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BANDE DESSINEE E FUMETTO ITALIANO di Paolo Ferrara

Ci fu un boom negli anni ottanta, quando in Italia andava ancora il concetto di rivista e molte cose nel mondo del fumetti erano ai primordi. Nell’aria si respirava entusiasmo ed energia. Case editrici come Il Grifo, Pilot, Glenat Italia moltiplicavano le proposte e persino una libreria/distributore (Alessandro Distribuzioni, il primo in Italia) decise di entrare in campo come editore e dire la sua. Non c’è che dire, il fumetto francese in Italia viveva una sua piccola epoca d’oro. Poi cominciarono le prime avvisaglie di crisi. Una ad una le riviste morirono e chiusero, seguite a ruota da alcune case editrici. Esclusa qualche storica eccezione come Comic Art, l’Eura e appunto Alessandro Editore, il fumetto francese in Italia per anni sembrava scomparso, relegato a una nicchia nella nicchia. Ma nel corso degli anni, mentre dilaga la fantomatica crisi, le librerie di fumetto si diffondono, e con esse una forma del fumetto, il volume che tanto si avvicina alla concezione francese. Fino a che, in questi ultimi anni, pian piano, con calma, il fumetto francese ha ricominciato a far sentire al sua voce. Prima qualche apparizione qua e là, come a sondare il terreno. Poi le apparizioni si sono fatte sempre più numerose, sempre da più direzioni. E proprio mentre la crisi ammazzava un’altra delle case storiche (Comic Art) il fumetto francese esplode roboante.

In questo momento quasi tutte le case editrici di fumetto italiane offrono tra il loro parco testate titoli provenienti dal mercato dei nostri cugini d’oltralpe. Perfino Marvel Italia (ora Panini Comics) e Magic Press, per anni orientate soprattutto sulle grandi major americane. Magic Press, in particolare, portando avanti molti dei progetti della piccola Phoenix di Bologna, che proprio nel suo canto del cigno aveva lanciato una serie di splendidi titoli dalla patria della Tour Eiffel. Il mercato ha visto persino nascere una casa editrice orientata esclusivamente su questo mercato, la BD, Bande Dessineè, mentre le proposte continuano a moltiplicarsi di mese in mese. Punto Zero, la mamma italiana di Will Eisner, lancerà a breve una serie francese, mentre Edizioni Di, casa editrice piuttosto giovane e divisa tra grandi del fumetto italiano (Pazienza, Battaglia, Toppi, per citare tre nomignoli a caso) e appunto grandi francesi, sta per lanciare un valanga di titoli trasformandosi nel nuovo Grifo (letteralmente parlando!). Ci troviamo davanti alle avvisaglie di una nuova moda? La mia impressione stranamente non è questa. L’improvvisa rinascita dell’interesse per il fumetto dei nostri cugini non ha esattamente il sapore di una moda. Faccio una piccola e banale considerazione. La crisi del fumetto in Italia esiste, ne ho già parlato. Cosa succede in un settore come quello di vignette e nuvole quando entra in un gioco una crisi? La prima cosa è la più ovvia: una scrematura. È una legge di natura, sopravvivono solo i più forti. Che nel nostro caso può significare solo due cose: chi ha più soldi e chi offre più qualità. I lettori si riducono di numero, e in questa ridotta condizione si moltiplicano quelli più attenti, i palati più fini, i veri appassionati. Piccolo inciso: tutto il discorso esclude però il fumetto giapponese, che si comporta in tutt’altro modo, vive una vita propria. La cosa incredibile è che il successo dei manga fatica a trascinare con se anche il resto del fumetto. Al solito una domanda: la colpa è solo di una presunta cecità dei lettori? Avete mai visto, per esempio, pubblicizzato un fumetto italiano o francese (escludendo materiale della Kappa Edizioni, dato che i Kappa gestiscono il materiale giapponese di Star Comics a cui spesso i loro prodotti si accostano in uno strano circolo vizioso) su di un manga? Meditate gente, meditate…
Comunque, dicevamo che i lettori sopravvissuti sono spesso e volentieri più esigenti. Di conseguenza l’offerta ha alzato il suo livello qualitativo (cosa di cui facilmente vi renderete conto gironzolando per una qualunque libreria di fumetto dando un occhiata ai prodotti in volume: la qualità ormai viaggia sul medio-alto costante). Non è difficile fare due più due. Il mercato francese è particolare: la Francia è probabilmente il paese che concede al fumetto più dignità di ogni altro. In Francia i fumetti li leggono e li considerano per quello che sono: una forma d’arte che, come ogni altra (pensate al più consumisticamente diffuso, il cinema) può offrire dal capolavoro alla schifezza, dal prodotto artistico, al prodotto popolare, senza che l’esistenza di un certo tipo di prodotto sminuisca di tutta la categoria. Parliamoci chiaro, non è solo un eden idilliaco. Anche in Francia il fumetto sta attraversando una crisi, ma almeno lì non deve lottare costantemente per essere semplicemente preso in considerazione. Il fumetto riceve il tipo di rispetto che merita e gli autori sono considerati tali, non nulla facenti senza voglia di lavorare come può capitare qui in Italia. Il fumetto franco-belga (perché la tradizione non nasce in Francia ma bensì in Belgio, con Tin-Tin e il concetto della ligne claire, la linea chiara) è un prodotto di livello alto, la cui produzione è quasi esclusivamente in volume. La confezione di un volume consta, dalla scrittura al disegno, di un anno di lavoro. Le serie francesi vanno avanti solitamente con una cadenza di un volume (quindi un epidsodio, che spesso viene gestito in maniere da essere perlomeno autoconclusivo) all’anno. Capite che comunque, a prescindere dall’apprezzamento o meno che una nazione può offrire ad una forma d’arte, tempi così lunghi permettono una discreta impennata del livello complessivo. A questo punto, per legge matematica, se il pubblico è diminuito e si è fatto più esigente e il materiale franco-belga offre una qualità medio alta, ergo è normale che il poco pubblico esigente si avvicini al fumetto franco-belga.
Ovviamente queste sono tutte considerazioni general-personali, sta di fatto che questo nuovo boom del fumetto francese lascia davvero (piacevolmente) sorpresi.
Vi voglio dire un’ultima cosa: è ovvio che tutte le conseguenze di cui sopra, ovvero un numero limitato di pubblico e edizioni più “pregiate” (in più accezioni possibili) portano a volumi quasi sempre (ma ci sono le mosche bianche come l’economicissima serie dell’Eura editoriale, Euramaster Tuttocolore, economica e di qualità) piuttosto costosi e con non tantissime pagine. A questo punto non vi resta che chiedervi: preferisco la qualità o la quantità? Preferisco tre-quattro caffè in una rancida macchinetta a gettoni o un ottimo caffè di moka? A ognuno le sue scelte ed è giusto che ognuno spenda i propri soldi come preferisce. A me piace emozionarmi, a voi?

© 2001 Paolo Ferrara - per gentile concessione dell'autore

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