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BLUSTINTI di Federico Tomassini, Maphalda Edizioni

Capita non di rado in ambito editoriale di imbattersi in personaggi che - dediti nella vita a tutt’altra occupazione - si concedono un intermezzo letterario per dare spazio al proprio talento o alla propria ispirazione.
Federico Tomassini, classe 1965, è uno di questi. Figura atipica nel mondo della finanza, da anni coltivava il sogno di trasporre su carta le sue esperienze nel gruppo rock da lui fondato alla fine degli anni Ottanta. Leggendo il suo libro, intitolato Blustinti dal nome del gruppo, si scopre che in realtà le vicende personali da rocker dilettante sono solo il punto di partenza per una serie di disanime sulla vita e sui rapporti umani (sarebbe meglio dire “disumani”) che caratterizzano la vita in una città frenetica e nevrotica quale è diventata Milano.
Chi conosce l’autore personalmente, non può non riconoscergli una buona capacità oratoria, unita a un fine spirito di osservazione: si tratta senz’altro di un personaggio in grado di allietare le serate tra amici.
Il Tomassini scrittore non è purtroppo all’altezza del Tomassini oratore. E questo ci dispiace perché nella lettura del racconto, pervaso da umorismo e ironia, spesso si resta incagliati in una serie di costrutti in parte involuti.
Tutto ciò premesso, Blustinti ha due meriti : da una lato è una delle poche interessanti testimonianze delle esperienze e delle vicissitudini di un ragazzo appassionato di rock e facente parte di uno dei tanti gruppi musicali dilettanti che popolano il sottobosco metropolitano. Dall’altro, lo sguardo sarcastico su luoghi, miti, riti e tipizzazioni della generazione dei 20-30enni nella Milano degli anni Novanta è brillante e genuina.
L’assoluta indipendenza da qualsiasi aspetto economico e contrattuale – l’autore ha pubblicato il libro a spese proprie – rendono il testo ancora più apprezzabile, soprattutto nei tempi bui che stiamo vivendo dove la libertà di pensiero coincide con l’omologazione.
Se Tomassini fosse supportato da un buon editing e da un adeguato lettering, potrebbe essere una sorta di Nick Hornby meneghino: per la finezza dello sguardo e la sempre presente ironia gli si perdona una certa debolezza espositiva. D’altronde, quando il nostro si lascia andare nelle sue amare considerazioni - una per tutte quella sull’amicizia a pagina 91 del racconto (“ ...i rami secchi...”) - come non desiderare di ritrovarsi con lui ad approfondire il tema davanti a un generoso boccale di birra ?
Auguriamo all’autore di avere la possibilità di fare una seconda edizione riveduta e corretta in modo da meglio apprezzarne il pensiero.

© Marco Ferrari 2002 - per gentile concessione dell'autore

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