voi siete qui: drive index > musica > bloc notes > bloc notes: indice > febbraio 2005



Eibon Records



visita l'indice della rubrica per consultare le recensioni e gli articoli finora pubblicati

la sezione interviste di bloc notes: Gianluca Lo Presti, One Dimensional Man, Devics e Black Heart Procession

disco del mese



Dave Alvin: Ashgrove

menu musica
ATTENZIONE: Invitiamo i gruppi che hanno demo o CD da proporre all'ascolto di inviarli all'attenzione di Lino Terlati. L'indirizzo è Lino Terlati Casella Postale 192 Savona Centro 17100 Savona - Italy, quello di e-mail: literla@tin.it

Mariposa - DOMINO DORELLI 46’16” (Santeria)
Uno dei più bei dischi italiani usciti nel 2003. Seguendo un filo che mi ricorda gli Stormy Six più indiavolati, i Mariposa riescono a non annoiare nemmeno per un minuto in questo Domino Dorelli che fonde, folk, psychedelia, musica da circo e Paolo Conte.
Non c’è sosta, si procede ad ascoltarlo tutto in un fiato e ogni volta emergono nuove sfumature, le voci così curate e le atmosfere che potrebbero essere racchiuse in un nuovo film di Kusturica. I Mariposa giocano molto anche sulla carta live: il loro concerto diventa spettacolo teatrale, dove il folk, il bluegrass, la danza, l’elettronica e i ritmi vengono presentati come una sorta di parata ludica, dove si mescolano scherzo e ironia al servizio di un'eccellente qualità. L'universo sonoro dei Mariposa è un bazaar dove si trovano gli oggetti più inusuali, dove da un carillon arrugginito è possibile ancora tirare fuori suoni ballerini. Ci avevano provato, anche se in modo diverso e con stile più jazz, i grandi Ella Guru, ma purtroppo riuscire a proporre in Italia un discorso del genere risulta essere una scelta complicata, anche se supportata da un coraggio notevole. Tra i brani voglio ricordare lo splendido Vamps di rumore, molto moderna con qualche esca per gli amanti del progressive anni ’70, che dimostra quanto i Mariposa siano anche ottimi strumentisti.
Guignol - SIRENE 19’07” (Toast)
La band lombarda dei Guignol propone un mini-lp dalle sonorità asciutte e, allo stesso tempo, incalzanti, delimitato da nervosi stacchi di chitarra elettrica che s’infrangono con la ritmica e la voce in un contesto di rock granitico e schizoide ultraterreno. Una miscela che è moderna , senza sperimentazioni, supportata da un buon songwriting. Tra le quattro tracce presenti voglio segnalare Romeo e Giulietta. ..verso il mare, la più innovativa nello stile, e Profondo blu.
La Toast di Torino ha fatto bene a dare fiducia ai Guignol, band promettente che non delude nemmeno dal vivo. Un blues bianco si affaccia tra le spire del cd, ma spesso è pura white wave che ha lasciato orme di Swell Maps o delle Bush Tetras nell’aria e che i ragazzi di Milano nel loro labirinto inseguono inconsciamente. Fabio Gallarati è il pianista e organista; in futuro i Guignol dovranno dare più spazio alle tastiere. qui usate con parsimonia. Per il resto...entusiasmanti.
Stefano Pais - “demo”
Una bella sorpresa è questo demo di Stefano Pais, un cantautore abbastanza tradizionale, ma dal gusto frizzante. Ha collaborato con un sacco di artisti ed è già da un po’ sulla scena ( ha pubblicato un cd, Il centro delle cose, purtroppo passato inosservato).
Dicevamo cantautore, sì, ma con uno sguardo ad arrangiamenti pieni e carichi dal punto di vista strumentale, tra l’altro eseguiti in modo sopraffino. Musica leggera coniugata alla ricerca e alla stuzzicante novità.
Forse questo uscire dagli schemi tradizionali ha causato qualche problema a Stefano. Lui è tastierista e chitarrista ma soprattutto cantante poliedrico dal timbro vivace, ama la sperimentazione e le collaborazioni con altri giovani cantanti. Le canzoni sono davvero gioiellini elettrico-sintetizzati che guardano soprattutto a Battiato ( di cui ripropone Cuccuruccucù) come nel caso di Pistacchio e smog, con le trombette sintetizzate che danno quell’aria festosa e circense perduta in una favola metropolitana. E le chitarre sono amalgamate benissimo, mai disturbanti ma elemento portante della track e dell’intero cd, ora morbide, poi acustiche, poi usate per piccoli fraseggi. Tutto è accattivante e simpatico, anche i testi. Non ci sta ingurgita qualche spora new –wave anni Ottanta e Garbo ci sta proprio bene qui dentro; una ballata ipnotica notturna e allo stesso tempo solare. Il deserto che c’è in te è una canzone più mediterranea, alla Mango, forse la meno originale di tutto il demo.
