loro strada scrivendo un’altra bella pagina dove viene quasi eliminata la batteria in favore di una batteria elettronica e nelle tracce dove compare a suonarla è proprio Doc Pierpaolo Rizzo. E quello che c’è nella mente dei ragazzi viene trasposto nelle tracce, senza scimmiottamenti verso le classifiche vedi Drops-Outs Bus. Disappeared viene zuccherata con battute di xylophono suonate da Madt. P che faceva parte dei Cary Quant e la canzone sembra appartenere a un disco dei magici Hepburns, autori di un unico bellissimo album ormai lontano, per le atmosfere intimistiche che propone.
Declaration of Indipendence pt. 2 è uno dei migliori pezzi di questo album che ti porta subito fuori di testa generando una marcia inarrestabile tutta guidata dalla chitarra elettrica pulsante e da una batteria elettronica up-beat. E si può anche ballare scatenandosi. E lo spettro degli Afghan Wigs aleggia su questo brano torrido.(…pool?) è un pezzo tipicamente Lo-Fi Sucks, breve e introduttivo. Little wonder’s Lost non è un pezzo di David Bowie ma un caldo lento d’atmosfera con dei bei riffs di chitarra elettrica drammatica che indugiano verso stacchi sonori sincopati. La produzione è curata da Fabio Magistrali (Cut , A Short Apnea) che s’inerpica dal tipico rock’n’roll fino a rock decisamente acidi e psichedelici. Ha creato davvero un ottimo suono, la sua sensibilità si è incrociata con un gruppo davvero valido e il risultato si sente. Fobie e suoni assassini sono la base di questo lavoro. Un gruppo decisamente in salita per le doti di scrittura molto capacitive. Arrangiamenti scarni che producono un effetto titanico. I Lo-Fi Sucks toccano vari stili della discografia mondiale e li fagocitano in modo molto originale. A volte basta restare in casa propria per accorgersi che la luna può rischiarare una stanza oscura.

Principle Hope - PRINCIPLE HOPE 58’15” (Sublingual Records) 

Principle HopeI Principle Hope sono un supergruppo che riunisce varie etnie: il newyorkese fiatista Daniel Carter, il percussionista Laurence Cook, il bassista europeo Peter Kowald e Jonathan La Master violoncellista e sperimentatore, patron della Sublingual Records di Boston.
La mistura è fatta di jazz, musica contemporanea, e situazioni altamente free e talvolta noise. Concetti per sballati ovviamente, senza un filo logico ma una intelligente improvvisazione. Il cd è interattivo e oltre ad accurate informazioni c’è anche uno stralcio di concerto tenuto dalla band al Tremont Theatre in Boston.
Ma lo spessore musicale dei protagonisti è alquanto elevato. Soprattutto il tocco magico ai fiati metallici di Daniel Carter che danno un senso di perdizione sonica all’intero album. Praticamente tutti gli altri strumenti sono degli accompagnatori dei grandi fiati , veri leoni del disco. I pezzi sono ora lenti, veloci, aristocratici, rivoluzionari, con buone parti di soli (in prevalenza fiati naturalmente). Una musica che in una giornata storta può aumentare il senso di disordine, ma questo è voluto. Oppure i musicisti non hanno pensato a nulla di tutto ciò. Le ipotesi sono molteplici. E magari è solo la rapsodia contorta di un incontro. Jonathan Master al violino (già nei Saturnalia) è un grande compagno di avventure, soprattutto in pezzi come M.S. Darling, nervosa e suadente, monocromatica, quasi un jazz degli anni’ 40 che ascoltavi dopo aver letto un libro di Dashiell Hammett, colonna sonora di una notte noir.
Spirit of Hope è musica classica scardinata, con i sussulti pirotecnici del violino di Jonathan, non più appannaggio di trombe, ma strumento guida.
E il pubblico se ne accorge anche nella track senza titolo registrata dal vivo al Tremont Theatre con la partecipazione dell’ospite Keith Fullerton Whitman che ha diretto una serie di nastri impazziti sul palco molto apprezzati. Ma un po’ di nebbia alla fine rimane, non tutto può apparire così nitido, specialmente per orecchie profane a questo genere di sperimentazioni. E da domani le strade potrebbero portare verso un altro ensemble, magari ancora più pazzo e colto del Principle Hope.

