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Recensioni: Archaia - "Archaia" (Soleil Zeuhl-1998)
di Giovanni Carta

Ascoltando questo disco viene quasi spontaneo chiedersi se più di vent'anni fa sia successo realmente qualcosa di strano ai musicisti di questo gruppo altrimenti non si potrebbe giustificare la produzione di un disco tanto singolare come "Archaia", unica opera pubblicata dall'omonima band. A parte gli scherzi, la leggenda vuole che durante un viaggio verso l'Inghilterra nel 1977, Perig Ar Braz (Pierrick Le Bras-chitarrista, tastierista e cantante) e Mickael Candasami Munter (Michel Munier-bassista) ebbero la visione di un'enorme massa volante, Archaia, la grande nave spaziale proveniente da chissà quale remota regione della galassia... beh, una storia tanto suggestiva purtroppo è altrettanto poco credibile, eppure una simile esperienza (???) ultraterrena ha perlomeno avuto la conseguenza di accendere quella scintilla creativa indispensabile per la creazione di opere di un certo rilievo. Il tempo di ritornare dall'Inghilterra ed ecco arrivare il cantante e percussionista Philippe Bersan: il tempo di registrare il disco nell'agosto del 1977 e la fantomatica navicella è pronta a decollare. Descrivere la musica di questo singolare gruppo è a dir poco arduo: Archaia effettivamente è un'opera dall'impatto evocativo ed esoterico notevole però, pur avendo ovviamente uno stretto legame con il movimento musicale zeuhl (Magma e affini), si muove ulteriormente oltre i confini del genere raggiungendo una dimensione in bilico fra un fosco espressionismo sonoro neoclassico e le più oscure tendenze tardo psichedeliche. Soleil Noir, primo brano del disco, si apre con un'incalzante ed ipnotico giro di basso per lasciare interdetto l'ascoltatore con una serie di orrorifiche contorsioni melodiche: oltre alla mancanza di una batteria vera e propria ed alla potenza del basso di Munier gli elementi più caratterizzanti sono le parti vocali di Le Bras e Bersan, una via di mezzo fra grugniti, a volte quasi incomprensibili, e canti apocalittici davvero poco rassicuranti; nella suite L'Arche des Mutations, costruita su una base di synth letteralmente raggelante e sviluppata su accelerazioni ad alto tasso lisergico, il potenziale ansiogeno del gruppo esplode in dieci minuti di musica disturbante e claustrofobica... si ha quasi l'impressione di ascoltare l'ideale colonna sonora di una delle migliori opere di H.P.Lovecraft! L'aspetto maggiormente freak e tribale degli Archaia è riscontrabile in Sur Les Traces Du Vieux Roy, un fosco brano space rock-ambient ispirato probabilmente dalle scorribande sonore dei Gong (circa periodo Angel's Egg-You) e da certe pulsazioni soniche alla Tangerine Dream, nell'orgiastica ed esotica danza robotica di Le Festin Du Lion Vert, nell'originale bossa-nova psichedelica del Vol du phenix. "La Roue" e "Massa Confusa" invece sono due brevi motivi strumentali di astrusa e grottesca sperimentazione: la prima si regge su un asfittico giro di synth mentre l'assolutamente terrorizzante Massa Confusa è la probabile rappresentazione in musica della nascita, magari all'interno di qualche misterioso laboratorio sotterraneo, di un'entità mostruosa ed ostile. Una menzione particolare va alle preziose bonus trancks introdotte nell'ottima ristampa dell'etichetta francese Soleil Zeuhl, due delle quali sono un estratto di un concerto tenuto a Parigi nel 1978; se la prima bonus track si mantiene grossomodo in linea con la produzione del disco d'esordio i due estratti live, Robots Dans Le Formol e Chthonos, lasciano intravedere le potenzialità della band frustrate da un prematuro scioglimento: con l'aggiunta del batterista Patrick Renard, sostituto di Bersan, gli Archaia sviluppano ulteriormente la propria musica inserendo elementi jazz-rock nella prima traccia bonus, mentre Chthonos è un impressionante esempio di hard rock psichedelico e dark reso memorabile dalle solite scorribande sonore di Pierrick Le Bras.

 
© Giovanni Carta 2002 - per gentile concessione dell'autore

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