La voglia va a prendere addirittura toni da parata e banda di paese, ma è solo un respiro, poi arriva una dance futurista con una tiritera allucinata. E Spiagge libere è un altro grande pezzo, fra i migliori, capace di evocare il clima estivo con i suoni e la voce, e un attimo di riflessione verso la fine; un ipotetico ottimo 45giri.
The Groovers - DO YOU REMEMBER THE WORKING CLASS? 30’12” (Fandango Rec.)
Non proprio novellini, i Groovers ci regalano questo mini-cd dopo ben quattro cd. In poco più di mezz’ora il gruppoci presenta ben otto brani scarni, minimalisti, ma caratterizzati da una profondità terrena che sorvola fino alle terre americane. In More than this jobil rock si accende quasi ad imitare l’Iggy Pop di Funtime. Altre volte la citazione è d’obbligo (il Lou Reed di Walk on the wild side in I’m a free man). Sono talmente dirette le canzoni che a volte sembrano provini con qualità di registrazione spartane, ma sempre deliziosi. Where my daddy is? è una ballata rock eterna, senza fronzoli. Something Burnin’ è stupefacente e accende più di un cuore con le sue tastiere scivolose e gelatinose. Appaiono e scompaiono e pagano un po’ il tributo a Robbie Robertson. Non c’è modernità o avanguardia nei loro arrangiamenti: questo potrebbe benissimo essere un disco del 1972, ma di quelli che hanno nel loro DNA una elevata dose di conservante. Bello anche il booklet interno, dove compaiono tutte le liriche e i credits. E i testi sono bellissimi e coinvolgenti , fanno riflettere e pensare , anche sognare e non poteva essere di meno essendo stati scritti da Evasio Muraro.
Attendo i Groovers con altre sicure certezze perché la maestria è racchiusa in questo non cervellotico cd. La loro meta ha qualcosa di affascinante perché il gruppo non punta alle charts, alla tv, alle mode, ma propone un rock assemblato guardando a idoli genuini e autentici della musica rock.
space cakes - IN A FORBIDDEN PLACE (Tortilla) 41'48"
cakesGli Space Cakes sono una giovane band di Mestre che propone un collegamento tra l'antichissimo sound garage piu' psychedelico e brani melodici più moderni sempre arricchiti da un bellissimo organo, talvolta Hammond, talora Farfisa, dall'ispirazione soul e rhytm 'n 'blues , suonato magnificamente dal bravo Matteo Bevilacqua. Davvero un'isola a parte nel panorama italiano, e d'italiano gli Space Cakes non hanno nulla. Atmosfere che ci riportano davvero ai tempi magici del beat in una Swingin London , sebbene la qualità d'incisione del disco e' davvero eccellente, e crea contrasto. Ma i risultati sono ottimi, come si puo' notare nella bella Loosing wonts dal suono arioso che ricorda vagamente gli Small Faces, anche se il brano migliore a mio avviso e' All these days, dove si capisce che le influenze maggiori vanno ricercate nei Traffic e nei Blue Magoos. Anche le impostazioni vocali e i cori hanno una parte da protagonisti ,cercando di stare dietro alle splendide tastiere. Vi sono anche alcuni brevi passaggi numerati I,II,III, registrati dal vivo.
La strumentale No pan piu' psychedelica di tutte le altre, crea uno stato di abbandono durante un happening inevitabile, contornato da luci e suoni stroboscopici. B/W Love con un mood da soundtrack per spy film, ha un incedere ipnotico e anche la chitarra elettrica con wah wah ha una bella parte, gli Space Cakes dimostrano di essere amanti dei telefilm tipo Mission Impossible, ma anche di fumetti tipo Jonathan Steele.
Tutte le altre canzoni si muovono parallelamente alle precedenti citate. Gli Space Cakes ,forse fra i meno conosciuti nell'area indipendente italiana, meritano di essere ascoltati e visti dal vivi, perche' inusuali, fedeli alla loro linea e alla loro passione, tra l'altro il loro cd ha una buona distribuzione.
LINO TERLATI - The real colour of eternal living (ALT Music)