Nema Niko - LA STORIA DELL’UOMO CHE INCONTRO’ SE STESSO 47’46” (Lizard)
Nema NikoTeatralità e rock. Giungono alla seconda esperienza i veneziani Nema Niko e dimostrano un interesse verso una nuova ricerca e soluzioni sonore inedite, benché già l’esordio non era dei più convenzionali.
Un attore drammatico, il bassista Marco Tuppo recita i testi dei Nema Niko come se fosse la Divina Commedia. Probabilmente i Nema Niko hanno ancora esplorato il territorio delle loro emozioni senza guardarsi dal mercato e di ciò che lo circonda.
Non è molto facile per un semplice ascoltatore addentrarsi nelle musiche dei Nema Niko più adatte ad una platea abituata a tragedie shakesperiane. La musica è contaminata dall’industrial, dalla contemporanea e dalla dark wave. Non è molto fresca nel senso che non c’è un’allegria palpabile, ma una sorta di claustrofobia. Un viaggio nelle zone più malate della nostra mente; ci sono percussioni tribali in La mattina dopo, ma la batteria è scomparsa del tutto in prossimità di un ambient elettronico. Sonorità tenebrose sono quelle di Rievocazioni, un pezzo anti-commerciale vero e proprio gioiello underground. Una porta aperta che ti introduce in una scala verso l’inferno per svelare i segreti del Picatrix e altri trattati, attraverso filmiche dilatate e oscure brine di ombra fantasma e spettri lugubri, che ogni tanto sogghignano sulle ali della paura.
La sera si apre con suoni psichedelici futuristici tipicamente anni ’70 e poi sempre il racconto recitazione che ricorda e cerca di farti rilassare inquietandoti. Certo per i palati normali queste forme sembrano sgraziate senza la costruzione tipica di armonia, orecchiabilità e melodia. Praticamente un reading dove la musica forse passa in secondo piano. Un gruppo che dovrebbe esibirsi a Hyde Park alla domenica mattina. A volte si ripesca dalla tradizione millenaria e Commedia ha richiami ellenici antichi. Ma dopo alcuni asciolti la miscela diventa godibile, quindi se cercate sperimentazione e ascoltabilità i Nema Niko vanno bene. Marco Tuppo è un poeta e grazie alle musiche della band la sua poesia riesce a prendere il volo. Una bella promessa per chi è innamorato di scenari notturni, cataclismi, letteratura allucinata, e magari i primi Sigur Ros di Von (ascolta Il mio delitto).
Neurodisney - CONTATTO 21’55” (demo Cd) 
NeurodisneyBassi e chitarre incalzanti quelli di Christian Caso, Francesco D’Ambrosio e Francesco Di Gravina protagonisti di un crossover primi anni ’90 che ancora lascia il segno in bands come Oysterhead. Sono loro, i lombardi Neurodisney con Contatto a infiammare queste giornate di fine agosto.
Un lavoro scritto ed eseguito con una passione smodata per la musica. E il nome dei Neurodisney comincia a farsi strada, visti anche i molti concerti che hanno reso loro una giusta popolarità . Contatto per ristabilire i ponti con i fans , la stampa, insomma una sorta di ci siamo e siamo vivi. Sono un po’ ambigui nella collocazione musicale italiana di oggi, forse come loro ci hanno provato i Cardosanto ed è una strada difficile.
Il punk ha comunque influenzato notevolmente i ragazzi lombardi e in effetti sembra quasi che per loro la musica cominci da lì, nessuna reminiscenza classicheggiante o progressive, ma nemmeno folk. Tutta la sezione ritmica marcia a pieno ritmo fino a smorzarsi completamente come un trattore su di giri.
Così Primus e Scorn sono fra le influenze maggiori della band che produce una musica violenta, manifesto di rabbia ed esposizione ribelle.
Prima di Contatto avevano un altro ep chiamato Visitor e ora hanno appena pubblicato uno split cd per la Red Led Records con gli A.D. con cui sono anche in tour. Una canzone rappresentativa della band mi pare Chi sei che anche se troppo nirvaneggiante rispecchia tutta la corrosività della band, un pezzo che dovrebbe far parte del loro primo cd. Altre parti del cd possono a prima vista deludere perché non hanno l’immediatezza di Chi sei?, ma dopo alcuni ascolti entrano lo stesso e vengono accettate. Le note di copertina sono espresse con chiarezza e denotano la sicurezza dei ragazzi di Sesto S.Giovanni a non inseguire fantasmi ma a imporsi e il rock ‘n’roll grind di Feel the pain fa il resto. In cerca di una definizione più attenta ma trascinanti.


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