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Un travet insoddisfatto e frustrato che abbraccia l'iperviolenza come fuga dalla realtà e mezzo di preparazione alla lotta contro l'Infelicità umana imposta dal sistema. Allucinazione diurna, sospesa, notturna; un'ombra fulgida calca le dimensioni dell'io per il placido delirio dell'inconoscibile e scandaglia una dissociazione scintillante nelle nebbie di una contemporaneità sbiadita: gioco simultaneo, forse inarrestabile, snodato nella piacevole alchimia dell'ineffabile: qui lo schizofrenico rifugio di un simbolismo archetipico si compone nel mosaico dei frammenti di una personalità ambivalente e brucia nel meteorico tentativo di varcare le soglie della gravitazionalità dello spirito. Il sentiero o la via è un contorcimento vibrante, esplosivo, deflagrante, è un'anima che si libera diffusa per oscurare se stessa nellaricerca ossessiva di se stessa. Non rileggere ora. Vola al " Fight Club", rileggi e poi dimentica il commento! (Giancarlo Cesi) Per pochi e non per tutti, di facile lettura superficiale, di difficile lettura profonda, Fight Club è un film elettrico, visionario e maledetto, che andrebbe sezionato e separato, per esaltarne le genialità e gettarne via le cadute di stile. Sarebbe stato un capolavoro se Fincher non si fosse lascato prendere la mano nella seconda parte, scivolando in un pericoloso compiacimento della violenza con pecche di forzato nichilismo, fino ad arrivare alla gratuita esibizione di saponette di grasso umano, che rimandano a ben altri e terrificanti ricordi. (Marco Ferrari) Il presidente di una società di videogiochi organizza tra i suoi omonimi una gara real/virtuale per designare il successore alla presidenza dell'azienda. Un inutile e insulso videoclip infarcito con vecchie gag da cabaret televisivo. Gli americani hanno detto che il pubblico cinematografico principale è costituito dai teenagers e che quindi è a quel target che deve indirizzarsi la maggior parte della produzione cinematografica. Il cinema italiano si sta adeguando a questa filosofia, cercando di superare gli americani in termini di minimalismo di contenuti. Può darsi che nel breve termine la scelta sia vincente al botteghino, ma se questo dovesse essere l'orientamento di fondo dei nostri produttori, vediamo un futuro (ammesso che possa essercene, di futuro!) molto buio per il cinema italiano. Si dice (invano) che il cinema per sopravvivere alla tv debba da questa differenziarsi sia come contenuti sia come impostazione strutturale. Con Tutti gli uomini del deficiente, non solo si crea un perfetto appiattimento del cinema al livello del mezzo televisivo (quindi l'esatto contrario di quanto predicato!), ma è addirittura quest'ultimo a trasferirsi sul grande schermo, usandolo come canale distributivo aggiuntivo per la spazzatura che quotidianamente viene gettata via tubo catodico nelle case degli italiani. Non ci soffermeremo nè sulla regia nè sulla recitazione degli attori perché tutti scolasticamente "inclassificabili". Una nota sola: nell'ambito della noia e banalità complessiva del film, si distinguevano dei momenti di particolare disagio nelle sequenze di Aldo, Giovanni e Giacomo, il cui talento comico (peraltro ampiamente riconosciuto dal pubblico) sinceramente ci sfugge. Ma tant'è. webmasters: stefano marzorati e grazia paternuosto | drive © stefano marzorati 1999-2004 | a true romance production |