BAD BOY, di Jim Thompson,
Einaudi Tascabili. Stile libero noir, 248 pagg. , £ 17.000
Il
nome di Jim Thompson è stato sempre associato,
a torto o a ragione, al genere noir, anche se a ben vedere,
i romanzi dell'autore non aderiscono scrupolosamente alle
regole del genere.
Questo aspetto della produzione dello scrittore statunitense
spicca con evidenza in questo Bad Boy, ottavo libro dell'autore
e prima parte di una trilogia autobiografica.
Thompson analizza con sarcasmo, ironia, cinismo e una certa
dose di autodisprezzo i primi venti anni della sua vita, e
il ritratto che ne risulta è allucinante, desolato
e - sembra una contraddizione ma è così - incredibilmente
divertente. Ancora più interessante è rilevare
il ritratto di un'America lontana anni luce dall'American
Dream, in particolare nella rappresentazione spietata del
lato oscuro e proletario dei "ruggenti" anni venti.
Le pagine del libro raccontano le avventure di un giovane
ribelle, condannato all'isolamento e che cerca di far apparire
questa condanna come una scelta personale, dotato di un talento
straordinario ma che nessuno è in grado di riconoscere,
non nella sonnolente e compiaciuta provincia americana del
profondo Sud (in particolare del Texas).
Alcolizzato precoce (ebbe il suo primo attacco di delirium
tremens a diciotto anni), Thompson vagabonda tra una scuola
che frequenta poco (perché la trova poco interessante,
anche se legge testi di filosofia prima dei quattordici anni)
e una serie di lavori che lo mettono in contatto con individui
appartenenti agli ambienti della malavita, personaggi a volte
disgustosi, altre volte semplicemente strani. Parlavamo del
tentativo - a nostro avviso non giustificabile - di etichettare
quest'opera come noir. In realtà, come giustamente
fa notare Pino Cacucci nella postfazione, ci troviamo
di fronte a un testo a metà tra un racconto picaresco
e uno stile che sembra anticipare Raymond Carver e la scuola
minimalista.
Probabilmente la definizione più corretta per l'autore
è semplicemente quella di scrittore realista: mentre
la letteratura mainstream statunitense dell'epoca si avviava
verso l'esperienza della Beat Generation negli anni '50 e
del postmoderno negli anni '60, Thompson si dedicava a scolpire,
nei suoi ventinove romanzi, un ritratto di sangue e di odio
della realtà americana, in tutto il suo squallore,
in tutto l'orrore della sua banalità e della sua violenza.
©
Adriano Barone 2001 - per gentile concessione dell'autore
|