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abbiamo inaugurato la sezione interviste di bloc notes. Dopo i C.O.D.e i Julie's Haircut questo mese é la volta di Ignis Fatuus e di Sophie Zelmani

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 sophie zelmani- time to kill
Time to kill rappresenta uno degli album più incontaminati da mode e soprattutto é un lavoro estremamente importante. Si respira aria di fumosi whiskey bar texani piuttosto che le fredde lande nordiche, confessioni raccontate con uno stile puro ed una voce cristallina puntellate da chitarre acustiche e pianoforti tenui. Time to kill arriva a quattro anni di distanza dal debutto. E in un 'era dove le tecnologie pi disparate si sono impadronite della musica, la Zelmani pare voglia rifarsi ai dischi del passato, quelli che venivano incisi in diretta in due o tre o settimane senza pensare ad una promozione video. Questa cantautrice é caduta nel mondo del pop come Alice nel Paese delle Meraviglie: aveva scritto solo poche canzoni e passeggiava per il sobborgo di Stoccolma dove viveva sognando di ascoltarle su un disco. Spedì un nastro alla Sony e....Tombola! Le presentarono il chitarrista Lars Halapi e ne nacque una Santa Alleanza. Carattere chiuso di persona ma abbastanza eloquente nei suoi albums, canzoni dove scorrono veri fiumi di parole. L'album Sophie Zelmani con le sue melodie così particolari entrò nel cuore di tutti: mentro il resto del mondo pop produceva musica sempre pi ritmata ostentando dissonanze sempre crescenti, Sophie accarezzava le corde della chitarra con tocco leggero. Canzoni incise appunto quasi in diretta così come vengono senza particolari studi di arrangiamenti o tecniche pirotecniche, le emozioni vanno catturate al momento in cui nascono e quindi per Sophie studiare arrangiamenti equivalerebbe a smorzare e rendere fredde le emozioni provate al momento del concepimento delle songs. Canzoni che si liberano in volo e restano sospese nella loro delicata bellezza. Time to kill é però una svolta musicale determinata sia dall'esigenza di condividere con altri le proprie esperienze musicali, sia dal desiderio di una musica più distillata.
 brian auger & julie tippetts ENCORE 37'09" (one Way Records)
Un'ossessione che mi ha perseguitato per anni e che finalmente é stata cancellata: la ristampa su Cd da parte della One Way Records di quasi tutto il catalogo di Brian Auger, geniale tastierista dal tocco unico, troppo spesso relegato in un ambito per puristi jazz, e invece capace d'invadere territori nuovi e caratteristici. Fra tutte le sue opere, un gioiello che luccica ancora adesso di luce propria rimane questo CAPOLAVORO inciso nel 1978 insieme alla grandissimaJulie Tippets, conosciuta in passato come Julie Driscoll, con un'ugola capace di vorticare alta nel cielo, e intraprendere sentieri a spirale fatti di arte propria. Non servono aggettivi mirabolanti ed effettistici per descrivere questa musica. Solo uno: bellissima! No time to leave dei Traffic, versione unica da brivido, fascinosa e soffusa dove la Tippets interpreta in modo distaccato eppure cosi' intenso, come una statua di cera troppo vicino al sole, piano piano non c'e' più niente solo l'essenza, e così avviene per questo pezzo, tra l'altro arricchito da una splendida chitarra di George During e dalle innevate tastiere di Brian, polpastrelli che sciolgono i tasti di neve del suo organo Hammond. Neve e cera, purezza bianca! Al termine del pezzo, viene voglia di riascoltarlo e all'infinito, tanto leggiadra é la dimensione in cui siamo stati immersi. Auger & Tippets, alieni Bonnye & Clyde di un'altra galassia, stranieri nella loro terra natia. Don't Let Me Be Misunderstood spogliata, resa scarna, un mezzo per sottolineare l'immensita' vocale di Julie. Future Pilot, brano originale scritto da Brian Auger, insegue la musica nera, anche se l'organo e' puramente jazzy-style, e Julie interpreta con la forza di una Nina Simone bianca. Non poteva mancare un pezzo di Jack Bruce, anche lui parente stretto del jazz inglese, basti ricordare la band che formo' con Carla Bley, e di cui non ci sono testimonianze discografiche: il pezzo e' Rope Ladder to the Moon. Ma c'é anche spazio per un Milton Nascimento in Nothing Will Be as it Was unico pezzo cantato da Brian, meravigliosa canzone. Ma i discografici ormai non rischiano più e dischi come questo sono una meteora nell'Universo; non sarà arte, ma é senz'altro un disco in cui la voglia di fare buona musica esce da ogni solco. E Julie reinterpreta anche pezzi di Al Jarreau, un altro grande scomparso dalle scene. Meno male che esistono discografici come quelli della One Way Records, intelligentissima etichetta che trasforma i nostri antichi sogni ossessivi, in reali oasi. Nelle oasi sono frequenti i miraggi, peccato che quello che ho rivissuto oggi difficilmente si materializzerà di nuovo.
