BADFINGER
Line-up dei Badfinger tra il 1970 e il 1974:
Joey Molland: chitarra, voce
Tom Evans: Basso, Voce
Mike Gibbins: batteria, tastiere, Voce
Pete Ham: chitarra, Piano, Voce
Line-up dei Badfinger
nel 1975:
Pete Ham: chitarra, Synth, Voce
Tom Evans: Basso, Voce
Bob Jackson: Piano, Organo, Synth, Voce
Mike Gibbins: batteria, chitarra, Voce
Discografia:
1970 Magic Christian Music (Capitol)
1970 No Dice (Capitol)
1971 Straight Up (Capitol)
1973 Ass (Apple)
1974 Badfinger Warner
1974 Wish You Were Here (Warner)
1979 Airwaves (Elektra)
1981 Say No More (Real Music)
1996 Ass [Bonus Track] (Apple)
1989 Shine On
1989 The Best of Badfinger, Vol. 2 (Rhino)
1990 Day After Day: Live (Rykodisc)
1994 Over You (Final Trax)
1995 Come and Get It: The Best of Badfinger (Apple)
1997 The Best of Badfinger (Prime Cuts)
1997 Badfinger (Eclipse Music)
1997 BBC in Concert 1972-1973 [live] (Strange Fruit)
2000 The Very Best of Badfinger (Capitol)
2000 Head First (Artisan/Snappe)
2000 Head First (Import Bonus Track)
Il sito ufficiale
di Joey Molland
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BADFINGER: L'IMPIETOSO ROVESCIO
DELLA MEDAGLIA
I Badfinger, complesso nato sotto l'aura protettiva
dei Beatles, intorno al 1968, (e quindi in
periodo di totale sfacelo intra-personale-artistico per quel
che concerneva i Fab Four), per un buon quinquiennio sono stati
sinonimo di grandezza compositiva, trattandosi essi di felice
combo capace di riunire almeno un paio di straordinari talenti
melodici, in perfetto "Beatles-fashion", caratterizzati
da una attenzione spasmodica verso il concetto di melodia nonche'
irresistibili hooks dalla perfetta suggestione e carichi di
pathos emotivo, quando non struggente o straziante.
Quartetto dedito prevalentemente alla creazione di sontuose
ballate, non a caso riecheggianti stilemi dei loro "mentori",
si dimostravano anche validi e convincenti propositori di occasionali
(sebbene assai accattivanti) sferzate rockistiche degne del
piu' acido Lennon o del piu' "ruggente" McCartney.
Il fulcro ed epicentro compositivo era costituito da Pete
Ham e da Tom Evans (quest'ultimo straordinariamente
somigliante a Paul McCartney...),
due eccellenti songwriters (in particolare il primo)
ma allo stesso tempo personalita' funestate da problemi inter-personali
che ne avrebbero condizionato l'intera carriera artistica (profondo,
acuto malessere esistenziale culminato tragicamente con il suicidio
prima di HAM, nel 1975, poi di Evans, nel 1983), andando cosi'
a delineare l'impietoso rovescio di una medaglia che sembrava
destinata a splendere per i molti anni a venire.
Molto probabilmente, un buon 90% degli ascoltatori di pop odierno
si chiedera' chi fossero costoro, da dove mai il sottoscritto
li abbia tirati fuori, o magari qualcuno si convincera' semplicemente
del fatto che non siano mai esistiti (o
peggio, che il qui presente Tasselli li abbia inventati di sana
pianta).