E dopo tanti artisti che vi ho proposto, ora voglio parlare di un piccolo artista che ha inciso solo tre 45 giri, e poi smise perche' deluso dell'industria discografica italiana. Il suo primo parto fu The real colour of eternal living un mantra elettronico,un'odissea sulla ricerca della felicita', molto interessante. Critiche positive in Germania e in America. In Italia? Meglio lasciar perdere. L'autore si rifiuto' di darlo come promozione ai vari giornali. Molto sensato. Al disco partecipo' come tastierista l'artista d'avanguaradia Deca, autore di quattro bellissimi lavori onirici devastanti. Un concerto allo stadio di Savona, molto acclamato e in un club, l'Obscure di Savona, dove si assistevano a veri riti: cover di Brian Eno, di Todd Rundgren, dei Grand Funk Railroad, di Renato Zero, di Laurie Anderson, insieme a pezzi originali come "Asylum in the box", "Stop this world" "I wanna see" "Only an esteemed nomad". Secondo figlio la cover di "Time heals" di Todd Rundgren, pubblicata anche in America dalla Third Lock Records e apparsa nello splendido tributo "Still there's more" rimasterizzata. Comunque una beceria, anni luce sotto all'originale. Flax, questo il nome dell'artista, disse che non trovo' un chitarrista capace di eguagliare Todd e cosi' preferi' inserire delle tastiere, ma l'atmosfera disco lo convinse poco, il ritornello finale dove avere due strofe, ma Flax lascio' la sala di registrazione lasciando i musicisti con un palmo di naso.
Terzo ed ultimo evento la nascita di "Escape from myself" . Questo pezzo doveva far parte del primo Cd "Diomon", con copertina disegnata dall'Americano James Lyle. Gli fu proposto di togliere le parole e trattarla piu' elettronica, ma a a parte i razzi iniziali, tutto e' scandito da un organo Hammond e un pianoforte. Bellissimo pezzo dalle sonorita' che si disperdono in un punto oscuro, i suoni al posto di parole. Inciso in un bellissimo studio sopra al mare con il traffico portuale che piano piano si nascondeva al tramonto.
L'album "Diomon" non usci' mai perche' Flax l'avevo idealizzato solo con un'organo Farfisa, una chitarra elettrica, un basso, una batteria.
L'etichetta voleva continuare con l'elettronica. No disse , non m'interessa. E cosi' e' rimasto fino adesso. Si dice in giro che Flax, di recente, e' stato visto a Firenze in compagnia dei Mirabilia, e alcuni dicono che, finalmente, tornera' a cantare con la sua inusuale voce e che ascolteremo nuovamente le sue liriche nere. Chissa'! Io non ci credo...
LIBRI: Fabrizio Colamartino e Marco Dalla Gassa - IL CINEMA DI ZHANG YIMOU Le Mani Editore
yimouFinalmente un lavoro su uno dei più grandi registi mondiali: il cinese Zhang Yimou che da anni ci incanta con i suoi meravigliosi lungometraggi. Da quando in Italia fu distribuito il capolavoro Lanterne Rosse, il regista della Quinta Generazione Cinese ha incontrato molti favori da parte di critica e pubblico, mai delusi dalle sue incantate e vere storie che da uno spunto ordinario ci regalano magia e riflessione e fascino lontano.
Colamartino e Dalla Gassa analizzano sapientemente e con occhio critico tutto l’enorme lavoro fatto da Yimou da Sorgo Rosso fino a Hero, non escludendo l’unico film non pubblicato in Italia, Operazione Puma, che speriamo di vedere presto.
Oltre alla storia di Yimou si parla anche dei nuovi registi cinesi che sono capaci di fondere il mezzo di intrattenimento con forte denuncia politica, e questa verità velata è anche l’elemento comune di alcuni film di Yimou come Hero, Vivere, La triade di Shangai e La Locanda della Felicità. Ma anche riflessioni di storia su un paese di cui conosciamo poco le vicende antiche.
Zhang Yimou ha tratto le sue sceneggiature da tanti romanzi cinesi, ma lui non ha mai trasposto fedelmente i romanzi, infatti le Lanterne che diventano l’oggetto principale del film Lanterne Rosse nel romanzo Mogli e concubine di Su Tong, non sono nemmeno presenti; questo modo di fare cinema contaminando elementi originali con una propria visione e creatività genera un perfetto equilibrio di cui pochi cineasti sono capaci.
Altro bellissimo film è l’esordio Sorgo Rosso dove il colore ha la stessa importanza che gli ha dato Kurosawa nel suo Dreams e che Zhang in Hero utilizzerà ancora in modo più massiccio e corposo.
Ju-Dou è uno dei films più cupi di Yimou dove la tragedia e la drammaticità non lasciano spazio a pennellate di ironia. Colamartino e Dalla Gassa attraverso questo bellissimo saggio ci fanno capire come già attraverso il debutto Sorgo Rosso, Yimou abbia gettato le basi di tutto il suo futuro cinema poetico e sociale, teatro di drammi, folklore e amore. E non bisogna dimenticare La storia di Qiu-Ju grande esempio di neo-realismo, una vicenda che è l’opposto di Lanterne Rosse, ma unita da un sottile filo magico che è il raccordo anulare di tutte le opere di Yimou comprese le recenti opere wuxia come Hero e La foresta dei pugnali volanti, appena uscito in Italia.



webmasters: stefano marzorati e grazia paternuosto | drive stefano marzorati 1999-2005 | a True Romance Production