 anno zero WELCOME TO ANNO ZERO 28'23" (Anno Zero)
Apocalissi napoletana é quella che descrive l'interessante gruppo partenopeo Anno Zero, che in dialetto e che con una musica suburbana, ma ricca di arrangiamenti moderni, snocciola le sue storie in un rock dalla forte inclinazione hip-hop nichilista e dark. Welcome to Anno Zero é un mini-cd talvolta ambiguo che ci spiazza, presentando a volte situazioni strumentali e vocali assai diverse tra loro. Il gruppo privilegia suoni futuristici caratterizzati da sintetizzatori furiosi che positivamente danno al lavoro un risultato mai annoiante e stereotipato. Ciascuno dei brani ha una sua particolarità come l'iniziale N'ata jurnata, storia di una giornata comune descritta con un atmosfera killraveniana, con voci e jingles provenienti da una radio sopravvissuta all'avvento della Grande Tenebra. Fuje é un dilaniante rap, pulsante fino all'intermezzo melodico contraddistinto da cori curati. Basta! é più standardizzata e non lascia intravedere l'originalità di questo gruppo. Luce (l'unica con alcune parti in Italiano) é un bel momento lirico, vicino alle cose dei Tiromancino, una canzone che andrebbe diffusa in scala più larga, per permettere agli Anno Zero di produrre un nuovo intero cd che dipani la matassa, ancora ingrovigliata, ma lucente.
 wedemeyer, hayes,and tarczy WHAT 36'11" (Sae)
 Un cd che segue la linea della rivisitazione blues, sulla scia di Johnny Winter, Rick Derringer, Pat Travers e quindi lontano da tutto ciò che oggi le nuove bands pubblicano. Una pubblicazione interessantissima, una band al suo esordio guidata dal grandissimo chitarrista John Wedemeyer della band di Charlie Musselwhite e anche di quella della grande Becki Di Gregorio, accompagnato da Randy Hayes alla batteria e da Endre Et Tarczy al basso. Alla produzione dirige Lyle Workman, ex Bourgeois Tagg e collaboratore di Jellyfish, Todd Rundgren e Franck Black, oltreché autore di due splendidi albums solisti, di cui l'ultimo é Tabula Rasa appena pubblicato. Tutti i brani sono classici blues, ma c'é anche spazio per due brani composti da Tarczy. Black Cat Moan di Don Nix é davvero molto bella, dove la robustezza della linea rock lascia intravedere degli arrangiamenti tenui dove la chitarra sorprende con i suoi difficili giri armonici, e senza accorgersene si passa dal blues al rock come un normale stadio, dall'embrione alla nascita della musica del diavolo.
In I'll put the trigger di Gravenites, quelli che potrebbero essere difetti del blues e cioé una certa ripetitività e freddeza, vengono qui smussati anche grazie ai cori abbastanza coinvolgenti dei tre, e Lyle ne sa qualcosa di armonie vocali. Blues, rock e Mersey beat. Ma é bellissimo anche il brano originale Sympathy, spruzzato qua e là da reggae bianco e con la chitarra che pulsa note di una bellezza lunare. Davvero un cd notevole.
 thanatos SUPPLIZI MUSICALI 75'25" (Radio Luxor)
 L'atmosfera é quella del dark-gotico tinto di new wave eseguito in modo molto povero. Strumentazione scarsa e brani scritti distrattamente. Nell'insieme il disco, a dire la verità, lascia un pò a desiderare, e i Thanatos dimostrano in pieno di essere un gruppo alle prime armi . Immagini rurali e la solita simbologia gotica, pochi i contenuti interessanti. Troppo lungo questo cd e alla fine noioso. Una luce appare però in Nothing change rock v, con una bella intro disturbata dal modo di cantare di Josef S., troppo monocorde in tutte le tracce. Loro sono italiani di Modena e sono insieme dal lontano 1986, sebbene la formazione abbia cambiato line-up più volte. Carnefice é una canzone elettrica dominata dalla chitarra ed urlata a squarciagola. Stato 1 in apertura é forse il pezzo più emozionante della raccolta, il resto invece é sottotono. I Thanatos hanno comunque preso parte ad antologie che vedevano la partecipazione di gruppi famosi della scena gotica come Lacrimosa, Garden of Delight, Suspiria.

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