Nulla di tutto cio'! I Badfinger sono esistiti,
eccome!, e in un periodo compreso tra il 1968 e il 1975, seppur
a sprazzi e piuttosto discontinuamente, essi hanno espresso
tra le piu' felici e struggenti pagine del pop-melodico dei
primi anni '70. Un po' come per i Moby
Grape, per i Badfinger potrebbe valere
il titolo di "grande promessa mancata", meglio, di
"grande promessa tragicamente stroncata" da un destino
avverso come in pochissimi altri casi
nella Storia del Rock. Certo non capitava tutti i giorni che
un gruppo di giovani musicisti, nell'ambito di un momento assai
cruciale ed oscillante, "caldo" e tumultuoso come
quello dei tardi anni '60, potessero godere dell'assoluto privilegio
di cooperare con ognuno dei quattro storici scarafaggi. i Badfinger
parteciparono infatti alle registrazioni del primo album solista
di George Harrison, nonche' funsero da musicisti di supporto
durante la prima edizione della Plastic Ono Band di John Lennon;
in seguito avrebbero fatto parte anche di alcune incisioni negli
album solisti di Ringo Starr. Infine, a chiudere il cerchio
sara' virtualmente proprio il principale, indiscusso mentore
e ispiratore dell'emergente e talentuoso complesso,
Paul McCartney, il quale comporra' per loro il primo
TOP-TEN, dal titolo Come and Get It, edito
nel 1968. Ma il "dito cattivo" avrebbe in seguito
rivelato stile e velleita' propri, e, seppur mai brillando di
estrema originalita', avrebbe imposto la sua indiscutibile,
elevatissima propensione-pop-centrica grazie ad un promettentissimo
autore come Pete Ham, in grado, costui, sia
di estrarre dal proprio cilindro pounding rockers,
cosi' come, con altrettanto, disinvolto aplomb, delicate, note-perfect
ballads, costruite su bozzetti ricalcanti ossessivamente,
quasi, la fragilita' interiore di un autore in perenne bilico
tra potenziale ultimo giorno vissuto e conseguente rinascita,
riuscendo miracolosamente a colmare "gaps" affettivi
nella piu' parte dei casi insopportabili
ed indicanti una decadenza dalla quale pare impossibile sottrarsi.
Fino ad una amara, tragica rassegnazione.
No Dice (uscito nel tardo 1970) risultera'
essere il primo dei due capolavori dei Badfinger,
eccitante, talvolta strappa-lacrime concentrato di struggente,
lancinante poesia in musica, dominato dal song-writing di Ham,
che eccelle in rockers quali I Can't Take It,
il brano di apertura e No Matter What, che
si rivelera' singolo dal discreto successo; ma la vera perla
sara' costituita da Midnight Caller, che sembra
ricalcare, con immenso pathos e tatto interpretativo, Eleanor
Rigby di McCartney, sommo spaccato di solitudine e glaciale
indifferenza da parte di una Societa' eccessivamente consumistica
e incapace, del tutto, di saper ascoltare. Midnight
Caller e' un superbo canto alla decadenza piu' umana
immaginabile, protagonista una ex prostituta stanca e sola di
lottare contro il mondo, incapace di riscattare la propria condizione
di cronica solitudine. Una canzone del tutto priva di auto-compiacimenti
o auto-commiserazione. Ricorda moltissimo Father McKenzie e
il suo sermone che nessuno avrebbe mai ascoltato, personaggio
centrale in Eleanor Rigby, metafora di una
ingombrante, schiavizzante solitudine che sembra non presagire
altra soluzione che l'obbligo ad abbandonarsi a se stessi, diretti
verso il Vuoto piu' assoluto, annullando ogni stimolo e passione.
Altro highlight di spicco e' Believe Me,
francamente una "sconcertante" reminiscenza (per non
dire plagio) di Oh Darling, presente nel capolavoro crepuscolare
beatlesiano Abbey Road. Evidentemente McCartney
ed Evans (l'autore dell'ehm.... brano) si erano messi sapientemente
d'accordo.....
A parte questo "leggero" inconveniente, la melodia
e' trascinante e suggestiva, e suggella un album costellato
da vette artistiche che raramente verranno scavalcate in futuro
dal gruppo nato sulla scia dei Beatles. E non posso certo dimenticare
la ballata per cui i Badfinger (e in particolare
Pete Ham) verranno consegnati all'immortalita'
artistica: quella Without You coverizzata decine
di volte da artisti differenti, fra cui Harry Nilsson (che regalera'
al pubblico di mezzo mondo la versione piu' famosa e convincente)
o vocalists del calibro di Maria Carey, nel corso dei
primi anni '90 (sebbene, e questo va rigorosissimamente menzionato
dal sottoscritto, l'originale batte tutte le versioni esistenti
per magnetismo e fascino, per merito di un arrangiamento scarno
e tagliente, sommo esemplare di "power-ballad"). Segue
Straight Up, altro caposaldo "badfingeriano",
edito nel dicembre 1971, album decisamente piu' multiforme e
poliedrico, dove alla leadership compositiva di
Ham viene felicemente contrapposta l'abilita' in fase
melodica di Tom Evans e Joey Molland,
anch'essi capaci di sfornare credibili hooks, portando
la band a un inaspettato equilibrio in sede creativa.
