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LA MORTE COME ALTO LIVELLO DI PROBABILITA':
JOHNNY ACE E LA ROULETTE RUSSA... (1954)
Johnny Ace, cantante e pianista, realizzò una fenomenale
catena di successi nei primi anni Cinquanta nelle classifiche di rhythm
and blues, e sembrò pronto, a un certo punto, anche per il
successo pop. Nato e cresciuto a Memphis come John Alexander Jr.,
nel 1952 firmò un contratto per la Duke, principalmente per
suonare il piano nelle loro session di registrazio-ne. A quel tempo
la scuderia della Duke comprendeva nomi di spicco come Bobby "Blue"
Bland e Junior Parker. Durante una di queste session Bland, alle prese
con le parti vocali, si trovò in difficoltà e fu allora
che il produttore James Mattis chiese ad Alexander di fare un tentativo.
Il risultato fu My Song che, contro tutte le aspettative, si
catapultò al numero uno delle classifiche. Suo padre era un
predicatore e per salvarlo dall'imbarazzo Johnny adottò il
cognome di Ace, ispirandosi ai Four Aces, un gruppo vocale
bianco molto in voga e apprezzato a quell'epoca.
Ace diventò in breve tempo il dominatore delle classifiche
di rhythm and blues con brani come Cross My Heart, Saving
My Love for You, Please Forgive Me e infine Pledging
My Love, un successo postumo che, nel 1955, niigrò verso
le classifiche pop riuscendo a piazzarsi al numero diciassette.
La vigilia di Natale del 1954, dopo uno spettacolo al Civic
Auditorium di Houston con Big Mama Thornton e altri artisti,
Johnny Ace e i componenti della sua band stavano giocando alla roulette
russa, un passatempo da loro coltivato con una certa regolarità.
La storia di quanto successe in quell'occasione presenta diverse versioni:
sembra che anche la Thornton fosse presente, ma non raccontò
mai ciò che vide. Secondo la versione comunemente accettata,
comunque, Ace, giunto il suo turno, si sparò alla testa e morì
all'istante. Aveva venticinque anni. Se Hank Williams,
un paio d'anni prima, era stato il primo a svelare tutto il potenziale
della morte come mossa di carriera, Johnny Ace fu il primo a fare
in modo che la sua producesse effetti immediati sulla classifica.
Pledging My Love era una buona canzone, certo, ma secondo il
giudizio di molti non giustificò tutto il clamore e l'entusiastico
fiorire di dischi di tributo sentimentale che seguirono - Johnny
Has Gone di Varetta Dillard, Why, Johnny, Why di Johnny
Moore e i Blazers, facciata A di un singolo che conteneva anche Johnny
Ace's Last Letter di Frankie Irwin. Furono solo i primi e ancora
oggi tra i più significativi esempi dell'incipiente fascinazione
del rock'n'roll per la morte.
Lo spettacolare successo postumo di Pledging My Love non fu
dunque il risultato di un sincero clima di cordoglio nazionale - dopo
tutto Johnny Ace era un nero, un semplice cantante di rhythm and blues
ed eravamo nel 1955. Fu invece qualcosa di diverso, qualcosa che nasceva
dalle macabre mo-dalità del suo decesso e dall'astuta manovra
commerciale di chi intuiva che la morte vende.
La morte di Johnny Ace avvenne proprio all'alba dell'esplosione del
rock'n'roll e i dettagli della sua biografia saranno destinati a ritrovarsi
in tante altre morti: una formazione profondamente religiosa, la scelta
del blues, l'occasione fortuita, l'adozione di un nome d'arte (e l'implicita
confusione d'identità), un improvviso, grande successo e una
fine assurdamente violenta, avvolta nel mistero. Questo schema è
stato ricalcato sin troppo pedissequamente dal giorno della morte
di Johnny Ace a oggi.
©
Stefano Marzorati 2003 |
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