Name Of the Game e Take It All sono
la definitiva dimostrazione che Pete Ham e'
un first-class songwriter, in grado, a tratti, di tenere
il confronto con il mostro sacro McCartney (e direi che non
e' poco, vi pare?...); le due ultime songs menzionate
sono rari esempi di "note-perfect-song-ballads" (di
cui, ovviamente, Ham era indiscusso maestro).
Ma anche i suoi compagni, come anticipato in precedenza, non
sono da meno: l'uno-due, spiazzante quanto perentorio di Money
e Flying (quasi concepite come una mini-suite
all'interno dell'album) e' "figlio diretto" dell'ancora
freschissimo (e influentissimo) Abbey Road beatlesiano, con
cadenze tipiche del miglior McCartney (d'altronde fu lui il
dominatore dell'ultima perla a nome Beatles); Molland eccelle
con Suitcase, sorta di pacata "on-the-road-track",
dalla ritmica coinvolgente e piacevolmente satura (una saturazione
comunque contenuta).
Infine, Day After Day e' quanto di piu' quintessenziale
il pop possa risultare al primo ascolto; porta la firma, of
course, di Pete Ham.
Il genio artistico di Ham e soci tocchera'
in questi due lost-classics del power-pop anni
'70 il suo acme ed insuperato vertice, sebbene nelle produzioni
successive non manchino zampate di first-class-music,
come ad esempio la zuccherosa, lacrimante Apple Of My Eye, contenuta
in Ass, edito nel 1973. Successivamente
i Badfinger, in fase nettamente calante, si
prodigheranno in un ultimo, disperato sforzo, nel tentativo
di catturare quel successo che da tempo era loro sfuggito, acuendo
i loro gia' dissoluti, sventrati ego, e conducendo il gruppo
(e relavite carriere dei solisti) verso un vicolo cieco senza
apparente via d'uscita (numerosi saranno i guai finanziari,
personali e giudiziari che perseguiteranno incessantemente il
gruppo inglese fino al loro inevitabile scioglimento).
L'ultimo acuto sara' rappresentato da Wish You Were
Here, del 1974. Poi il Nulla.
Pete Ham si suicidera', impiccandosi, il 23
Aprile del 1975 (4 giorni prima del suo 28° compleanno),
a seguito di continui problemi sia di ordine finanziario che
personali, mentre Evans"seguira'" le sue "gesta"
8 anni piu' tardi, anch'egli impiccandosi, il 19 Novembre 1983,
immediatamente dopo una violenta discussione telefonica avvenuta
con Molland.
Il motivo per cui i Badfinger si siano situati
nel profondo del mio cuore mi risulta ancora piuttosto oscuro;
evidentemente, tra le tante qualita' di questo sottovalutatissimo
e dimenticato complesso, risiede una certa dose di
impercettibile potere subliminale, coadiuvato da quell'inseparabile
senso di misticismo che accompagna tutte i tragici
capitoli finali di una band storica. Non so quanto "storici"
possano essere reputati Ham e Soci, comunque
e' innegabile che, pur non avendo cambiando il corso della Storia
del Rock, essi hanno espresso pagine di indimenticabile, e a
tratti, superbo power-pop, imponendosi come un combo
dotato di grande fascino e decadente stile, attraverso il quale
viene a diffondersi uno strambo ibrido mirabilmente caratterizzato
da una repentina e veloce scalata verso le vette piu' alte del
craftmanship britannico al quale, si sovrappone, idealmente
e fatalmente, un'altrettanto rapida discesa verso la follia,
follia che divorera', spietatamente, acidamente, le vite di
due giovanotti che avrebbero dovuto, ma non hanno potuto. ...
ma tutto cio' non importa. Importa invece che le note di intensa
decadenza e struggimento di Midnight Caller
risiederanno, e per l'eternita', nel punto piu' profondo della
mia anima.
E, statene certi, non e' affatto mia intenzione rimuoverla. |
© Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
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